FESTIVI & SERIALI presenta: The Jinx – La miniserie completa

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Via San Rocco 16 – Bologna

Domenica 14 febbraio 2016

Presentazione ore: 14

Inizio proiezioni: 14.30

Durata: 1 stagione – 6 episodi – 280’

Anno: 2015

Nazionalità: USA

Entrata libera con obbligo di tessera AICS

 

Siamo giunti al terzo appuntamento del progetto Festivi & Seriali, la grande rassegna dedicata al binge watching di serie tv organizzata da Serial K – Le Serie Tv in Radio presso il LOFT Kinodromo. Questa domenica, il 14 febbraio, verrà proiettata la mini-serie americana intitolata The Jinx – The life and deaths of Robert Durst.

“The Jinx” è una delle più recenti produzioni di HBO, l’emittente televisiva americana che è diventata, negli ultimi 20 anni, sinonimo di innovazione linguistica, temi forti e linguaggio adulto. Da questo punto di vista, la serie creata da Andrew Jarecki risulta assolutamente ortodossa allo stile e fedele alla linea del network padre di “The Wire”, “I Sopranos” e “True Detective” (giusto per citare alcuni dei titoli più famosi). Di più, può legittimamente sostenersi che “The Jinx” (assieme probabilmente all’inglese “Black Mirror”) sia uno dei prodotti televisivi più importanti ed innovativi degli ultimi anni. La serie, infatti, non solo è stata capace di rivoluzionare e rivitalizzare un genere (il documentario), trasformando un prodotto di nicchia in un blockbuster assoluto, ma ha fatto da apripista a un nuovo modo di intendere il crime e concepire l’intrattenimento televisivo. “The Jinx”, infatti, è riuscita ad intercettare la fascinazione collettiva per il torbido, la passione per le storiacce di cronaca nera, la morbosa curiosità per i delitti celebri, specie se irrisolti, e convogliarle in un prodotto che, più che al linguaggio giornalistico o cronachistico, si ispirasse ai codici emotivi e linguistici del crime, del thriller e del procedural. “The Jinx”, infatti, è una serie che parla come un documentario, mette in scena la vicenda come una fiction, indaga come uno sbirro e, per giunta, riflette sul vocabolario dei media, sul loro ruolo e sui loro effetti come nei migliori trattati di semiotica e di filosofia del linguaggio. Il tutto, analizzando meticolosamente un caso di triplice omicidio sul quale, per 30 anni, si son impantanati detective e agenti federali degli Stati Uniti. La scena mediatica americana, particolarmente sensibile alla fascinazione del macabro, è stata letteralmente dominata, per oltre un quarto di secolo, dai fatti di cronaca nera che sono alla base di “The Jinx”. Questi delitti, infatti, oltre ad essere assai efferati e ad avere tutte le caratteristiche del giallo, coinvolgevano in prima persona l’erede di una delle dinastie di costruttori più ricche e famose di New York: tale Robert Durst.

Conseguentemente, gli ingredienti per rendere il caso-Durst un vero e proprio culto per gli appassionati del torbido e del mistero c’erano tutti. In Italia, magari, non tutti sanno chi è Robert Durst, ma in America, soprattutto ai tempi, il suo nome e quello della sua famiglia era sulla bocca di tutti. Giusto per rendere l’idea, è come se Gianni Agnelli, negli anni ’80, fosse stato accusato di essere il Mostro di Firenze!!! Andrew Jarecki (regista e ideatore della serie) e il suo staff, per la verità, già in passato si erano appassionati alla vicenda e, nel 2010, avevano realizzato addirittura un film, “All the good things”, con Kirsten Dunst e Ryan Gosling. Il film, però, non lo aveva visto quasi nessuno. Quasi, perché la pellicola suscitò, in effetti, l’attenzione del più importante degli spettatori: Bob Durst in persona, il quale, dopo aver assistito alla proiezione, decise sua sponte di contattare il regista per poter dare, per la prima volta in 30 anni, la sua personale versione dei fatti che stavano alla base delle accuse che lo avevano perseguitato per tutta la vita.

Ne esce un prodotto mai visto prima: materiali d’archivio e ricostruzioni di fiction che si alternano ad una lunghissima intervista in cui Durst riflette sul processo mediatico di cui è stato oggetto, sulla infondatezza delle accuse che gli sono state rivolte e si presenta al mondo come un eccentrico, ma tutto sommato innocuo, agnello sacrificale. Ovviamente, c’è molto di più: ci sono anche le opinioni dei giurati, dei giudici, dei poliziotti, dei parenti delle vittime. Ogni omicidio viene analizzato, ricostruito e studiato come in una meticolosa e spettacolare indagine poliziesca. E Durst è sempre in prima linea a fornire ogni dettaglio, a rispondere ad ogni domanda e a sostenere, con la propria faccia e il proprio corpo, il peso di una detection che sarebbe stata insostenibile per chiunque altro. L’intervista di Durst, nel corso delle varie puntate, diventa sfogo, confessione, pantomima, show, interrogatorio e farsa. Il risultato è qualcosa d’inimmaginabile e di completamente inedito; innanzitutto perché, pur essendo un documentario e rispettandone tutti i crismi, lo spettatore e il regista stanno quasi sempre sullo stesso piano: entrambi condividono gli stessi dubbi e, fino all’ultimo, non hanno la più pallida idea di quale sarà la verità, né se ne emergerà mai una. Inoltre, il ritratto che Durst offre di se stesso è qualcosa che rasenta l’incredibile: con i suoi mille tic, le sue facce stranite, il suo look da chi è rimasto indietro di qualche decennio con le logiche del glamour, i suoi tremendi lutti familiari, i conflitti edipici, le plurime accuse, le invidie, la sessualità deviata e i suoi pulloverini di lana, costruisce una figura al limite del grottesco, con la quale, nonostante tutto, lo spettatore finisce per empatizzare. “The Jinx” diventa quindi “Sympathy for the Devil” e, fino all’ultimo, si diverte un mondo a giocare con la morale stessa del pubblico e del regista: ma Bob è innocente o è colpevole? Ci fa o ci è? Ha solo una tremenda sfortuna o è il male impersonificato? E, pian pianino, s’insinuano nella testa dello spettatore pensieri tremendi: può essere colpevole, ma gli vogliamo anche un po’ di bene. Può essere innocente, ma con tutti i suoi miliardi meglio a lui che a noi.

Ma soprattutto: noi che guardiamo, crediamo alla sua versione dei fatti? E qual è la Verità quando tutti hanno una loro personale versione delle cose già cristallizzata e predefinita? Può la verità emergere da un processo giudiziario? da un documentario giornalistico? dalle accuse dei parenti delle vittime? dalle indagini della polizia? dai giuramenti dell’accusato? Ed ogni puntata, spietatamente, racconta una diversa verità che si confonde e si sovrappone a tutte le altre: quella degli inquirenti, quella dei giornalisti, quella degli atti giudiziari e quella dei parenti delle vittime. Oltre, naturalmente, a quella di Durst.

Con rispetto parlando, altro che le sparate pseudo-filosofiche recitate dagli sbirri di “True Detective”, tra una birra sgasata e l’altra: qui siamo di fronte alla VITA VERA, con un megalomane milionario che grida “al complotto” mentre, narcisisticamente, si mette a nudo davanti alle telecamere per recitare l’apologia di se stesso, in un’intervista detection che, nel corso delle puntate, spazia tra il legal thriller, il crime movie e l’horror più efferato. Ogni episodio affronta un tema preciso di quella che è stata la vicenda Durst: le indagini, il processo, l’eco mediatica, i giudizi degli inquirenti e le opinioni delle persone coinvolte. Quello di cui pian piano ci si rende conto, nel procedere dello show, è di come sia quasi impossibile, in vicende come questa, riuscire a conservare il giusto equilibrio; a mantenere l’equidistanza necessaria per poter analizzare le cose per quello che sono e non per quello che sembrano. La forza di “The Jinx” e la maestria di Jarecki risiedono proprio nella straordinaria e mirabile capacità di non cadere mai nella tentazione del sensazionalismo e della becera emotività; col senno di poi, sembra facile, ma sfido chiunque a raccontare una storia come questa senza sbattere il mostro in copertina o speculare sul vittimismo da quattro soldi. Puntare il dito e dipingere Durst come un maniaco assetato di sangue, enfatizzando solo i suoi lati più oscuri, sarebbe stato molto proficuo in termini di presa sul pubblico. Sempre morbosamente assetato dei dettagli più infimi e sempre appagato dalla caduta degli dei. Altrettanto facile sarebbe stato eleggerlo a vittima del sistema; ingiustamente perseguitato, solo perché famoso. Aspettare invece che la Verità emergesse dai fatti ha impiegato 10 anni di durissimo lavoro. I fortunati che vedranno la serie potranno rendersi conto di quanto ne sia valsa la pena.

“The Jinx”, probabilmente, resterà un unicum irripetibile. Difficile non solo scovare un altro caso del genere, ma anche pensare che esista, da qualche parte, un altro Robert Durst: un autentico mattatore della scena, capace di catalizzare l’attenzione e inchiodare l’emotività dello spettatore allo schermo come carta moschicida. Già, perché senza di lui e senza la sua straordinaria presenza scenica (che avrebbe meritato il Golden Globe come miglior interpretazione ever), la serie sarebbe stata tutta un’altra cosa. Tuttavia, “The Jinx” ha radicalmente rivoluzionato un genere e aperto nuove frontiere alla docufiction; strumento cui la Televisione, non a caso, sta facendo sempre più ricorso nell’ambito delle nuove produzioni crime e legal (su tutti, i recentissimi “Making a Murderer”; American Crime Story).

Fonte: http://www.kinodromo.org/festivi-e-seriali-rassegne-di-voracita-televisiva-the-jinx/

PRESENTATO DA: Serial K – Le Serie Tv in Radio / Kinodromo

IN COLLABORAZIONE CON: Radiocittadelcapo.it / Seriangolo.it

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