Violenza (e dolore) seconda declinazione. I media nel pozzo e la reazione di un Paese.

di Emiliano Rossi

Quando: all’alba degli Ottanta, il 10 giugno 1981;

Dove: Vermicino, contrada anonima (“dimenticata da Dio” scriveranno poi i giornali), poco distante da Roma;

Chi: Alfredo Rampi, bambino di sei anni precipitato in un pozzo artesiano per cause accidentali;

Attori secondari: tra forze dell’ordine, soccorritori, volontari e curiosi sono migliaia le persone adunate sul posto, dove giunse anche il capo dello Stato. Gran cerimoniere fu la televisione, che trasmise a reti unificate per quasi tre giorni i tentativi di salvataggio. Fu la più lunga diretta della storia della RAI, con picchi di ascolto record di trenta milioni di spettatori.

Se muore un bambino c’è il teleobiettivo 

“…A Vermicino, nella provincia romana, era un afoso pomeriggio di inizio estate”: così potrebbe iniziare la favola a tinte fosche del piccolo Alfredino. Tra i mille scandali politici e i drammi della cronaca di quel 1981 – dall’attentato al Papa, allo scandalo P2 e Licio Gelli con la conseguente crisi di governo, fino all’arrivo di Spadolini al Colle e agli strascichi del terrorismo – fu questa la vicenda che più catalizzò la curiosità dell’opinione pubblica, tanto da divenire una vera e propria ossessione nazionale. E prima di quella data – se si eccettua il caso Moro che si muoveva però all’interno di una cornice ben più istituzionale – non era mai successo che un intero Paese si paralizzasse per tre giorni con il fiato sospeso alla spasmodica ricerca di notizie, aggiornamenti, comunicati, nella vana speranza di un lieto fine che non è mai arrivato. Il dramma di un bambino caduto in un pozzo portò alla ribalta la possibilità di fare notizia con una storia privata di una famiglia normale, colpita nel profondo da una tragedia che pare essersi indissolubilmente legata alla memoria collettiva degli italiani. Emilio Fede, allora caporedattore al Tg1, ricorda che “sarebbe potuta succedere qualunque cosa, anche un colpo di stato, eppure in quel momento tutti volevano sapere di Alfredo” (qui [http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/litalia-di-alfredino/418/default.aspx] un’accurata ricostruzione di quelle ore). Ed effettivamente quel giorno fu segnato da un altro funesto avvenimento: ma del rapimento di Roberto Peci per mano di un commando delle BR (che, proprio in quel momento, come mai era successo, si servirono della televisione per reclamizzare la propria sfida allo Stato, aprendo ad altri inquietanti risvolti dell’uso del mezzo televisivo) quasi nessuna traccia si rinviene nelle edizioni dei telegiornali di allora.

 

Ad essere catapultata nella nera cavità in cui era accidentalmente inciampato Alfredo fu l’intera Italia. A detta di chi c’era, fu uno di quei giorni in cui tutti si ricordano esattamente che cosa stavano facendo nel momento in cui appresero i primi resoconti della vicenda: inverosimile non identificarsi in Franca e Ferdinando (i genitori del piccolo, chiamati per nome per chissà quale diritto di cui si continua ad arrogare il mezzo televisivo), difficile non commuoversi dinnanzi alle gesta eroiche di chi rischiò la vita per salvare quella di un bambino che non aveva mai visto, impossibile non provare pena e strazio per quei lamenti che giungevano dal ventre della terra. Dopo tre giorni in cui si sperimentarono salvataggi e soccorsi di ogni tipo, quello che fu prosaicamente descritto come “un corpicino che cercava la sua mamma” si spense a sessanta metri di profondità, stremato dalla fatica e dalla fame.

 Un Paese che, per ragioni differenti che non si ha qui modo di approfondire, pareva in quegli anni disorientato, secolarizzato e spoliticizzato seppe riunirsi attorno ad un mito e ai suoi eroi: Vermicino costituì l’ “evento degli eventi” e l’interminabile diretta dal luogo dell’incidente che inchiodò l’Italia intera davanti al video varcò una linea di confine che non si era ancora osato oltrepassare. Si scoprì, sulla pelle di un innocente, che la morte faceva spettacolo, che la pressione mediatica attorno ad un caso simile poteva essere foriera di indici di ascolto mai visti, che l’antropologia dei disastri poteva rappresentare un nuovo genere narrativo: un buco nero di cui sempre più spesso si ha diretta testimonianza e di cui la televisione è la prima imputata.

E non è un caso che il tutto avvenne in un momento in cui convenzionalmente si fa coincidere l’inizio della neotelevisione, quella nuova stagione televisiva dominata da un andamento ischemico e da quella sempre più indistinguibile barriera tra pubblico e privato, tra fiction, pubblicità e reale che, con la caduta anche degli steccati fra generi, ha spinto gli esperti a coniare termini come “tv di flusso”, (http://www.lacomunicazione.it/voce/flusso/)“transtelevision”, (http://www.flipmagazine.eu/fine-della-tv/)“homo videns” (http://www.sapere.it/sapere/dizionari/neologismi/comunicazione/homo-videns.html) e “videocrazia” (http://dizionari.repubblica.it/Italiano/V/videocrazia.php).

 vermicino 2

All’inizio, convinti del buon esito delle operazioni di salvataggio, i due principali canali RAI approntarono una serie di collegamenti di routine con Vermicino.

Era l’inizio delle dirette “in esterna” su fatti di cronaca, tradizionalmente trasmessi in differita, complice anche la Asso nella manicaritrosia dei giornalisti televisivi dell’epoca che, per pudore o etica, rispetto delle vittime e degli spettatori, si erano fino a quel momento rifiutati di coprire in tempo reale fatti di tale portata. Si intuì ben presto che qualcosa non andava, che Alfredino non sarebbe stato salvato in tempi brevi, ma ormai la macchina dei media stava viaggiando sulla strada del non ritorno, proprio come nel film L’asso nella manica (https://it.wikipedia.org/wiki/L%27asso_nella_manica) (Billy Wilder, 1951).

Si racconta che durante il montaggio del primo servizio arrivato in Rai per il Tg, i lamenti del bambino, registrati impietosamente tramite un microfono calato direttamente dagli stessi operatori dell’emittente di Stato, bloccarono un intero corridoio di via Teulada. Un gemito coraggioso e disperato che, a mo’ di colonna sonora terrificante, finì con l’ipnotizzare milioni di italiani, di contorno alle immagini svuotate ormai di ogni commento giornalistico e colte con un’unica telecamera fissa su un’area divenuta in fretta e furia palcoscenico di una tragedia da consumarsi in diretta.

La situazione si andò aggravando con il passare delle ore, ma ormai l’attenzione suscitata presso i telespettatori era tale da rendere inimmaginabile l’interruzione della diretta, che la RAI tentò per ben tre volte ritrovandosi letteralmente sommersa da migliaia e migliaia di telefonate alle redazioni (è il public demand a cui si è già fatto cenno nel sommario e nel pezzo sui social).

Il caso era ormai divenuto una sorta di “Tutta Vermicino minuto per minuto”, un grande show dell’orrore, un festival del dolore così trascinante dall’essere privato di una sua naturale soluzione di continuità. Come ha scritto Aldo Grasso, “la sofferenza divenne l’osceno lievito dell’ascolto”, fino a quando, alle sette e venti del mattino di quel 13 giugno, il conduttore del Tg1, con la voce ancora rotta dalla stanchezza e dallo sconforto, chiuse una diretta non stop a reti unificate che, stravolgendo il palinsesto, aveva raggiunto il primato delle diciotto ore: “…avevamo cominciato con ben altra speranza e mai credevamo di dover concludere così”. Nel frattempo attorno al pozzo si era raccolta un’affollata babele di oltre diecimila persone: tra nani, contorsionisti, acrobati che offrirono il proprio aiuto alla famiglia, accorsero anche i venditori ambulanti di cibo e bevande, trasformando Via Sant’Ireneo in una grande festa paesana, un luna park rustico – con tanto di porchetta e salmonella – dagli aspetti grotteschi e surreali. “C’era un’atmosfera felliniana”, “…era diventato un reality show terrificante” scrivono oggi i giornalisti presenti allora in loco. Si parlò per la prima volta di “tv del dolore”: una realtà sbattuta in televisione in cui non si distinse più cos’era bene e cos’era male, mentre tutto si confuse nell’ibridazione di vita e morte in un continuum di immagini che senza sosta invasero ogni canale.

E se negli anni 2000 dovette intervenire il Presidente della RAI per bloccare la vendita del VHS “Grandi emozioni tv” dedicato agli appassionati del genere “vite in pericolo”, con tanto di registrazioni originali dei gemiti del bambino, c’è da credere che non tutti hanno imparato la lezione. Ma quali sono i fattori che hanno portato il “caso Vermicino” a una tale risonanza mediatica? Anzitutto, la vicenda si prestava ad un racconto di facile comprensibilità, offrendo una regia perfetta. Tecnicamente, la storia di un bambino in trappola “bucava lo schermo”: continui colpi di scena, continui travalichi tra realtà e fiction, continue iniezioni di speranza nell’audience a fronte delle innumerevoli promesse di salvataggio che giungevano da soggetti differenti. Fu una delle prime commistioni fra generi televisivi plurimi, in particolare informazione e intrattenimento, stile poi imploso nell’epigono dell’infotainment. Ma l’avvenimento impose la sua enorme carica drammatica anche grazie all’arrivo di Sandro Pertini, che sembrò mostrare al Paese la parte migliore dello Stato, permettendo ai cittadini di riconoscere nel loro capo il sommo emblema della totalità nazionale della tragedia.

Vermicino 1

L’immagine del bambino che rantola e ansima incastrato nella voragine ebbe da subito una fortissima vocazione scenica: il candore opposto alla malignità di un nemico senza faccia, il coraggio e la forza dei genitori, la ruralità di un luogo che avrebbe potuto essere dovunque nella penisola portarono Alfredino ad essere figlio, fratello, nipote di tutti gli italiani, ma anche il bambino che ciascuno è stato. E il tragico fu servito a domicilio, come in un gioco allucinante, la morte fu l’epilogo di una cerimonia macabra che sembrava scritta come un romanzo popolare e che rifletteva la fiducia e la diffidenza di un Paese verso alcuni dei suoi apparati: Vermicino divenne prima un bivacco collettivo mostruoso, poi metafora di un trauma psicotico difficilmente sanabile (non si dimentichi che tra le conseguenze di una messa in onda così prolungata di immagini e suoni shock ci fu un’impennata di suicidi nei giorni immediatamente successivi), poi ancora meta del turismo del dolore. Alfredino personificò il concretizzarsi di uno degli incubi peggiori per ogni genitore, che riattivava delle paure primitive ascrivibili alla categoria freudiana del perturbante. A questo si unì la totale assenza di regia che creò fissità, il sonoro in diretta dei walkie-talkie dei soccorritori per riempire i vuoti dei cronisti che divennero a tutti gli effetti degli spettatori, rinunciando al loro ruolo di intermediari: quello di Vermicino fu uno psicodramma di massa, una grande seduta d’analisi collettiva che finì con l’esorcizzare e sublimare ansie, angosce, terrori, tormenti.

 L’inizio del buio: gli esiti di Vermicino nella tv del dolore 

Da quel 1981 molte cose sono cambiate, eppure quel tipo di violenza e dolore visivi così esibiti e manifesti si respira ancora. Basta accendere la televisione e sembra che quella diretta non si sia mai fermata: a volte viene da pensare che la brutalità sia la sola retorica della nostra epoca, il solo modo con cui esprimersi. Le interpretazioni più apocalittiche che vedono la televisione come un’ “arma di distrazione di massa”, un “nuovo oppio dei popoli” tanto insistono sulla spettacolarizzazione della violenza e del dramma altrui.

Quel che pare certo è che non sia più possibile staccare la spina spegnendo le telecamere: la scatola delle meraviglie strumentalizza (quasi) tutto in nome di un’agibilità televisiva che una volta innescata non conosce pudore o limiti.

Il palcoscenico del pozzo laziale, la morte in diretta del suo protagonista, l’enorme impatto emotivo che provocarono hanno davvero esercitato delle nefaste influenze sulla tv attuale e sui suoi vizi? Indiscutibile è che hanno spianato la strada a pratiche di sciacallaggio mediatico e cannibalismo televisivo di cui si avrà modo di leggere più diffusamente nei prossimi articoli.

Sfruttando una tragedia privata, il dolore dei parenti o di una comunità, si enfatizza e dilata la drammaticità. È convinzione diffusa che dopo Vermicino tutti i muri siano crollati: quelli del privato, quelli della dignità, quelli del contegno. La morte ha finito col diventare un vero e proprio bene di consumo, mentre il racconto della tragedia è sottomesso all’imperio dell’immagine televisiva, che fa del tragico un’icona, una sorta di fantasma lucido e patinato intervallato dagli spot pubblicitari.

La televisione è sempre più spesso quel grande occhio che non aspetta altro che trasformare la realtà in reality: si chiacchiera di omicidi, morti, feriti, disastri e drammi come se ci fosse sempre la ricetta giusta, si fa la gara (anche contro le discoteche, come insegna l’affaire Mora) a scipparsi gli ospiti più ambiti (dall’ “esperto” al parente della vittima o al condannato, spesso ingaggiato a suon di parcelle e incoraggiato alla lacrimuccia o al copione innocentista come rivelato qui [http://www.primaonline.it/2015/10/26/217345/un-cachet-e-un-copione-per-raccontare-i-fatti-di-cronaca-nera-nelle-trasmissioni-di-mediaset-il-racconto-di-selvaggia-lucarelli-sul-fatto/] da Selvaggia Lucarelli), si promettono esperienze di visione rivelatorie allo spettatore, innestando una serie di fenomeni di fandomstardom e celebrification al pari degli esempi canonici di entertainment.

Salotti-tribunale, agoni giustizialisti, pollai dominati dall’infiammato strepitare dei suoi convitati: il tutto officiato sul piccolo schermo da quei gran ciambellani di circhi Barnum sempre più fatiscenti, ovvero i conduttori di alcune trasmissioni – talk show e maratone domenicali in primis –  convinti che in fondo valgano più cinque minuti di televisione che un intero processo.

Si è così venuto a creare un meccanismo di esclusive, compravendita di interviste, reportage ad hoc, scoop, persone messe sotto contratto. E con Vermicino qualcosa si è spezzato per sempre: da allora, tutti i canali hanno alimentato il filone orrorifico che fa della ricostruzione della violenza la sua bandiera: ogni volta il luogo della tragedia – che si tratti di attentati terroristici, stragi criminali, delitti poco importa – si trasforma in un enorme set televisivo, con il rischio che il dolore nella sua più bieca e cinica gratuità si trasformi in spettacolo.

È questione di scelte editoriali, si potrebbe obiettare, anche se di fronte all’abuso di una certa semiotica giornalistica la quasi totalità dei palinsesti contemporanei sembra arrendersi. Tutto è un “massacro”, una “spoon river”, un’ “ecatombe”, una “tragedia”; tutto diventa “teatro di guerra”, “inferno”, “carneficina”; sono sempre “dolore e sgomento”, “strazio”, “incredulità” a dominare, la lotta per la vita è costantemente “all’ultimo respiro”, “al cardiopalma”, “sola e disperata”. Inutile stupirsi se parte dell’immaginario contemporaneo appare di frequente malata o, peggio ancora, drogata: dal caso Scazzi a quello di Yara Gambirasio (che ha recentemente ispirato una puntata della serie Law and order che qui [http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/15_novembre_15/laworder-l-ultima-puntata-copia-indagini-sull-omicidio-yara-096e9726-8ba3-11e5-85af-d0c6808d051e.shtml?cmpid=SF020103COR] si può approfondire), dal delitto di Garlasco a quello di Cogne, dall’omicidio Rea a quello Kercher, fino alla strage di Erba o all’uccisione del piccolo Loris ci siamo presto abituati a riconoscere vicende private con precise etichette somministrateci dalla stampa e dalla televisione.

 Chi l'ha visto annuncio morte diretta

E proprio quest’ultima non esita ad indagarne ogni singolo aspetto, ad indugiare sui dettagli più raccapriccianti, a far luce sui “tanti punti d’ombra”, a ricostruire – talvolta materialmente tramite simulazioni attoriali o plastici – ogni singolo centimetro della “scena del delitto”. Su questo, solo oggi, si imperniano trasmissioni come Quarto gradoL’arenaLinea giallaUn giorno in preturaStorie maledette, ma anche Chi l’ha visto (con la comunicazione in diretta ad una madre del ritrovamento del cadavere della figlia) o Amore criminale (che si ostina a tentare la via della fictionalizzazione della violenza sulle donne), oltre a tutte quelle decine di talk show che colonizzano il palinsesto pubblico e privato. E non è solo la cronaca nera ad alimentare l’industria dell’orrore e lo sfoggio di immagini brutali: si vende il dolore anche delle catastrofi naturali (con i microfoni del Tg1 che nel 2001 intervistarono un bambino appena estratto dalle macerie a seguito del terremoto di San Giuliano di Puglia), delle stragi terroristiche (da Beslan nel 2004 con le ferite di decine di bimbi non censurate, alla finale della coppa dei campioni belga nel 1985, fino all’esecuzione di Quattrocchi per mano di Al Qaeda), degli eventi criminosi (come la strage di UtØya del 2011). Successe con le riprese ai defunti della Love parade di Duisburg nel 2010, con le fotografie dei corpi lividi al G8 di Genova nel 2001, con le registrazioni audio delle ultime telefonate ai cari di chi stava per morire nelle Twin Towers; succede oggi, quotidianamente, con i video dei tagliagole dell’ISIS. Per dovere di cronaca occorre sottolineare che c’è chi dice no, come l’allora direttrice di RaiNews 24 Monica Maggioni che annunciò di voler sospendere la messa in onda delle clip con le sevizie ordite dai fanatici dello Stato islamico. Eppure di tragedie violente in formato reality se ne continuano a vedere troppe. È la tv che si prostra a ciò che il pubblico reclama? Non si può sempre giustificare tutto appellandosi alla dittatura degli ascolti. Ma se il sipario non cala mai sull’orrore in tutte le sue forme ha ancora senso parlare di banalità del male? Non si tratta forse di male della normalità?

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