Snoopy and friends. I Peanuts ritornano

di Carolina Altilia

“Radio, cinema, tv.. Niente potrà fermarci!” Così disse Lucy in quella seconda trasposizione cinematografica dei PeanutsUn bambino di nome Charlie Brown del 1969. E in effetti, dopo ben 65 anni dalla nascita delle strisce a fumetti di Charles M. Schulz, si può dire che la piccola e bisbetica Lucy non avesse poi tutti i torti.

Peanuts tornano alla ribalta nel 2015 con il quarto lungometraggio intitolato Snoopy and Friends, diretto da Steve Martino (già regista di Ortone e il mondo dei Chi? e L’era glaciale 4).

Pubblicati per la prima volta nel 1950, i Peanuts hanno una lunga storia interrotta nel 2000 con la morte di Schulz, e una grande fama che ancora si fa spazio ai giorni nostri.

Peanuts significa letteralmente “noccioline”, cioè piccolezze. Schulz, infatti, disegna e scrive le piccole cose dell’esistenza, “noccioline” per l’appunto, che ci mostrano che anche chi non compie nessun viaggio, anche chi non cresce, non evolve, o chi percorre una strada e non ottiene nulla, chi fallisce, è comunque portatore di una qualche forma di bellezza e di significato. E per esprimere ciò, Schulz fa uso di una comicità slapstick, ovvero una comicità elementare che sfrutta il linguaggio del corpo e si articola intorno a gag semplici ma efficaci.

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La storia dunque continua. Prima con Happiness is a warm blanket, uno speciale televisivo uscito nel 2011. (https://www.youtube.com/watch?v=9f7qzAR8nMc) E ora, Snoopy, munito di sciarpa e occhialoni, torna sul grande schermo a bordo della sua Sopwith Camel, nonché la sua cuccia rossa, a combattere contro quel terribile crucco del Barone Rosso, urlando ancora “Curse you, Red Baron” (“Accidenti a te, Barone Rosso”). Il candido bracchetto “tutto fare”, “l’asso della prima guerra mondiale”, torna a intrattenerci insieme al suo piccolo amico Charlie Brown, sfortunato, imbranato e inadatto a ogni tipo di successo. Un Charlie Brown che, proprio come sempre, proietta quel senso di inadeguatezza rispetto a un mondo in cui invece tutti sembrano avere uno scopo e una consistenza.

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Restando fedele alle dinamiche ormai consolidate di tutti i personaggi, Martino ha dato (ancora una volta nella storia) movimento ad un fumetto memorabile, intessendo con agilità e intelligenza gli elementi che hanno reso immortali i Peanuts: l’ironia, l’immaginazione, l’imbarazzo esistenziale, i tormenti dell’infanzia, le tradizioni dell’America anni ’50, la “presenza” in fuori campo degli adulti ridotta ad un cacofonico “bla-bla” a suono di tromba. Perfino, le inquadrature sono frontali, per riprendere la visuale fissa delle vignette, e in alcuni punti compaiono anche i caratteri tipografici tipici del fumetto (per esempio, quando Snoopy racconta una delle tante sue storie avventurose).

Ma più di ogni altra cosa, tornano quell’umorismo e quella filosofia cardini dei Peanuts, fondati sul contrasto tra l’esistenza di Snoopy in un mondo di fantasia e la vita terrena di Charlie Brown. Se il primo è un bracchetto dalle doti più inaspettate (ballerino, giocatore di baseball, pilota della prima guerra mondiale, e così via), il secondo è un bambino capace di una infinita determinazione che comunque non gli basta per evitare il fallimento. Charlie Brown adora il baseball, ma è un pessimo lanciatore; è appassionato di aquiloni, ma non riesce a farli volare. E tuttavia, nell’ultimo lungometraggio, il bambino di terza elementare – che si innamora di una bambina dai capelli rossi e alla quale vuole dimostrare di essere capace in qualcosa -, pur ostacolato da varie difficoltà, giungerà prima e con più leggerezza al suo riscatto.

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L’eco del fumetto si fa dunque sentire, seppure mancano alcuni elementi: gli agganci all’attualità, le spigolature psicanalitiche (infatti, Linus e le sue riflessioni con la coperta in mano risultano qui più marginali), e soprattutto il senso di ineluttabilità nel destino tragi-comico di Charlie Brown. E a Martino bisogna riconoscergli il merito di aver elegantemente attenuato tali componenti, attualizzando il prodotto e rendendolo fruibile per le esigenze del pubblico moderno. Quelle “piccolezze” si trasformano in un qual modo in “leggerezze”, così che il bambino meno riflessivo della società attuale possa essere intrattenuto con 92 minuti di cartone animato.

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 È proprio il caso di citare di nuovo la cinica Lucy, con la frase che chiude il film: “Sei sempre pieno di sorprese vecchio Charlie Brown”.

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