The Lobster: l’umanità alla deriva tra satira sociale e risate amare

di Francesca Mottola

Vincitore del Premio speciale della giuria al 68esimo Festival di Cannes, il terzo lungometraggio di Yorgos Lanthimos indaga il tema della solitudine e della difficoltà delle relazioni, servendosi di un umorismo nero che mescola un’ironia pungente ad un sarcasmo dai toni gelidi. Il giovane regista greco, nome di punta di quella che è stata definita la new wave greca di cui fanno parte anche Alexandros Avranas (Miss Violence) e Athina Tsangari (Attenberg), entrambi passati per il Festival di Venezia, dipinge l’affresco di un’umanità che ha deviato da ogni sentiero tracciato dalla civilizzazione e dalle convenzioni che cementano la convivenza sociale; un mondo in cui prevalgono il surreale e il grottesco, che diventano nell’opera di Lanthimos espressione della bestialità e della crudeltà dell’uomo.

 

 

“Hanno il sangue blu, come i nobili, e mi è sempre piaciuto il mare”. Con queste parole David, architetto di mezza età interpretato da un finalmente in parte Colin Farrell, motiva la scelta di divenire un’aragosta nell’infausta eventualità che non trovi una compagna entro quarantacinque giorni. In un futuro non troppo lontano è questo infatti il tempo massimo che è possibile trascorrere in solitudine, prima di venire arrestati e deportati all’Hotel, struttura dedicata alla ricerca di un partner tra gli altri ospiti. Tra la ricerca di assurde caratteristiche comuni con eventuali compagne, rituali stranianti (come la caccia ai single evasi dalla struttura per guadagnare giorni di permanenza extra) e una galleria di personaggi in bilico tra il tragicomico e il grottesco, The Lobster propone allo spettatore una riflessione caustica e arguta sulla schizofrenia delle relazioni moderne, che il regista greco conduce per allegorie immediate ed eloquenti, disturbanti nella loro bellezza formale e nella loro ingegnosità.

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Dopo Kidontas, (conosciuto col titolo inglese Dogtooth) vincitore del premio Un certain regard al 62esimo Festival di Cannes e poi candidato come miglior film straniero agli Oscar del 2011 e Alps, (in concorso al Festival di Venezia nel 2011 e vincitore di un premio alla sceneggiatura, Lanthimos gira per la prima volta un film di respiro internazionale, in lingua inglese, con un budget nettamente superiore rispetto ai lavori precedenti e un cast di star hollywoodiane, tra cui oltre al già citato Colin Farrell spiccano Lea Seydoux (La Vita di Adele e prossimamente in 007: Spectre), John C. Reilly (Magnolia, Gangs of New York, Carnage) e Rachel Weisz (Oscar come migliore attrice non protagonista nel 2006 per The Constant Gardener – La cospirazione).

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Il regista greco mescola registri differenti, spaziando dai toni da black comedy al dramma dalle derive distopiche. Non vi è nulla di futuribile o fantascientifico in The Lobster però: ogni elemento della messa in scena rimanda all’attualità, agli aspetti più sgradevoli del banale quotidiano. La regia, come negli altri film di Lanthimos, è volutamente statica, asettica; i movimenti di macchina sono ridotti al minimo e la predilezione per le inquadrature frontali, insieme alla recitazione fredda e impersonale di tutto il cast e a una fotografia dai colori completamente desaturati da vita ad un quadro dalla raggelata bellezza visiva.

L’ironia amara e ll sense of humour nerissimo adottate dal regista sorreggono la particolare struttura di The Lobster, facendo da collante tra la prima parte del film, ambientata nell’Hotel, che colpisce per l’originalità dello spunto narrativo e la precisione drammaturgica della messa in scena, e la seconda parte, in cui il protagonista fugge dalla struttura e si unisce ai Solitari, un gruppo di ribelli rifugiatisi nei boschi, le cui regole si riveleranno ancora più crudeli e rigide di quelle da cui è fuggito.

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The Lobster parla del nostro tempo, racconta una società che attraverso i suoi codici e le sue forme standardizzate e controllabili castra il singolo individuo, portando al parossismo i concetti di legame, solitudine e, sopratutto, di relazione.

Lanthimos non fornisce alcuna risposta rispetto alle domande che la narrazione pone sui temi della sopravvivenza, della sessualità e dell’amore, del controllo, della solitudine e delle logiche repressive del potere. Ne risulta un senso di forte disorientamento, in cui i piani di lettura si accavallano ed emerge prepotentemente l’impressione della perdita definitiva di ogni riferimento, e di ogni speranza di redenzione per il genere umano.

Di fronte a tutto ciò, in fondo, non risulta poi così brutta l’idea di essere trasformati in un’aragosta.

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