Le cose belle del cinema. Uno sguardo lì dove ve ne sono pochi

di Giovanni Timpano

Nel 1998, sul set del film Il mio nome è Nico Cirasola, inizia la collaborazione artistica di Giovanni Piperno, romano, classe 1964, e Agostino Ferrente, foggiano, classe 1971. Entrambi documentaristi, realizzeranno in co-regia tre film: Il film di Mario (1999), Intervista a mia madre (2000) e Le cose belle (2013). Caratterizzate da una grande trasparenza stilistica e da una semplicità narrativa che non risulta mai banale, queste opere vanno ad ampliare, purtroppo, la vasta schiera di film poco conosciuti dal grande pubblico. Risulta fondamentale, proprio alla luce di questo limite, moltiplicare i punti di vista critici su di un certo cinema documentario italiano, che merita assolutamente di essere scoperto.

Il film di Mario. Mario Giammaria lavora per sedici ore al giorno come custode di un piccolo presepe costruito nel centro di Bari. Il suo sogno, tuttavia, è fare l’attore.

Cose belle 1

Al centro del film vi è un fondamentale problema etico: come approcciare una realtà che tende continuamente a celarsi dietro la messa in scena? Possiamo rileggere Il film di Mario, infatti, come una continua opposizione di due forze autoriali. Da una parte troviamo Piperno e Ferrente, che vorrebbero restituire un’immagine fortemente carismatica del protagonista, dall’altra, invece, c’è Mario, che tenta in ogni modo di offrire una versione melodrammatica di sé. La scelta stilistica adottata dai registi è dunque quella di spezzare in due la narrazione, separando il loro film su Mario da quello che è, a tutti gli effetti, il film di Mario.

A livello estetico l’opera è caratterizzata quasi interamente da riprese con camera a mano e a colori, in cui l’enfasi è posta sull’esuberanza del protagonista nell’affrontare, sempre col sorriso, le difficoltà della vita quotidiana. Nel finale, tuttavia, l’aspect ratio muta in un 1,33:1 e l’immagine passa al bianco e nero, mimando, in tutto e per tutto, le inquadrature classiche del cinema muto, con tanto di didascalie. Il documentario lascia il posto ad una fiction carica di pathos, in cui Mario, riproponendo i meccanismi della pantomima, salva il bambin Gesù dalle mani di un ladro.

Uno dei tratti caratteristici del cinema di Piperno e Ferrente è la loro totale disponibilità ad un confronto diretto con la realtà, offrendo ad essa un posto privilegiato nelle loro opere, perfino a costo di penalizzare parzialmente la propria potenzialità artistica. Limitare il desiderio di Mario, d’altronde, equivarrebbe a limitare la realtà stessa.

Ciò che più colpisce ne Il film di Mario, quindi, è il profondo rispetto dimostrato dai registi nel trattare una storia tutt’altro che idilliaca, non scadendo mai nella derisione o nella critica sociale. L’impressione che si ha è che Piperno e Ferrente adattino lo stile del film alla purezza del protagonista, in modo che lo spettatore possa innamorarsi soprattutto della sua forza vitale.

Cose belle 2

Intervista a mia madre. Quattro bambini napoletani, con il pretesto di intervistare le rispettive madri, offrono uno sguardo sulla loro adolescenza. Dopo diversi anni, Le cose belle racconta come sono cambiate le loro vite.

Intervista a mia madre palesa, prima di tutto, l’incredibile disponibilità da parte dei bambini ad interagire con la macchina da presa e con i registi. Il cinema piomba nella città, provocando una diffusa curiosità nella società che esso osserva, tanto che spesso, quasi come un punctum barthesiano, la realtà invade l’inquadratura, provocando la gelosia dei bambini, che si sentono derubati della scena.

Questi ultimi, d’altronde, apportano un contributo personale all’opera, impugnando la camera durante le interviste e moltiplicando di conseguenza gli stili di ripresa. Quello che ne risulta è un film che alterna alle immagini dei registi tutta una serie di inquadrature amatoriali, che nel complesso restituiscono uno scorcio della città di Napoli.

Ancora una volta, Piperno e Ferrente rispondono positivamente agli stimoli del reale, riuscendo a costruire una sorta di racconto corale, nel quale sembra vi siano sempre, in potenziale, nuovi stimoli all’osservazione. Proprio per il suo essere anche un film alla portata di un bambino, Intervista a mia madre riesce, inoltre, a esplorare in profondità le vite dei protagonisti, evidenziando quanto disincantato sia, in fondo, il loro sguardo al futuro.

Ne Le cose belle, se da una parte i registi hanno optato per uno sguardo più distaccato sulla realtà, dall’altra il passaggio all’età adulta dei protagonisti sembra aver privato la macchina da presa di tutta l’attrattiva esercitata un tempo su di essi. Le precedenti inquadrature, dinamiche e colme di brio, lasciano il posto ad uno stile di ripresa molto più statico e riflessivo, che forse meglio si adatta alla nuova routine dei quattro giovani.

Fortemente provati, non solo a livello fisico, dal vivere in una società, di cui, forse, non fanno ancora parte, i protagonisti sembrano lottare quotidianamente per andare avanti. Lo sguardo di Piperno e Ferrente, tuttavia, è ben lontano dall’essere compassionevole. I registi intervengono, invece, nelle storie di questi giovani, tentando di esibire, attraverso la purezza e la semplicità delle immagini, l’incredibile dignità che continuano a riconoscere in essi.

Tutti e tre i film presi in esame ruotano intorno a delle figure particolari. Mario, Fabio, Enzo, Adele e Silvana sono dei sopravvissuti della società, persone che hanno conservato la propria innocenza, a dispetto di un contesto corrotto, che probabilmente li avrebbe voluti criminali. Nelle immagini si potrebbe forse riscontrare uno sguardo che non è così lontano da quello che Pier Paolo Pasolini rivolgeva alla grazia dei borgatari romani de La ricotta, di Accattone e di Mamma Roma. Nonostante le numerose difficoltà, infatti, questi ragazzi sono in fondo custodi di un qualcosa di altrettanto sacro: la speranza.

Sebbene Le cose belle sia stato presentato in alcune sale italiane e in qualche temerario cinema all’estero, riscuotendo un certo successo, alcuni dei film realizzati anche individualmente da Piperno e Ferrente mancano in realtà di un’effettiva distribuzione. Spesso, infatti, la visione delle loro opere è limitata alle retrospettive di alcuni Festival o a sporadici eventi, organizzati da agguerrite cineteche. Si tratta, d’altronde, di film assolutamente non di nicchia, che potrebbero facilmente intercettare l’attenzione anche di uno spettatore medio.

Da sempre, purtroppo, il cinema oppone le grandi produzioni e distribuzioni di fiction, all’universo molto meno ricco, ma non di contenuti, del genere documentario. In un’intervista rilasciata a Biografilm Festival, Ferrente stesso, che progettava Il film di Mario come un film di finzione, accusa ironicamente Piperno di averlo condotto sulla cattiva strada e definisce il documentario <<la rovina di entrambi dal punto di vista economico>>.

Se la rivoluzione digitale ha aperto le porte del cinema, un tempo blindatissime, praticamente a tutti, le possibilità che un giovane documentarista riesca a vedere il proprio film sul grande schermo sono, purtroppo, ancora molto scarse. Non sembra corretto, dopo tutto, ridurre il poco successo di questo genere cinematografico ad una questione di gusti del pubblico, avendo quest’ultimo poche possibilità di approcciarsi adeguatamente ad esso.

Forse il destino di alcuni piccoli capolavori è di rimanere per sempre nell’ombra. Su di un cartellone promozionale di Biografilm Festival, tuttavia, c’era un post-it con su scritto: <<Perché Il film di Mario non ha vinto l’Oscar?>>.

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