Sicario: aldilà del Bene e del Male

di Francesco Belliti

“Pensiamo che […] tutto quanto vi è nell’uomo di malvagio, di tirannico, dell’animale rapace e del serpente, serva all’elevazione della specie uomo altrettanto come il suo opposto” – Friedrich Nietszche

È forse vero tutto ciò? A rispondere a questa difficile questione ci ha pensato Denis Villeneuve con il suo ultimo lavoro: Sicario.

Sicario è innanzitutto un film concentrato sul concetto di “limite”. Un sinonimo di “limite” è la parola “confine”. Ed è appunto un confine geografico, quello tra gli Stati Uniti ed il Messico, a fare da sfondo alla cupissima storia di Kate Macer (Emily Blunt), agente FBI scelta per partecipare ad un’operazione segreta a fianco di due collaboratori, Matt e Alejandro, la cui identità è circondata da un alone di mistero. L’obbiettivo è la cattura di un boss del narcotraffico ormai latitante da anni. Il limite di cui parliamo si manifesta immediatamente nella presentazione dei tre personaggi principali. Kate segue le regole, il cosiddetto protocollo: la sconfitta del nemico deve passare attraverso la fedele osservanza della norma. La giovane agente si troverà però di fronte a due alleati che non la pensano esattamente come lei: sia Matt che, soprattutto, Alejandro hanno in mente un piano molto diverso da quello di Kate. Un piano che non prevede né regole né prigionieri. Il dilemma che si scatenerà in Kate è dunque questo: continuare l’operazione andando contro i propri principi o abbandonare la nave prima di rimanere definitivamente compromessa?

La prima sequenza del film mette subito di fronte alla crudeltà dell’(invisibile) avversario: decine di cadaveri murati nelle pareti di una casa ed una bomba pronta ad esplodere in faccia agli uomini di legge. Può un Male così sfrontato ed insofferente essere affrontato con l’unica arma del nobile idealismo? Che altro si può fare se non rivolgersi a qualcuno capace di commettere le stesse atrocità che si stanno combattendo, ossia a quel sicario che da il titolo al film? È da qui che il personaggio di Alejandro, interpretato da un magnifico Benicio Del Toro, inizierà il suo cammino di terribile e fredda retribuzione di violenza, mentre il machiavellico Matt (Josh Brolin) gli spianerà piano piano la strada. Possiamo già dedurre, da quanto abbiamo per ora detto, che in questa storia non c’è spazio per gli eroi: i personaggi principali di questo film, infatti, o non ne sono capaci o, semplicemente, non vogliono esserlo.

La violenza, la morale e l’assoluta dissoluzione della dicotomia Bene-Male è un tema che Villeneuve aveva già affrontato con successo in un altro bellissimo thriller, Prisoners. Se però, in questo precedente lavoro, la speranza nell’ordine sopravviveva nella figura di un indomito poliziotto alla costante ricerca della verità, Sicario serra a doppia mandata qualsiasi porta e non giunge a compromessi. Il confine non è posto in cui ci si può fermare a riflettere sulle implicazioni etiche: una volta superatolo, di fronte alle barbarie da guerra civile a cui si è costretti ad assistere, il gioco non ha più regole e solo chi è disposto a scendere sempre più in basso (anche sottoterra, di nascosto) può cavarsela. Ciò non significa che chi è pronto a fare questo passo sia meno umano di quelli che decidono di rimanere indietro: Villeneuve tende a rimarcare costantemente la profonda umanità di ciascun personaggio costruendogli attorno un background di motivazioni e soprattutto moventi che lo spingeranno fino alla fine del film. Questo forse è l’aspetto più interessante e, allo stesso tempo, inquietante di questa terribile storia di criminalità senza confini (e limiti).

Sicario è un film di spietata bellezza, un thriller di rara fattura. Villeneuve riesce a far parlare la macchina da presa immediatamente, inquadrando le immense ambientazioni che imprigionano i personaggi in un labirinto o in un inferno dantesco da cui non si riesce ad uscire. Arizona, Texas e Messico, sospesi ancora oggi tra il deserto selvaggio e l’urbano, fanno di Sicario un thriller con accentuati caratteri western. Ciò che rimane del genere principale è la tensione, calibrata con dovizia attraverso un costante sali e scendi di emozioni: ci sono momenti in cui essa è altissima ma non succede niente, altri in cui accade l’esatto contrario. La trama dissemina poi elementi per la strada mettendo lo spettatore su un costante “chi va là?”, l’azione è coinvolgente nelle scene di inseguimenti e l’uso del fuori campo è magistrale, oltre che impressionante nel momento dello scontro finale e risolutivo.

Villeneuve mette dunque a disposizione il pacchetto completo: una storia cupa e crudele raccontata efficacemente dalle immagini in movimento. In poche parole, mette in scena il cinema. Lo fa attraverso il suo classico linguaggio, fermando tutto e riflettendo su ogni azione e sviluppo. Non c’è eccessivo dinamismo, tutto quanto è svolto lentamente e crudelmente, a sottolineare la terribile freddezza dell’agire umano. Sicario è inoltre un film sociale ed antropologico, piuttosto che politico. Come mostra l’amaro finale, in mezzo a poteri pubblici e criminalità, ormai confusi tra loro, vi è un enorme moltitudine di persone che ogni giorno si spaventano per gli spari e non possono fare altro che vivere la propria vita, sperando di non sentirli troppo da vicino un giorno.

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