Inside Out: la rivoluzione triste ai tempi della dittatura di Gioia

di Giovanni Timpano

Sembra evidente, fin dalla prima visione, che Inside Out, nuovo lungometraggio d’animazione firmato Pixar Animation Studios, non sia semplicemente l’ironico frutto di una mente fantasiosa. La Pixar, che per la sua realizzazione si è avvalsa del supporto di un team di psicologi, ricerca un solido supporto scientifico al proprio controverso tentativo di affrontare il tema delle emozioni umane. Quello che ne risulta è un film estremamente complesso, che non si sottrae, ovviamente, ad aspre critiche.

Inside Out 1

Inside Out ci mostra letteralmente tutto quello che passa per la testa della piccola Riley, quando mamma e papà decidono di lasciare il Minnesota per trasferirsi a San Francisco. A livello visivo, la sua mente appare sullo schermo come un centro operativo perfettamente funzionante e strutturato. Ogni abitante è anche un suo operaio e svolge, al ritmo di una normale routine, il compito che gli è stato assegnato. Con un citazione metacinematografica, ad esempio, la creazione dei sogni mima alla lettera la produzione di un film, con regista, attori e grandi star alle prese con la macchina da presa e gli effetti speciali.

In un quartier generale sopraelevato e dotato di una console di comandi troviamo Gioia, Rabbia, Paura, Disgusto e Tristezza: le incredibili prosopopee delle emozioni di Riley. Tutte con un proprio colore specifico e una personalità particolare, esse convivono insieme all’interno di un piccolo spazio familiare, sottoposte alle tirannica supervisione di Gioia. La falla nel sistema, tuttavia, c’è, è blu, sempre stanca e odia l’interattività. Tristezza è inutile e deve essere isolata.

Inside Out 2

Nonostante la Pixar mantenga da sempre uno stretto rapporto con il pubblico dei più giovani, le emozioni della piccola Riley solo ad uno sguardo estremamente distratto possono risultare come gli inermi burattini colorati di un racconto infantile. All’uscita nelle sale americane, nel giugno del 2015, il film ha infatti creato non poco sconcerto tra le migliaia di genitori che si sono ritrovati spettatori di un mondo fatto di sofferenza, di distruzione, di perdita. Le critiche variano dalle lodi alla Pixar, considerata una fucina di geni, fautori dell’ennesimo capolavoro d’animazione dell’età contemporanea, alle accuse di aver realizzato un film estremamente deprimente, assolutamente non adatto ai più piccoli e perfino da bandire ad un pubblico al di sotto dei 14 anni.

La domanda che bisognerebbe porsi a questo punto non è se il film sia adatto o meno a dei bambini, ma fino a che punto, nella società attuale, un adulto sia disposto ad accettare la situazione narrativa di Inside Out.

Inside Out 3

Proviamo a rispondere partendo da un’analisi del giornalista australiano James Douglas in un articolo dal titolo The Pixar Theory of Labor (http://www.theawl.com/2015/07/the-pixar-theory-of-labor). Alla base della trama di ogni film Pixar, secondo Douglas, vi sarebbe la necessità di trovare un’utilità sociale ad un personaggio apparentemente inutile. Questa ricerca si tradurrebbe sempre, alla fine, nell’ottenimento di un lavoro. La Pixar, dunque, sposerebbe in toto gli ideali del Capitalismo.

Accettando che anche Inside Out muova dallo stesso pretesto e raggiunga lo stesso obiettivo, in un contesto in cui la forza lavoro diviene il metro di giudizio più efficace per valutare l’utilità sociale e la dignità umana, quale dovrebbe essere, dunque, la funzione di Tristezza? È l’unica emozione cui è vietato gestire i comandi e ogni sua azione nel film porta i caratteri di un ostacolo ricorrente e inaccettabile al perseguimento del reale obiettivo del quartier generale: rendere felice Riley. Tramite un uso espressivo del colore, inoltre, ogni repentina insorgenza del blu nella proiezione di un ricordo avverte lo spettatore che l’ennesimo disastro è stato compiuto. Emarginazione, reclusione e, in fondo, umiliazione, tutto pur di permettere alla tirannia di Gioia di perdurare inalterata

Nonostante Inside Out esibisca i meccanismi interni della mente umana, forse il suo interesse primario è di carattere sociologico. Lo spazio-tempo abitato da Gioia e Tristezza, infatti, non è che una rappresentazione animata della società contemporanea e quindi, piuttosto, un “Outside In”. Al pari della realtà, nella mente di Riley, il tempo scorre frenetico al ritmo della fabbrica, di un treno che passa troppo presto, di una sveglia notturna. Tristezza è perennemente stanca, lenta e indecisa, tutti fattori che riducono la forza attiva dell’uomo, la sua capacità produttiva. Gioia chiarisce: non c’è tempo per questo! Il risultato è palese. Nel mondo dei trofei Gioia si aggiudica il primo premio, Tristezza solo un premio di consolazione.

L’impressione che si ha è che la tristezza rappresenti una sorta di cancro da estirpare al fine di raggiungere un ulteriore traguardo per la perfezione umana. I media e i social network, nuove vetrine della società, non fanno che fomentare quest’amara illusione, proponendo di continuo un’ossessiva ostentazione di felicità e di successo in cui la tristezza, quando c’è, serve ad aumentare lo share e va compatita, sempre per ribadire la propria superiorità emotiva.

Ammettendo pure che la giustificazione della tristezza sposi i fini del Capitalismo, poiché un uomo triste è pur sempre più produttivo di uno apatico, l’interpretazione più semplice che Inside Out sembra proporre è che al pari delle altre emozioni, la tristezza serva soprattutto a riconferire umanità e limitatezza all’uomo. Esattamente come le isole che rappresentano la personalità di Riley la rendono…Riley! Sotto questa luce, ristabilire la dignità sociale di Tristezza e riportare l’umanità a unico metro di giudizio dell’utilità dell’uomo sono forse i gesti più rivoluzionari che si possano compiere.

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