Rams: l’essenzialità stilistica a confronto con l’isolamento sociale

di Giovanni Timpano

Realizzato in un contesto come quello islandese, in cui la produzione cinematografica è tra le meno prolifiche dell’intera Europa, il secondo lungometraggio di finzione del regista Grímur Hákonarson conduce lo spettatore nel territorio più rurale dell’isola, dove la desolazione ambientale fa da sfondo ad un profondo e radicato isolamento sociale e culturale. Vincitore del premio Un Certain Regard alla 68a edizione del Festival di Cannes e scelto per rappresentare l’Islanda agli 88esimi Accademy Awards, Hrútar (2015; Rams – Una storia di due fratelli e otto pecore) è un film raffinato, in cui, attraverso una difficile storia di amore fraterno, il regista veicola l’attenzione su di una realtà ancora legata alla pastorizia e alla terra, che sembra essere sfuggita miracolosamente a qualsiasi forma di contaminazione da parte della società di massa.

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Gummi e Kiddi, due fratelli che non si rivolgono parola da quarant’anni, devono affrontare un’epidemia ovina e il conseguente ordine governativo di soppressione delle loro pecore di razza rarissima.

Il carattere più evidente dello stile di Hákonarson è certamente la ricerca di un assoluto minimalismo. Il film è attraversato quasi interamente da un alternarsi di inquadrature fisse, che solo di rado si evolvono in brevi carrellate laterali e verticali oppure in zoom di estrema lentezza, che si dispiegano per tutta la durata dell’inquadratura stessa. Il regista sembra rifuggire qualsiasi forma di virtuosismo a favore di uno stile di ripresa che appare molto più statico e osservativo.

La desolazione del territorio islandese è evidenziata, a livello visivo, con delle immagini filmiche che, quasi sempre, ospitano al loro interno non più di un essere umano. Non vediamo che qualche lontana figura, a piedi o in automobile, perfino quando le inquadrature in interni lasciano il posto a riprese paesaggistiche di più ampio respiro, in cui ogni prevedibile panoramica è sostituita da una rigorosa staticità della macchina da presa. La fotografia, che predilige principalmente colori freddi o spenti e una luce tenue, sembra conferire, inoltre, una certa neutralità alle immagini e omologare tutto ciò che le attraversa: le case, gli esseri umani, gli animali esibiscono, infatti, i tratti della desolazione naturale che li circonda. Si potrebbe rintracciare il tentativo da parte di Hákonarson di attribuire al film un’impronta documentaristica, costruendo le immagini come una sorta di testimonianza visiva dell’isolamento sociale di alcune aree del proprio Paese.

Il minimalismo caratterizza anche la sceneggiatura, che porta sullo schermo una storia semplice e lineare, senza eclatanti colpi di scena, e che si dispiega soprattutto a livello visivo. Il regista, infatti, riduce all’estremo sia il numero che la lunghezza dei dialoghi, preferendo affidare alle immagini la caratterizzazione e la successiva evoluzione emotiva dei protagonisti. Ciò influisce chiaramente anche sul ritmo generale del film, che risulta, dunque, estremamente lento, se non addirittura immobile, anche perché supportato da una colonna sonora che alle volte non va oltre le solitarie note di un pianoforte.

Rams – Una storia di due fratelli e otto pecore propone una sottile comparazione tra l’essere umano e l’animale. Quegli arieti, cui fa riferimento il titolo originale, sono forse gli stessi Gummi e Kiddi, due fratelli burberi e testardi, che anche nell’aspetto trasandato delle barbe e dei capelli folti ricordano vagamente le loro pecore. Le inquadrature, che, come abbiamo detto, rifuggono un’eccessiva presenza umana al loro interno, presentano invece i protagonisti circondati dalle loro greggi, fino quasi a confonderli visivamente con esse.

Le pecore rappresentano a tutti gli effetti l’unico reale interesse della società messa in scena, nonché il punto focale dell’intera opera. Esse sono trattate da Gummi al pari, se non addirittura meglio, degli uomini stessi, destinatarie spesso di una comunicazione verbale, che invece esclude totalmente Kiddi. Se il dialogo tra i due è, infatti, pressoché nullo, le esigue interazioni che li riguardano sono tra l’altro filtrate, a livello visivo, dal vetro di una finestra o da un cannocchiale o ancora mediate da un cane pastore, di cui si servono come postino. Il film propone, dunque, una sorta di distaccamento, anche fisico, tra gli uomini, accentuando invece il rapporto affettivo tra i protagonisti e i loro animali. In un contesto in cui non vi sono bambini e in cui le interazioni sociali sono ridotte all’estremo, sembra, insomma, che solo la riproduzione delle pecore permetta agli abitanti di perdurare nel tempo.

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L’essenzialità stilistica di Hákonarson riflette, quindi, in modo efficace, la condizione sociale che caratterizza la piccola realtà in cui vivono Gummi e Kiddi. Si potrebbe, d’altronde, rileggere l’epidemia che minaccia una razza ovina rara, come l’effettivo rischio di estinzione, cui vanno in contro alcune comunità rurali islandesi. L’ossessione dimostrata per la sopravvivenza degli animali cela forse in sé lo stesso fortissimo desiderio di sottrarre se stessi alla contaminazione della società occidentale, alla globalizzazione.

Nel finale, tuttavia, il tono del film muta totalmente. Gummi, che aveva nascosto otto pecore in cantina, fugge insieme al fratello nella notte per condurle sulle montagne e salvarle così dall’estinzione. Le inquadrature diventano più brevi, dinamiche e si susseguono con un ritmo frenetico, mentre l’immagine è attraversata da un vento sempre crescente che ostacola quasi totalmente la visione. Tutti gli elementi si fondono in un’unica massa bianca all’interno della quale vediamo sparire prima le pecore e poi i due fratelli, abbracciati in un cubicolo nella neve.

Nell’ultima inquadratura il minimalismo di Hákonarson raggiunge l’apice. La nudità dei corpi dei protagonisti porta al limite l’essenzialità degli uomini, rinchiusi in una tomba bianca, in cui ogni connotazione spaziale e, di conseguenza, anche temporale, è perduta. Il regista sembra letteralmente dissolvere nel nulla la realtà dei pastori islandesi, suggerendo forse l’imminente futuro, cui sono irrimediabilmente condannati.

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