Violenza e media, prima declinazione: la guerra in un tweet

di Valeria De Bacco

“There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about”.

Nell’era del “pubblico ergo sum”, mai frase fu più profetica di quella scritta da Oscar Wilde nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray, personaggio capace di far impallidire anche Narciso, contemporaneo ante litteram, simbolo di una generazione che ha eletto i social network come luogo d’incontro prediletto, momento di scambio e condivisione. Basta un clic per dire al mondo intero cosa si sta pensando, cosa si sta provando, per condividere istanti della propria vita e taggare gli amici. La globalizzazione è totale, all’esterno quanto dentro di noi. Ma, se il confine tra ciò che è social e ciò che è privato si assottiglia fino quasi a sparire, se, di fatto, si elimina ogni censura e tutto diventa comunicabile, è forse arrivato il momento di dire che il mezzo giustifica il fine?

foto201_zpsch0y6rp9

Parlare di comunicazione oggi è parlare di globalizzazione, è poter dire tutto e dirlo ovunque, e, nell’epoca in cui la cultura si forma dal basso e il sapere si ascrive ad un wiki, è proprio lì, nell’universo virtuale e onnicomprensivo della rete, che i gusti si incontrano e prendono forma l’etica e la morale del nuovo millennio. All’interno dell’universo cibernetico dei media, si consacrano gli eroi (https://www.facebook.com/thejackalweb/) e si offendono i perdenti, (http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/26/facebook-cancellare-dagli-amici-un-collega-puo-essere-mobbing-la-sentenza-in-australia/2070227/) si può alzare qualsivoglia bandiera ed ergersi a giudice dell’umanità intera. Dalla democrazia alla religione, dalla moda al cibo, non esiste argomento cui non faccia riferimento un immenso repertorio di tag, commenti, video e immagini. In questo scenario di socialità schizofrenica, ma ormai imprescindibile, lo sciacallaggio mediatico (http://www.valigiablu.it/manuale-sopravvivenza-breakingnews/) trova terreno fertile per proliferare ed esprimere tutte le proprie potenzialità.

Un caso, per citarli tutti: il video pubblicato dal noto giornale britannico Daily Mail, nel quale si mostra la sparatoria avvenuta davanti al ristorante parigino Casa Nostra, ottenuto dai giornalisti dopo una breve trattativa con l’esercente del locale, cui è stata offerta la somma di 50.000 euro. E la sorte ha voluto che spettasse proprio allo stesso quotidiano la fortuna di pubblicare l’unica testimonianza (http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/barbara-sono-viva-per-miracolo-perche-l-arma-di-salah-si-e-inceppata-_2145130-201502a.shtml)  rilasciata dall’italiana Barbara Serpentini, ragazza sfuggita alla morte in quella triste occasione. In fondo, si potrebbe osservare, non è nulla di nuovo: per dirla ancora alla Wilde, bad manners make a journalism, ovvero quando l’orrore si fa euro, i giornalisti cominciano a scrivere. Eppure, con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, qualcosa è cambiato: il moderno reporter non ha necessariamente l’iscrizione all’albo dei giornalisti in tasca e un taccuino in mano. Gli eventi che un tempo erano riportati dai giornalisti professionisti oggi possono essere documentati in pochi secondi da chiunque si trovi a viverli direttamente. Basta un cellulare con la connessione ad internet ed il gioco è fatto. Così, in pochi secondi, un tweet, un post o un hashtag può assumere le dimensioni di uno scoop, capace di rotolare vorticosamente giù per i meandri dell’informazione come una palla di neve farebbe lungo un pendio, diffondendosi tra gli utenti con la velocità di un virus. Se poi si tratta di cronaca nera – nerissima considerati gli ultimi eventi – il contagio è assicurato. E più la faccenda è fosca, più la notizia sarà cliccata, taggata, condivisa e commentata, in un circolo vizioso che non permette più di capire se è nata prima la curiosità della massa o l’avidità dell’informatore.

foto20220-20mccurry_zps8ndctlym

I media, ma ancora di più i social (http://www.donnamoderna.com/attualita/parigi-attentati-aiuto-social-network), diventano indispensabili e onnipresenti. Lo erano al Bataclan (http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/parigi_attentato_twitter/notizie/1678510.shtml), nelle mani di chi chiedeva aiuto (http://urbanpost.it/parigi-attacco-terroristico-tweet-di-un-presunto-ostaggio-assaltate-il-teatro-fate-presto-e-una-carneficina) o filmava l’attacco in diretta, ma anche nel profilo Facebook (http://www.lastampa.it/2015/11/14/tecnologia/facebook-attiva-la-funzione-per-ricercare-persone-a-parigi-e-rassicurare-gli-amici-fBaepSxiZsQitR93QlycRN/pagina.html) di chi rassicurava gli amici confermando di stare bene. Lo saranno poi nei volti di tutti coloro che si tingeranno dei colori della bandiera francese, come dimentichi delle vittime di Beirut (http://www.aljazeera.com/indepth/features/2015/11/letter-beirut-bomb-151115074258067.html) e Bamako  (http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/20/foto/mali_attacco_all_hotel_radisson_a_bamako_le_immagini_da_twitter-127773403/1/#3), figlie forse di un dio minore, certamente meno connesso, meno sul pezzo.

Se davvero, come diceva Warhol, ogni uomo può avere il proprio quarto d’ora di celebrità, mai mezzo fu più adatto del web per ottenerlo. E mai pretesto fu più nobile dell’ergersi a paladino della giustizia, della libertà e della democrazia, diritti sulla bocca di molti, ma nel cuore di pochi.

foto20320-20zdt_zpsthxsgzke

Nell’era in cui a tutto corrisponde un’immagine, il vero tabù è non mostrare. Il veto della visione si è sciolto in virtù di una libertà d’espressione che vede nel mezzo di comunicazione la sua massima aspirazione. E così – si facciano da parte i deboli di cuore – negli ultimi anni la violenza sul web si è fatta carne e la guerra ha assunto le forme di un film d’azione, dove al protagonista si sovrappone il carnefice. L’Isis, che oggi più che mai è sinonimo di terrore, ha compreso e sfruttato appieno l’energia comunicativa che la rete mette a disposizione, progettando video magistralmente montati, per ottenere il massimo effetto sul pubblico. I giustizieri si rivolgono direttamente agli spettatori e nulla viene censurato, la morte si fa protagonista indiscussa di uno scenario progettato per essere apocalittico e spaventoso.

foto20420-20zdt_zpswskd2dqk

L’Isis, tuttavia, è solo una delle valvole di sfogo di una tale, strumentalizzata, crudeltà. Ad Abu Ghraib, i soldati e le soldatesse americani non si sono dimostrati più misericordiosi, torturando i prigionieri come i cattivi in un videogame. E, come cacciatori trionfanti con in mano la preda esangue, hanno immortalato i festeggiamenti per la vittoria con foto e selfie dei loro umani e succubi trofei.

Tutto sembra far parte di un surreale circolo vizioso, in cui l’arte imita la vita e la vita tenta di superare l’arte, in un crescendo d’orrore. Ma se nulla può essere più spaventoso della  presa di coscienza di un mondo in balìa della guerra, onnipresente sugli schermi di pc e televisioni, come può l’arte visiva riproporre violenza e paura ad uno spettatore tanto allenato? Se la realtà supera ogni fantasia e la vita si gioca online, per i media la finzione non è più sufficiente. È necessario tingerla di reale, per catturare l’attenzione di un pubblico sempre più pretenzioso.

La violenza, in quanto declinazione dell’animo umano, si esprime in molteplici forme. Che si parli di guerra e torture, macelli (https://www.youtube.com/watch?v=rSwY3-Y906g), mobbing (https://de.wikipedia.org/wiki/Cyber-Mobbing) o bullismo (http://www.giovaniemedia.ch/it/opportunita-e-rischi/rischi/cyberbullismo.html), oggi tutto ha un suo possibile profilo social. E, se un tempo si consacravano appositi luoghi pubblici per sfruttare appieno la forza espressiva della crudeltà (vedi le voci roghi, patiboli, colosseo), oggi la violenza invade la sfera privata di ognuno approfittando dei nuovi e potenti mezzi di comunicazione. Così, i social network si ritrovano ad essere, tra le altre cose, culla dei peggiori link del terrore e dell’odio: dalla medicina alla politica, fino ai conflitti mondiali, tutto, ma proprio tutto, è fonte di preoccupazione per gli abitanti del web. Alla luce degli attentati terroristici di Parigi, ma si potrebbero citare anche quelli avvenuti a Londra, New York e non solo, una sorta di terrore mediatico ha iniziato a serpeggiare laddove vi era il terreno fertile perché ciò sfociasse in odio e razzismo. Un terrore che ha segnato un punto di non ritorno, anche per l’arte, veicolo ideale per un messaggio ad effetto.

 Ma tutto ciò è ineluttabile? Va dunque accettato passivamente come inevitabile connotato della contemporaneità oppure esiste un margine per una riflessione sull’odierno rapporto tra i nuovi mezzi informatici e l’esibizione della brutalità umana? Qualche secolo fa l’Illuminismo tolse dalle piazze europee il macabro spettacolo delle esecuzioni capitali, di cui per secoli si erano nutriti, supinamente, gli uomini del passato. Ciò avvenne all’esito di una riflessione che aveva portato a ripudiare l’ostentazione della barbarie. Oggi che la sete di scoop e di denaro hanno trovato il modo di riportare in scena il medesimo spettacolo si impone una riflessione analoga, che si proponga di coniugare la necessità di riportare al mondo la verità con il recupero di un’etica della visione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...