L’ARTE DELL’ETERNO RITORNO (parte 1): quando il remake investe l’universo della serialità.

di Francesca Mottola

 

Quella del remake è diventata negli ultimi anni una vera e propria arte e non c’è dubbio che siano gli americani a imporsi come maestri. La rinascita hollywoodiana di film europei è una storia di lunga data, che ha spesso visto i prodotti derivati eclissare la fama di quelli originali grazie a budget superiori, cast di grande appeal e massicce campagne di promozione. Grazie all’ovvio vantaggio di proporre dei concept di già testato successo, privi dei rischi comportati dalla creazione di prodotti ex novo, la pratica del remake si è recentemente imposta come vero e proprio trend anche per quanto riguarda l’universo della serialità, con risultati altalenanti e critiche consistenti a quello che viene accusato essere un mediocre rimedio ad una dilagante crisi delle idee del settore.

A volte ritornano, ma è davvero necessario?

Le operazioni di remake di serie straniere da parte degli americani hanno generato prodotti quanto mai diversi gli uni dagli altri, e va sottolineato, non sempre i risultati sono stati negativi. A questo proposito è doveroso citare tra le operazioni dagli esiti più fortunati Homeland  Caccia alla spia (2011 – in corso), basato sulla serie israeliana Hatufim – Prisoners of war creata da Gideon Raff, e The Bridge (2013 – 2014), remake americano della serie televisiva dano-svedese Bron, prodotta a partire dal 2011. In questi due significativi casi il rifacimento è riuscito ad apportare modifiche sostanziali al prodotto di partenza garantendone un successo di pubblico e di critica. La motivazione alla base di queste produzioni sta nella necessità di adattare i concept originali  rendendoli più appetibili attraverso scelte di cast, location e tematiche maggiormente familiari e comprensibili per il pubblico americano. Da questo punto di vista la scelta di calare le narrazioni di Homeland The Bridge in una cornice culturale e geografica più accessibile risulta giustificata.

Homeland

Lo stesso non si può dire per un discreto numero di serie europee adattate recentemente dagli Stati Uniti, in cui le logiche che guidano la produzione del remake risultano incomprensibili da molteplici punti di vista. E’ il caso della serie britannica Broadchurch (2013 – in corso; https://www.youtube.com/watch?v=HOnus6OvViM ), trasposta negli Stati Uniti con il titolo Gracepoint ( https://www.youtube.com/watch?v=R9vpVgYBVnI nel 2014. L’annuncio del remake americano della serie ha suscitato sin da subito numerose polemiche, soprattutto da parte di chi aveva amato la serie originale e non sentiva alcun bisogno di un rifacimento dopo così breve tempo. Nonostante ciò la presenza dello stesso autore (Chris Chibnall) e dello stesso attore protagonista (lo scozzese David Tennat), oltre che la promessa di un finale di stagione alternativo rispetto all’originale, avevano generato un discreto carico di aspettative, prontamente deluse da un prodotto che si presenta sin dall’episodio pilota come privo di una personalità propria. Il remake americano prodotto dalla Fox si configura come una riproposizione pedissequa (fatta eccezione per alcune modeste modifiche) della serie originale.

Broadchurch_Gracepoint

La domanda sorge spontanea: qual’è il senso del creare un remake-fotocopia? Nel caso di Broadchurch è difficile far valere le motivazioni sopra citate, legate alla necessità di modellare il contesto culturale/geografico della serie originale sullo spettatore americano medio. Broadchurch era già stato trasmesso da BBC America riscuotendo notevole successo, e non va dimenticato il favore di pubblico e di critica incontrato da serie smaccatamente british come Sherlock e Downton Abbey. La logica che sembra aver guidato la Fox in questa operazione sembra dunque risiedere unicamente nella volontà di sfruttare una matrice narrativa di successo proponendone un adattamento di poco successivo alla messa in onda dell’originale e senza dubbio non indispensabile.

Il caso di Broadchurch/Gracepoint rappresenta in maniera emblematica la tendenza americana contemporanea alla cannibalizzazione dei prodotti seriali europei, che genera risultati spesso infelici. La necessità di trasporre il già visto, il già raccontato nella realtà americana viene accompagnato in questi casi da una totale mancanza di elementi innovativi che giustifichino l’operazione.

Ancor più eclatante a questo proposito risulta il caso della trasposizione americana della fortunata serie francese Les Revenants https://www.youtube.com/watch?v=kuuCjumml3Q ), creata da Fabrice Gobert per Canal+ e trasmessa a partire dal 2012. A sua volta adattamento del film di Robert Campillo Quelli che ritornano (2004), la serie di Gobert è composta da otto episodi, ambientati all’interno di una cittadina francese in cui senza ragione apparente delle persone prive di legami tra loro tornano dal mondo dei morti. Dopo aver conquistato la scena europea grazie ad una narrazione originale e curata in ogni suo aspetto che offre finalmente un’alternativa europea sul tema degli zombie, la serie debutta nel 2013 negli Stati Uniti sul canale Sundance Tv, seguita da un consistente numero di recensioni entusiastiche e dalla vittoria come migliore show drammatico agli International Emmy Awards. A distanza di poco meno di due anni giunge la notizia della messa in produzione del remake americano intitolato The Returned https://www.youtube.com/watch?v=q6mBnVE_gLM ), sceneggiato da Carlton Cuse (Lost e The Strain) e Raelle Tucket (True Blood). Uscito a marzo 2015, il risultato è fallimentare da ogni punto di vista: l’impianto narrativo è indebolito dalle fondamenta da performance attoriali anonime e inefficaci rispetto quelle del cast francese, l’episodio pilota stesso si presenta come un calco impoverito dell’originale.

Les ReventantsThe-Returned

Come nel caso Broadchurch/Gracepoint, il remake americano di Les Revenants risulta privo di elementi innovativi, sovrapponibile quasi integralmente all’originale. Di nuovo gli americani non riescono nell’intento di creare una copia all’altezza dell’originale né di prendere una strada differente discostandosi dalla narrazione di partenza e creando un prodotto dotato di personalità propria. Il successo dei prodotti originali costituisce senza dubbio il catalizzatore alla base della decisione di realizzarne un remake, ma la domanda (a cui i due casi citati sembrano dare risposta dopo pochi minuti di visione) rimane la stessa: nella maggior parte dei casi, è davvero necessario?

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