The Green Inferno: i cannibali siamo noi

di Francesco Belliti

“Mi sto chiedendo chi siano i veri cannibali”. Così finiva, ormai trentacinque anni fa, Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato. La frase era pronunciata da un atterrito professor Monroe dopo aver visionato una pellicola che mostrava la terribile morte di un gruppo di reporter per mano di una tribù di indigeni antropofagi. A questa domanda pone una risposta molto netta e tagliente il nuovo film di Eli Roth, The Green Inferno.

L’ammirazione di Roth per Deodato era risaputa da molti anni prima di The Green Inferno: un esempio eclatante può essere il cammeo che “Monsieur Cannibal” ha fatto in Hostel II (interpretando, tra l’altro, proprio un cannibale). The Green Inferno rappresenta un’operazione molto simile a quella fatta da Tarantino con Django Unchained, che omaggiava Sergio Corbucci attraverso però una storia completamente originale. Allo stesso modo quindi Eli Roth fa la sua reverenza a Deodato ma non realizza un remake. Il suo è un plot completamente diverso da Cannibal Holocaust, da cui prende solo il titolo del film e l’ambientazione amazzonica.

The Green Inferno ha avuto molti problemi ad uscire nelle sale di tutto il mondo poiché la Worldview Entertainment, casa di produzione del film, si era rifiutata di pagare tutta la campagna promozionale, facendo rinviare la distribuzione a data indefinita. Alla fine però, dopo quasi un anno di silenzio, viene ufficializzata l’uscita del film per il 25 settembre negli USA ed in Italia addirittura un giorno prima anche se vietato ai minori. Ma ne è valsa la pena aspettare così tanto? Per chi attendeva con trepidazione assolutamente si. Per chi non si aspettava niente di che, come il sottoscritto, invece ha avuto una bella sorpresa.

The Green Inferno è il miglior film di Roth ed anche il più politico. La sua ironia e la sua folle irriverenza trovano, in questo ultimo lavoro, il terreno adatto per lanciare un attacco alla società contemporanea, sia nelle sue manifestazioni capitalistiche che in quelle “pseudo- socialiste” di certa gioventù ipocrita ed appartenente alla stessa borghesia che dice di combattere. Gli studenti ambientalisti del film sono il chiaro emblema di una generazione viziata, imbelle e stolta. Ma ciò che fa più rabbia di questo coacervo di cretini è il loro mescolare l’interesse per la buona causa a quello personale della riconoscibilità e della pubblicità. Il loro finire, dopo un efficace e lineare prologo, nelle mani di indigeni antropofagi e subirne le vessazioni non muove (o almeno non dovrebbe muovere) di certo a pietà lo spettatore.

Il film, appena il ritmo della narrazione si alza, è un trionfo di gore: molte sequenze sono, infatti, visivamente impressionanti e truculente, in pieno stile Roth, il quale, al loro interno, inserisce il suo caratteristico black humour, attraverso piccoli intermezzi pieni di gag singolari ed irriverenti.  Ciò rende The Green Inferno un film davvero folle, così come il suo creatore. Ma come diceva Polonio nell’Amleto, nella “follia” di Eli Roth si può ravvisare del metodo. Dal punto di vista della regia, Roth evita nella maggior parte del film inquadrature fisse e si affida di più alla camera a mano. Ne deriva una fotografia poco pulita ed un effetto di rozzezza che era pienamente nelle intenzioni del regista. Lo stesso ricorso agli effetti speciali è molto controllato ed isolato a pochissime sequenze (anche se bisogna dire che la pantera in CGI non si può proprio vedere).

Se proprio si deve trovare un difetto a questo film forse si può parlare della recitazione per niente eccelsa di alcuni interpreti, anche se la trama con il suo progredire riesce a compensare le loro mancanze portandoli su un registro più sopra le righe (devono essersi divertiti molto a fare questo film!). Ciò però non toglie che i personaggi principali siano stati molto curati in sede di sceneggiatura: tutta la prima parte del film, ossia quella precedente alla partenza per il Perù del gruppo, riesce nel compito di dare una forte caratterizzazione ad ognuno di essi. Incredibile anche la capacità degli indigeni, conosciuti da Roth durante le riprese, nel calarsi nel ruolo di voraci cannibali (anche loro, si dice, si sono divertiti molto a recitare).

In definitiva, The Green Inferno è un buon film: un piccolo, eccessivo ed ironico trattato sulla crudeltà umana (ed anche sulla sua stupidità). Ma qual è la vera crudeltà? Quella degli indigeni che assecondano semplicemente la loro natura o quella degli occidentali che vogliono abbattere le loro foreste e speculare su di esse (non solo economicamente)? L’unica cosa certa è che, dopo questo film, all’uomo bianco un bell’esame di coscienza non glielo evita nessuno.      

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