Guy Delisle: un mauvais pére

di Michael Piscopo Filippi

L’ormai celebre fumettista canadese, Guy Delisle, dopo averci portato tra le porte di Pyongyang, Shenzen, Myanmar e Gerusalemme, torna a raccontare nel terzo attesissimo volume di Diario del cattivo papà le vicende che animano la sua vita (e quella dei suoi figli).
L’autore canadese in Italia è stato conosciuto tardi, purtroppo. Nel 2011 esce in Francia – per DelcourtCronache di Gerusalemme, che nel 2012 si aggiudica il premio per miglior opera al Festival international de la bande dessinée d’Angoulême, manifestazione dedicata al fumetto tra le più grandi in Europa – insieme al Lucca Comics & Games. Rizzoli Lizard decide quindi di pubblicarlo lo stesso anno della premiazione, e da lì in poi inizierà a ristampare i suoi (capo)lavori precedenti.

Possiamo inserire il lavoro di Delisle in quello che alcuni definiscono graphic journalism, assieme ad altri autori importantissimi come Joe Sacco e il nostrano Claudio Calia – recentissimo il suo ultimo lavoro Piccolo atlante storico dei centri sociali italiani. Delisle nei suoi lavori più acclamati  – Shenzen, Cronache Birmane, Pyongyang e per ultimo appunto Cronache di Gerusalemme – ci parla dei luoghi esplorati nei suoi viaggi (per lo più di lavoro) con estrema naturalezza e disinvoltura, ed un pizzico di ironia che non guasta.

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In queste opere di giornalismo grafico, su cui si è scritto molto e al quale Rizzoli Lizard ha dedicato un intera collana allegata al Corriere della Sera, emerge prepotentemente il carattere naïv dell’autore, il quale riesce a conciliare – non sempre – questo suo aspetto con la sua età, col fatto di essere padre e appunto di essere un occidentale in visita in luoghi che spesso vengono ignorati dai mass media.

L’autore carico di uno sguardo appunto occidentale cerca di analizzare il contesto in cui si trova e non sempre trovando le risposte ai suoi interrogativi. Egli parla con anima e corpo di maestose città talvolta sotto regime, come Pyonyang, ma comunque abitate da persone con usi e costumi altri, di difficile comprensione per un cittadino canadese.

Con lo stesso sguardo l’autore canadese cerca di farci immergere nel suo contesto, nella sua vita: cerca in qualche modo di renderci partecipi delle sue azioni – come se l’azione di disegnare la propria vita avesse una funzione catartica. Noi lettori comunque ci meravigliamo e ridiamo (o sorridiamo) per le sue atipiche gesta.

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L’ironia è un tratto che torna esuberantemente in Diario del cattivo papà, infatti non a caso l’opera viene chiamata così. Guy Delisle si presenta sì come un buon padre, sicuramente presente, ma ogni tanto non sa dosare il linguaggio con i propri figli, dicendo (e facendo) cose che solitamente si farebbero con un amico, per altro della stessa età s’intende.

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Un padre che si dimentica promesse o semplicemente si scorda di lasciare i soldi sotto il cuscino da brava fatina dei denti. Il libro non si pone quindi come una guida di modelli da fare/non fare ma semplicemente come – appunto – un diario, nel quale Delisle prende nota delle sue sbuffate con i bambini, dei suoi modi di comportarsi con loro, forse al fine di evitare di reiterarli – opzione che ci pare discutibile visto il traguardo del terzo volume.

 Se non aveste mai letto niente di Delisle allora vi sconsiglio di leggere il diario, ed avvicinarvi all’autore canadese per passi, partendo dai suoi lavori di graphic journalism. Se vi volete bene  comunque ve lo consiglio perchè ci sono dei grandi skecht che mettono veramente il buon umore. Se siete genitori leggetelo, male non può fare. Se siete già dei cattivi papà allora potreste confrontarvi.

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