The Walk: sul filo di un esperimento realizzativo

di Pasquale Severino

Il vuoto rappresenta nella sua inviolabilità, nella sua magnetica vastità, una paura ancestrale ed ingiustificabile dell’uomo, perchè a spaventare non è l’abisso in sè, ma la possibilità di precipitarvi. Ci vuole dunque coraggio per diventare dominatori dell’aria e sfidare il vuoto, danzarvi sopra, facendo di ogni passo un altrui sospiro di trasalimento, di ogni istante un guanto di sfida alla caduta, all’imprevisto, alla morte,a chi come me dopo il decimo piano di un palazzo a guardare giù la vista rotea come a James Stewart in Vertigo.

Ci vuole coraggio ma anche paura, e rispetto, mai arroganza.

Ci vuole equilibrio.

Philippe Petit è un fulvo sessantaseienne del sud della Francia che negli anni settanta coltivava l’hobby di comparire sulla cima di edifici terribilmente alti per compiervi traversate su cavo metallico tutt’altro che autorizzate, la sua vicenda lo rende celeberrimo, le sue imprese oggetto di culto culminante nel pluripremiato documentario Man on Wire ; di uno di quei registi che agli ultimi Oscar ha dimostrato di saperci fare, specie con la Academy , James Marsh ,e ovviamente nel nostro oggetto d’analisi, The Walk di Robert Zemeckis.

Skyline

The Walk è sicuramente un film-evento, in un’accezione tuttavia differente da quella classica del termine, è un biopic che raggiunge il suo acme narrativo e concentra tutta la sua potenza espressiva nel realizzare e nel realizzarsi della celebre passeggiata sul World Trade Center dell’agosto del ’74, si lega cioè a doppio filo ad un avvenimento in senso stretto,il grande sogno del protagonista,e alla ricerca e attesa spasmodica della sua realizzazione, e facendo ciò sembra dimenticarsi di omogeneizzare la pregnanza delle varie fasi, l’attrattiva esercitata dalle sue diverse componenti.

Aequilibrium

La presentazione del personaggio e delle battute iniziali della sua parigina carriera di funambolo sembrano un più o meno celato omaggio alla comicità di un certo cinema muto, al performing fisico fulcro della poetica di Buster Keaton e Chaplin(il primo più che il secondo); Zemeckis opta per un commento musicale parecchio bohémienne e un montaggio scorrevole, di respiro ampio, impreziosito da quadri in bianco e nero parziale, tuttavia la ricostruzione della personalità di Petit è rocambolesca,frettolosa, e le centellinate pose di un quantomai solido ed accattivante Ben Kingsley nelle vesti di mentore del protagonista, non sopperiscono alla velleità nella costruzione dei suoi comprimari, deboli narrativamente e affetti tutti da inspiegabile, ingiustificata e intermittente poliglossia.

Kingsley-zemeckis

Per essere un film che fa del vuoto e del suo attraversamento la principale linea guida, The Walk è una pellicola piena: di intermezzi comici o forzatamente empatici poco utili e riusciti, che fuorviano anziché alleggerire, di scompensi nell’equilibrio che a differenza del suo interprete principale la pellicola sembra faticare a trovare, di interventi costanti dell’ammorbante voice over del protagonista, che complica il godersi dei picchi di suspencee l’immedesimazione in quella infinita e nobile solitudine del funambolo, descritta ampiamente da Petit stesso nell’autobiografia di cui Zemeckis ritesse le trame.

The Walk è esso stesso una lunga, meditabonda traversata, fra due compiante icone del nostro tempo, del protagonista verso i suoi sogni, fra continenti, verso il riconoscimento della sua arte sublime perchésovversiva;una traversata più o meno riuscita a seconda dei frangenti, il superbo digitale gli permette di saettare con agilità estrema dall’estremità all’altra del un cavo, dalla platea gremita che quattrocento metri sotto Petit si divora le dita al volto decontratto del performer, ricostruisce un ambiente fotograficamente incredibile, propone un uso peculiare ed intrigante degli sfondi nelle riprese “aeree”, dove coinvolge ed evoca un pieno, disarmante senso di vertigine in una messinscena ripensata che scardina la distanza diegetica colpendo lo spettatore, trasportandolo sensazionalmente dove i confini fra reale e fittizio s’assottigliano via via, ma c’è dell’altro.

Il distacco che nessuna computer grafica può colmare, è quello fra le anime degli astanti e Gordon-Levitt, i suoi complici, l’incolmabile interstizio fra i caratteri di questa pellicola e chi la osserva, lodandone la magnificenza tecnica ma corrugando la fronte davanti alla sua poca e abbozzata umanità, la profondità dell’abisso terrorizza i sensi ma a sipario calato svanisce; ed è ancora una volta il vuoto a permanere, quel vuoto che il cinema contemporaneo troppo spesso si lascia dietro.

Deep

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