Violenza e media, terza declinazione. Il cannibalismo del grande schermo all’epoca della videocrazia

di Francesca Mottola

Il cinema è costituito per sua natura dalla commistione di tre fondamentali azioni: osservare, narrare ed essere spettatore. L’intrecciarsi inestricabilmente di questi tre atti dà vita a un meccanismo apparentemente complesso, in realtà facilmente traducibile in un gioco di sguardi: lo sguardo è la condizione obbligata dello spettatore cinematografico, sottoposto ad un flusso di immagini che sono a loro volta frutto di un altro sguardo, quello del regista. Il voyeurismo è dunque un tema centrale nel cinema e costituisce il perno attorno al quale il mezzo stesso ruota. Nella vasta e ricca storia del cinema il voyeurismo risulta ricorrente, declinato nelle più diverse forme. In particolare risulta interessante e significativa la tendenza, presente in molto cinema contemporaneo, a renderlo sempre più radicale attraverso immagini forti, quasi respingenti per lo spettatore, e a una rappresentazione mediatica priva di filtri, che si spinge oggi più che mai oltre qualsiasi linea di confine etico o morale.

Lo sguardo cinematografico tra voyeurismo e voracità

Rispondendo ad alcune critiche mosse dal quotidiano London Observer alla sua opera La finestra sul cortile (https://www.youtube.com/watch?v=6kCcZCMYw38), durante la celebre intervista rilasciata a François Truffaut (qui le tracce audio originali, http://www.filmdetail.com/2011/02/14/the-hitchcock-and-truffaut-tapes/), Alfred Hitchcock affermò:

 “…sì, Jeff [protagonista del film interpretato da James Stewart] è un voyeur, ma non     siamo tutti dei voyeur? Scommettiamo che nove persone su dieci, se vedono dall’altra parte     del cortile una donna che si spoglia prima di andare a letto o semplicemente un uomo che     mette in ordine la sua stanza, non riescono a trattenersi dal guardare? Potrebbero    distogliere gli occhi dicendo: «non mi riguarda», potrebbero chiudere le loro persiane, e invece non lo fanno, staranno lì a guardare.”

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Con queste parole il grande regista dichiara apertamente qualcosa che, se possibile, viene di norma taciuto, mantenuto tabù, ossia la morbosità voyeur che caratterizza l’essere umano, l’insanabile spinta a guardare, combattuto tra repulsione e desiderio. Nell’ultimo decennio questa tendenza ha trovato facile gratificazione grazie all’avvento dei nuovi media: ciò che un tempo era rifiutato, emarginato, rimosso o giudicato immorale per i grandi e piccoli schermi diventa nel terzo millennio qualcosa a portata di mano, o di click.

I pilastri dell’estremo visivo sono storicamente legati a due fattori: il sesso e la violenza. Quest’ultima svolge in ambito cinematografico (e mediale in genere) un ruolo particolarmente rilevante e interpretabile in modi differenti: da un lato, diverse teorie provenienti da studi legati alla psicoanalisi sostengono che a rendere così prolifici e apprezzati i prodotti audiovisivi in cui emerge una forte componente violenta sia un (inconsapevole) desiderio di esorcizzare istinti naturali messi a tacere in nome della convivenza civile; dall’altro il bisogno e la volontà dello spettatore di sottoporre al proprio sguardo una violenza sempre più esplicita e cruenta rimanda a un inconfessabile prurito di matrice, appunto, voyeurista. É necessario però effettuare una distinzione a monte: la violenza al cinema e nei media può essere declinata secondo categorie profondamente differenti. Se da una parte vi è un’ampia e diversificata produzione riconducibile ai generi dello splatter, del pulp e del gore, con titoli che spaziano dal recente Hostel (https://www.youtube.com/watch?v=DLxonzr9Iew) di Eli Roth a larga parte della filmografia tarantiniana (https://www.youtube.com/watch?v=aSDSoTyJLPU) fino a cult dell’horror come La Casa (https://www.youtube.com/watch?v=3H8o5gNWIQs) di Sam Raimi, dall’altra vi è invece una prolifica industria cinematografica e mediale imperniata su una violenza iperrealista, di tipo psicologico oltre che fisico, in qualche modo fine a se stessa e priva di reali motivazioni. Nel primo caso la violenza non viene dunque percepita come tale dal pubblico perché non realistica, bensì sopra le righe, finalizzata all’intrattenimento, eccessiva ed estetizzata; nel secondo, al contrario, lo spettatore è sottoposto a un flusso di contenuti capaci di impressionarlo e turbarlo, di respingerlo e al contempo di rispondere ai suoi appetiti più indecenti e taciuti. All’interno di questi film la violenza avviene spesso poco più in là rispetto al margine dell’inquadratura, sottoponendo lo spettatore al tormento di immaginare ciò che non vede, ma che accade vicino e che percepisce distintamente. Da Arancia Meccanica (https://www.youtube.com/watch?v=G7fO3bzPeBQ) del maestro Stanley Kubrick all’opera del regista austriaco Michael Haneke Funny Games (https://www.youtube.com/watch?v=tkbG1uSH0to) oggetto di un remake shot-for-shot (https://www.youtube.com/watch?v=9TBoWs32zlc) da parte dello stesso regista dieci anni più tardi, sono molte le opere cinematografiche che rientrano a pieno titolo in questo filone, oggi popolare e apprezzato come mai prima. É possibile infine individuare una terza categoria di declinazione della violenza sul grande schermo, quella dei film e in genere dei prodotti mediali che propongono al loro interno una riflessione sulla violenza stessa e sulla sua mostrazione, sul suo valore estetico e sul suo divenire, sempre più, una merce soggetta al consumo vorace del pubblico.

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Il banchetto degli sciacalli: Nightcrawler e la spettacolarizzazione mediatica della violenza

Relativamente a questa terza tipologia risulta significativa l’opera di esordio alla regia dello sceneggiatore Dan Gilroy (The Bourne Legacy) Nightcrawler (https://www.youtube.com/watch?v=uqWqG_vOzYw) , distribuito in Italia con il titolo Lo Sciacallo. Apprezzato al Toronto Film Festival e alla nona edizione del Festival di Roma, il film racconta la tendenza dei media contemporanei a fornire una rappresentazione sempre più estrema delle notizie legate alla (tele)cronaca nera, la loro manipolazione in chiave voyeur, il loro stravolgimento sotto la logica che vede vincente il macabro, il morboso, il tabù (qui la trattazione diffusa relativa al caso italiano – https://fuoricorsoblog.wordpress.com/2016/02/10/violenza-e-dolore-seconda-declinazione-i-media-nel-pozzo-e-la-reazione-di-un-paese/#more-4256). L’intera pellicola si regge sulla performance di un Jake Gyllenhaal dimagrito di oltre dieci chili per vestire il ruolo di Lou Bloom, giovane ladruncolo che mosso da insaziabile ambizione e dal mito del self-made-man americano decide di iniziare la sua scalata al successo a partire dal mondo dei videoreportage televisivi, andando a caccia notte dopo notte di immagini shock relative a incidenti d’auto, furti, omicidi, scontri a fuoco, suicidi. Camera in spalla e radio sintonizzata sulle frequenze della polizia a portata di mano, Lou diventa gradualmente lo sciacallo del titolo, una creatura repellente che striscia nell’oscurità in cerca della sua preda, incarnazione di un’ideologia di derivazione ultra-capitalista che sembra aver causato una graduale degenerazione della società e dell’economia contemporanee e la scomparsa di qualsiasi confine etico e morale di fronte alla necessità di un successo che fa rima unicamente con profitto. L’amorale deriva del protagonista trova il suo corrispettivo nelle visioni notturne di una Los Angeles illuminata da luci al neon e bagliori fluorescenti, sulle cui strade si affollano predatori pronti a sfamare con il sangue e le tragedie altrui gli appetiti più osceni del pubblico; è una Los Angeles più nera che mai, che si aggiunge alla lunga galleria di pellicole ambientate nella città che il cinema americano sin dagli anni Quaranta ha eletto a scenario privilegiato della ferocia metropolitana.

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Gilroy costruisce l’intera narrazione intorno a un personaggio affasciante quanto indifendibile, dando vita a un thriller dai ritmi incalzanti, vivido e penetrante anche grazie alla fotografia di Robert Elswit, storico collaboratore di Paul Thomas Anderson, e coinvolgente nella colonna sonora dai risvolti elettronici firmata da James Newton Howard. Lo Sciacallo racconta il lato oscuro del giornalismo, ponendo l’accento sulla sempre più evidente tendenza dei media alla spettacolarizzazione della violenza, giunta ormai a prevaricare ogni senso etico. Il tema del potere distorcente dei mezzi di comunicazione, su cui il cinema ha riflettuto sin dai tempi di Quarto Potere, si intreccia con quello della violenza elevata a forma di spettacolo e a fonte di guadagno e della conseguente incapacità generale di tracciare o individuare un confine tra realtà e finzione, tra luce e ombra, tra bene e male. 

                                               

 

Tra offerta e domanda: la violenza cinematografica tra sguardo, visione e spettacolo

 Da qualche anno piattaforme come l’italiana YouReporter (http://www.youreporter.it/) consentono a chiunque di vestire i panni del giornalista d’assalto, dando vita al crescente fenomeno dei citizen journalists. L’accessibilità e l’istantaneità che caratterizzano il web hanno fatto sì che perfino i colossi dell’informazione televisiva americana cominciassero ad attingere i loro materiali da fonti amatoriali sulla rete. L’etica giornalistica in tutto ciò risulta sempre più affossata nel sensazionalismo, che sfocia in quella che è stata definita una vera e propria pornografia dell’immagine sempre più diffusa e, nondimeno, richiesta dal pubblico.

Ritorniamo dunque al cinema e alla sua riflessione metatestuale su queste tematiche, perfettamente sintetizzate nell’affermazione del giornalista Wayne Gale (Robert Downey Jr.), che nel film cult di Oliver Stone Natural Born Killers (https://www.youtube.com/watch?v=4_67t6I_beg)  spiega con esplicito entusiasmo al protagonista Mickey (Woody Harrelson): “Il giorno in cui voi due avete ammazzato, siete diventati nostri! Del pubblico! Dei media!”. In questa frase viene riassunta efficacemente la voracità mediatica nei confronti della rappresentazione spettacolarizzata della violenza, cui lo spettatore, specie quello cinematografico, non può e non vuole sottrarsi. La vera potenza delle immagini violente non sta però solamente nel fatto che esse vengono in qualche modo imposte dai media come già formate e ineludibili, bensì nella loro capacità di rendere il pubblico cosciente della sua attrazione nei loro confronti. Un’attrazione repressa, nascosta da una superficie di rigetto e disgusto, ma pur sempre capace di svelare la naturale inclinazione umana al voyeurismo: non esiste violenza mediatica senza un pubblico che goda di essa, senza qualcuno che la desideri e la richieda. L’attuale sfida per il cinema e per i media in genere consiste dunque nel rapportarsi con la relazione di attrazione e repulsione che la violenza intrattiene con lo sguardo spettatoriale e con il concetto stesso di visione e intrattenimento, ponendosi nuovi interrogativi riguardo a quale sia il ruolo giocato dall’etica (se ancora ve n’è uno) nello scenario contemporaneo.

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