A Bigger Splash – Il cinema addomesticato della decadenza ai tempi delle rock star

di Stefano Monti

Dopo l’enorme successo ottenuto nel 2009 con Io sono l’amore e gli ultimi anni dedicati a progetti di taglio documentaristico (Bertolucci on Bertolucci, 2012) e alla realizzazione di cortometraggi per alcune fra le più importanti maison di moda internazionali (Walking Stories, 2013 per Salvatore Ferragamo, o ancora Destinée, 2012 per Cartier), il regista italiano Luca Guadagnino torna nelle sale – e al cinema di fiction – con A Bigger Splash, presentato a settembre fra i titoli in concorso alla Settantaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, film di produzione italo-francese liberamente ispirato al lungometraggio La Piscine, di Jacques Deray.

IMMAGINE 1 - Dakota Johnson

Luca Guadagnino, conosciuto dal grande pubblico italiano grazie al successo scandalistico di Melissa P. – tratto dal romanzo autobiografico Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire – e successivamente consacrato come autore di fama internazionale con Io sono l’amore, fischiato a Venezia ma apprezzato all’estero tanto da valere una Nomination per i migliori costumi ai premi Oscar del 2011, tornando al Lido veneziano non poteva che suscitare grande attesa e interesse, sia per la critica più esigente che per il pubblico semplicemente curioso.

Presentato quasi come il remake del film cult diretto nel 1969 da Jacques Deray – in cui alcuni fra i divi più iconici della storia del cinema quali Alain Delon, Jane Birkin e Romy Schneider, immortalati sotto il sole di un’estate sregolata e lussuriosa in Costa Azzurra, si imposero all’attenzione grande pubblico come sex-symbol – A Bigger Splash si inserisce in un contesto estetico particolarmente delineato, rubando addirittura il titolo ad una famosissima stampa del 1967 di David Hockney, artista fra i maggiori esponenti della Pop Art anglosassone degli anni sessanta.

La vicenda raccontata da A Bigger Splash non è particolarmente complicata, anzi, forse è fin troppo semplice, o almeno abbastanza da annoiare lo spettatore speranzoso. Reduce da una delicata operazione alle corde vocali, la leggenda del rock Marianne Lane (Tilda Swinton, amica e musa del regista) decide di trascorrere la sua estate da convalescente in una lussuosa ed elegante villa sull’isola di Pantelleria, oziando tranquillamente insieme al giovane (e follemente innamorato) compagno Paul (Matthias Schoenaerts), fotografo e documentarista. Tuttavia, l’arrivo inatteso di Harry (Ralph Fiennes), produttore discografico nonché ex-amante di Marianne, accompagnato dalla giovanissima figlia (l’ormai onnipresente Dakota Johnson), fra un tuffo in piscina e grandi classici in vinile porta lo scompiglio dal quale la coppia aveva in ogni modo cercato di scappare. È l’occasione perfetta per mettere in scena la graduale decadenza della vicenda privata e collettiva dei quattro protagonisti, che nel corso dei 120 minuti del film, circondati dagli sfondi suggestivi di un mare cristallino che taglia in due l’orizzonte (forse l’unica, vera costante del film), si perdono progressivamente in un ginepraio ingiustificato di passioni indomabili, torbidi segreti e prevedibili ritorni di fiamma, rigorosamente mascherati da occhiali da sole specchiati e gioielli sfarzosi.

“D’estate muoio un po’…”, avrebbe asserito Malika Ayane.

Costruito su simili premesse, fin dalla diffusione delle prime immagini promozionali era inevitabile che l’orizzonte d’attesa del pubblico s’instradasse verso un tipo di cinema alquanto particolare e riconoscibile, di taglio inevitabilmente glamour, di moda e alla moda, con una spiccata presenza autoriale. La stessa pubblicità del film, scegliendo di appiccicare le quattro figure plastiche degli attori principali su di uno sgargiante pastiche di colori e disegni caricaturali, pone fin da subito l’accento sul lato più kitsch e propriamente estetico del prodotto e volendosi concentrare esclusivamente sull’obiettivo estetico, la missione non può dirsi compiuta. Ma se dal punto di vista visivo il lavoro di Guadagnino si rivela indubbiamente fino e ricercato, in grado di immortalare i suoi eccentrici soggetti in inquadrature fotografiche davvero accattivanti, d’altra parte la macrostruttura stilistica e narrativa del film purtroppo tiene in piedi la storia con molta fatica, incespicando in cambi di trama ingiustificati e cigolanti e non curandosi sufficientemente della coerenza psicologica dei suoi personaggi. L’impressione complessiva è che A Bigger Splash, nasca, cresca e corra senza la minima consapevolezza della direzione in cui sta andando.

A ben poco vale la difesa di un cast dalle capacità straordinarie, complice purtroppo nel partecipare passivamente a una vera e propria parata di banalità: la continua ostentazione del nudo integrale di tutti i protagonisti, un inspiegabile bacio che da salvifico si trasforma improvvisamente in omoerotico, fino alla rockstar Tilda Swinton vestita e truccata come David Bowie, probabilmente un occhiolino meta-cinematografico alla celebre amicizia e somiglianza fra l’attrice e il Duca Bianco (ma anche al concerto di Jovanotti del 26 giugno a San Siro, l’occasione in cui, come comunicato prontamente ai giornali, si sono svolte le riprese).

L’introduzione del messaggio sociale, forse agli occhi degli autori una mossa furba e intelligente, infligge così il colpo finale: la questione immigrazione, introdotta dai servizi di un telegiornale lontano e disinteressante, viene affrontata per la prima volta di petto (in tutti i sensi) nella seconda metà del film da una Dakota Johnson che, dopo aver provocato maliziosamente chiunque, dovunque e comunque, indossando senza reggiseno un leggero top in pizzo, diventata improvvisamente pudica copre il seno davanti ai cinque ragazzi di colore incontrati fra i cespugli. Un messaggio che termina il suo triste percorso attraverso le parole del personaggio più macchiettistico del film: il maresciallo Corrado Guzzanti, più interessato ad un autografo che al grottesco svolgimento delle indagini, costruito sulle stesse maschere rese celebri dalle interpretazioni televisive del suo attore.


IMMAGINE 2 - Photocall Venezia

Quella de ‘La Piscine’ è una storia vista mille volte. Io ho invece cercato di filmare l’invisibile, il desiderio che produce tutto, anche conseguenze estreme. Poi ho ritratto l’isola, la pioggia, il calore, ma non il film di Deray” (Il Fatto Quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/06/festival-venezia-2015-cast-stellare-per-a-bigger-splash-di-guadagnino-da-tilda-switon-a-ralph-fiennes/2013461/): si è difeso con queste parole il regista, dopo le prime critiche giunte a Venezia sul film.

A sua difesa, sperando che sia stato mosso da nobili intenzioni, c’è da riconoscere che A Bigger Splash si sforza davvero di ritrarre l’interiorità problematica delle macchinazioni di una mente umana, ma nel farlo commette il grande errore di dimenticarsi della credibilità di quelle stesse ‘estreme conseguenze’ di cui parla il regista. L’impressione finale è che, forse inconsapevolmente, non sapendo come gestire lo spazio dell’inconscio, Guadagnino si nasconda dietro all’ostentazione di uno stile di vita lontano e seducente, di cui subisce evidentemente il fascino, tuttavia insufficiente a scatenare un interesse più profondo nel pubblico. E il risultato è un sontuoso monumento votato al culto di una superficialità rivendicata, difesa e sfoggiata, che si libera in un’estetica narrativa esagerata e coloratissima – qui come non mai, evidentemente formatasi nel mondo della moda – ma che a poco serve se non compensata da una maggiore consapevolezza comunicativa.

“We’re all obscene. Everyone’s obscene!”

A Bigger Splash è un progetto interessantissimo, nato dalla mente di un grande appassionato di cinema e cultore dell’immagine, ma in fin dei conti è un’occasione persa: troppi clichés e troppo semplici vincono sulla personalità dell’autore, in un continuo gioco di campo-controcampo e immotivati sguardi in camera che spinge a domandarsi se una visione personale e non ricalcata su altri esempi effettivamente ci sia, esista, o se perlomeno non sia troppo debole o pigra per esprimere al meglio sé stessa. La sicurezza artistica, d’altronde, è un pregio soltanto quando non chiamata a difendere un’arrogante mancanza di umiltà.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...