“All Monsters are Human”: il cannibalismo stilistico di Ryan Murphy

di Stefano Monti

Nell’epoca dell’opinionismo social dilagante sugli schermi degli smartphone, nel discorso sulla serialità televisiva c’è un nome, da una parte istigatore di reazioni rabbiose, dall’altra occasione per una forma quasi malata d’idolatria, che puntualmente accende la miccia di un’animata discussione. Pur essendo riconosciuto da tutti come imprescindibile, il dibattito non conosce tregua, continuando negli anni a rigenerare la polemica a cui sembra condannato. È uno dei casi mediatici più interessanti degli ultimi anni, il padre di alcune tra le esperienze più sperimentali e crudeli del panorama televisivo, politicamente scorretto e irresistibile. Per chi non fosse stato abbastanza attento, è l’inarrestabile, seducente caso di Ryan Murphy.

Ryan Murphy nasce nel 1965 nella periferia puritana e bacchettona di Indianapolis, in una famiglia cattolica e conservatrice. Appassionato di teatro e costume, mentre i suoi compagni giocano a calcio trascorre l’infanzia davanti ai film di Barbra Streisand, spendendo la maggior parte del tempo con la nonna, che di continuo lo incita a fare della sua diversità un vanto (“[…] my grandmother raised me […] and at a very early age she said to me: ‘Don’t be ordinary, because that’s boring. I wish I had not made the mistake of being conventional. You’re different’”; http://www.vogue.com/865309/ryan-murphys-hope-is-american-ready-for-the-new-normal/). È ancora un giovane e inesperto giornalista del The Miami Herald quando, probabilmente senza troppe aspettative, nel 1999 decide di sottoporre un suo script al signor Steven Spielberg: ancora non sa che, spedendo quella busta, sta compiendo il primo, fondamentale passo di una scalata professionale che, nel giro di quindici anni, lo avrebbe trasformato in un indiscusso sovrano della serialità internazionale.

Dalla messa in onda del primo show da lui firmato, Popular, gli schermi televisivi americani hanno visto le creature dell’universo murphyano succedersi e migliorarsi, abbracciando e mischiando generi diversi (dalla comedy all’horror) e sviluppando un linguaggio radicale, costituito di più forme artistiche, sempre legato ad una fondamentale radice di cultura contemporanea. Il controverso Nip/Tuck, il fenomeno Glee, i capolavori antologici di American Horror Story, o ancora il pluripremiato film The Normal Heart o la neonata Scream Queens, sono solo alcuni dei grandi titoli nel suo curriculum. Prodotti caratterizzati dalla specifica marca stilistica del loro autore, ma forti di un enorme successo di pubblico, che oggi si rivelano esperienze fondamentali per discutere lo sviluppo del racconto audiovisivo: in un panorama che favorisce le meteore, l’aspetto più interessante di questa progressiva crescita artistica non è l’analisi di uno stile in senso stretto, quanto piuttosto l’essere riuscita a comunicare con un linguaggio talmente marcato da diventare riconoscibile, anche per lo spettatore comune.

In quanto autore televisivo (titolo che ancora in molti faticano a riconoscergli, nonostante il premio assegnatoli nel 2013 dal Paleyfest) è stato definito in vari modi, criticato in molti di più, ma di Mr. Murphy non si può dire che non sia un pioniere.

La sua esperienza sul grande schermo è limitata alle trasposizioni cinematografiche di due romanzi (Running with scissors, 2006; Eat, Pray, Love, 2010), ma entrambi i risultati, prodotti fondamentalmente commerciali, dal punto di vista artistico sono argomenti di scarso interesse. Al contrario, i numerosi esperimenti televisivi, a prima vista fra loro incompatibili, ad un occhio più attento si rivelano un coro di voci distinte e particolari, ma accomunate da un unico grande imperativo: l’eccesso. L’estetica di Ryan Murphy è indubbiamente orientata all’esagerazione, verso quella che si potrebbe definire una sorta di ‘perversione glamour’. Se ne potrebbero scrivere pagine intere, ma per avvicinarsi a un approccio più critico e oggettivo è fondamentale sapere che il suo stile è cannibale: divora tutto ciò che incontra, si serve della celebrità, del gossip, di quello che appartiene ai particolari mondi finzionali generati dalla sua mente, così come di ciò che ne sta fuori, ai confini. Se ne appropria con forza e re-impasta il materiale recuperato per restituire un prodotto invasivo e accattivante, così da superare i limiti stessi di un pubblico che, dal canto suo, il più delle volte rimane atterrito.

In un contesto simile, la figura della diva incarna alla perfezione la risposta alle necessità del suo autore, che fin dagli esordi ha posto la star, soprattutto femminile, al centro delle sue rappresentazioni. Una ricerca evidente fin dalla bellissima Kimber  di Nip/Tuck , sostenuta nel telefilm dalla scelta di guest stars come Joan Rivers  e Catherine Deneuve, quindi sviluppata nell’elaborazione del personaggio di Rachel Berry in Glee ed esasperata nella straordinaria presenza scenica di Jessica Lange in American Horror Story, fino ad approdare in una delle sue espressioni più compiute nella Contessa di American Horror Story: Hotel, interpretata da Lady Gaga, di cui sfrutta la reputazione e l’immagine di performer “extra-ordinaria”.

Imparando costantemente dal passato, Murphy si dimostra un abile ragno tessitore che ogni volta approda a una dimensione nuova della rappresentazione del contemporaneo, nel contemporaneo. Rispettando alcuni fondamentali della sua tecnica espressiva: strizza l’occhio allo spettatore, nelle scelte registiche come nella scrittura, con dialoghi frenetici e ricchi di battute di forte impatto (come dimenticare il momento in cui, in American Horror Story: Freakshow, Elsa Mars denigra lo strumento televisivo?), servendosi della cultura presente e passata, dei generi e dei luoghi comuni, palleggia con le aspettative e le conoscenze del suo pubblico, alternandone i sentimenti di soddisfazione e frustrazione. Ciò che i prodotti di Murphy restituiscono è la funzionalità, un’artificialità che, unita all’artificiosità, compie un passo successivo e si trasforma in godimento estetico perverso, per la gioia del voyeurismo del pubblico che, come da copione, non può resistere ad una nuova, autolesionista violenza visiva.

                                                       

Murphy vuole tutto – e tutto ottiene. Con all’attivo due serie televisive, a cui a febbraio si aggiungerà lo spin-off American Crime Story – che promette di essere una nuova, audace scalata antologica verso i crimini più affascinanti della storia americana – e un nuovo progetto musicale in cantiere con Gwyneth Paltrow, non ha intenzione di mollare la presa. E se, per una disgraziata ragione, le sue piccole e arroganti creature dovessero sparire dai palinsesti nel giro dei prossimi mesi, Ryan Murphy non sarà dimenticato, non potrà essere dimenticato! Con nostro piacere o immenso dispiacere, quella che ha avviato è una vera rivoluzione televisiva, dell’immagine, influente, manipolatrice, presuntuosa. Ma efficace: perché a dispetto di chi accusa in lui la ragione principale della decadenza delle sue serie (che dopo il pilot tendono spesso a perdere il  fascino iniziale), Ryan Murphy sa quello che fa.

 “I am the male Lady Gaga,” he says at one point. “Please write that.” (Vogue, settembre 2012)

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