Ash vs Evil Dead: la morte ti fa bella

di Pasquale Severino

Ci eravamo lasciati nel 1992, dopo un viaggio nel tempo, un “dammi un po’ di zucchero, baby”, uno scontro con il proprio doppio e il ritorno al presente e al quotidiano. Dopo aver sconfitto l’Armata delle Tenebre, Ash non si sarebbe più fatto vedere. Ma il bello degli eroi, e anche degli anti-eroi, è che prima o poi qualche nuova impresa li costringe a riprendere in mano le armi, anche se svogliatamente. È grazie a questa legge sempiterna che oggi possiamo apprezzare la prima stagione, ancora inedita in Italia, di Ash vs Evil Dead.

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Il ritorno allo schermo di Ash Williams è un concreto, cruento, frenetico esercizio di coolness  della diade Campbell-Raimi, che in dieci episodi ha (quasi) completamente fugato i dubbi di chi credeva che la saga Evil Dead non avesse il propellente necessario per scrollarsi di dosso le polveri accumulate in ventitré anni di stop e librarsi, traslare, dal grande al piccolo schermo, da un epoca a un’altra, rapportandosi con palati spettatoriali mutati nel tempo, nuovi registri e dilazioni narrative.

A Raimi non serve una tediosa retrospettiva sui trascorsi del suo leading actor (che pancera di pelle e rughette d’espressione a parte, appare intonso e subito pronto all’uso), piuttosto preferisce andare subito al sodo. Il meraviglioso pilot, diretto da Raimi, fa da incipit alla storia, formando una sorta di continuum diegetico dai contorni ancora fumosi, che pur pregno di quadri esplosivi, in cui il sangue scorre copioso, non lascia presagire il tracciato long running dell’epopea di Williams e compagni, i suoi ipotetici svincoli narrativi.

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Ciò che conta è invece fondare un’estetica, palesare la rosa di elementi e linguaggi cardine tramite cui le peripezie di Ash si susseguono e ci vengono mostrate, riducendo al minimo l’intreccio e facendo vorticare comicità splatter, uno slapstick di respiro grottescamente esilarante , shaky cam, jumpscare ben manovrato e mai fine a sé stesso; tutti colori sulla tavolozza di Raimi, che appare regista ispirato e solido quanto demiurgo di una comicità demenziale con cui fu già in grado di soverchiare i canoni di un genere cinematografico.

Ispirato dunque, si diceva, l’uomo con la macchina da presa in questo primo(e ultimo, per quanto concerne la sua direzione diretta) episodio, quanto i registi che ne raccoglieranno il testimone in quelli successivi.

Il prodotto è stupefacente per la sua capacità di passare dal tono un po’ più crepuscolare e canonicamente horror, riscontrabile nelle vicende di uno dei centellinati comprimari di Campbell, il detective Amanda Fisher, a quello propriamente camp e goliardico che caratterizza il main character e i suoi fidi alleati, Pablo e Kelly, interpretati rispettivamente da un brillante Ray Santiago e da una, a volte, macchinosa Dana Delorenzo.

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Comprimario dilagante, ospite attesissimo e onnipresente è sicuramente, come già detto, il sangue (non Lucy Lawless, la cui presenza è un altro punto di forza della serie e il cui personaggio riserverà non poche sorprese) che battezza i protagonisti come il petrolio di There Will Be Blood, in una cerimonia in cui passato e presente si incontrano commistionandosi, dove è un moderno time warp a sancire il tanto a lungo agognato ricongiungimento di Ash con la sua amata, devastante motosega da polso.

In questo stupendo serial è infatti l’innovazione tecnica ad asservirsi al recupero dell’elemento passato, nostalgico, e non viceversa, in una miscela che non trasuda forzata pretestuosità ma profuma d’omaggio ad un fenomeno di culto eighties, rivitalizzato prima che rivisitato,attraverso una regia sempre accurata e non scevra di virtuosismi (meravigliosa la sequenza del primo episodio in cui la torcia della detective cadendo a terra rotea lentamente, creando un ansiolitico gioco di luci).

Cosa ci ha insegnato Ash vs Evil Dead dopo una stagione? Cosa ci insegnerà? Qual è il suo effettivo apporto al panorama seriale contemporaneo? Ovviamente è ancora prestissimo per dirlo, difficile non interrogarsi su quella che sarà la resa di Raimi e compagni nel lungo, ardimentoso tracciato del serial, di fronte al progressivo saturarsi dei “fatal flaws”, al problematico mantenimento della tensione drammatica, l’avvizzimento, l’annaspare fra i flutti dell’impianto dei caratteri, alla delinearizzazione psicosomatica come mantra inderogabile.

Certo è che “Chi ben comincia è già a metà dell’opera”, e per l’ultima fatica di Sam Raimi era difficile immaginare una prima stagione più deflagrante, pulp e ben riuscita.

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