Ida: due generazioni di donne alla ricerca di sé stesse

di Azzurra Pignotti

Ricerca di un passato sconosciuto per poter decidere del proprio futuro: da queste mosse prende avvio Ida di Pawel Pawlikowski. Il film, dopo aver fatto incetta di premi al European Film Award ha raddoppiato negli Stati Uniti conquistando il Golden Globe e l’Oscar come Miglior Film Straniero.

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Siamo nella Polonia degli anno ’60: Anna, una giovane novizia orfana, in attesa di prendere i voti, viene informata di avere ancora una parente in vita e su consiglio della madre superiora decide di andare a conoscerla. L’incontro con la zia Wanda le rivelerà una sconcertante verità: il suo vero nome è Ida ed è ebrea. La ragazza decide perciò di recarsi nei luoghi in cui è nata per pregare sulle tombe dei genitori, intraprendendo, insieme alla zia, un viaggio nella memoria di un paese ancora ferito dalla guerra che la aiuterà a decidere le sorti del suo futuro.

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Il regista, cresciuto prevalentemente nel Regno Unito, dopo un passato da documentarista e un paio di pellicole in lingua inglese, torna nel suo paese natale per girare il film grazie al quale regala alla Polonia il primo Academy Award in assoluto. Ma quella come miglior film straniero non è stata l’unica nomination per Ida, che competeva anche nella categoria della miglior fotografia nella quale è stato battuto (con poca sorpresa a dire il vero) da “Chivo” Lubezki per Birdman.

 Proprio la fotografia è uno dei punti di forza del film di Pawlikowski, girato in un bianco e nero digitale che conferisce al film un’atmosfera nebbiosa. Per buona parte del film infatti, il bianco e il nero sembrano sfumare l’uno nell’altro in modo da formare una sorta di aura grigia che circonda il paesaggio desolato nel quale si sviluppa la storia. È la Polonia rurale a fare da sfondo ad una sorta di atipico road-movie nel quale le due protagoniste si scontrano e si incontrano per ritrovare se stesse conoscendosi l’un l’altra.

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Ida e Wanda a prima vista non potrebbero essere più diverse: giovane, pudica e riservata la prima, forte, promiscua e ormai stanca la seconda. Anche il loro abbigliamento sembra evidenziare una certa distanza, infatti se la novizia indossa sempre il suo abito monacale color grigio chiaro e un cappotto ancor più tenue, la zia è sempre coperta da un soprabito scuro.

La differenza principale si nota però nel loro modo di stare al mondo, Ida sembra osservare la vita che le passa davanti con indifferenza mentre Wanda, donna del partito e giudice rispettato, si butta a capofitto nelle esperienza che questo viaggio le riserva cercando di trascinare con sé la fin troppo tranquilla nipote.

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Wanda è il personaggio meglio costruito dell’opera: nonostante il doloroso segreto che si porta dietro (e che ci verra svelato solo verso la metà del film) ha, fin dalla fine della guerra, tentato di rifarsi una vita, concentrandosi sul suo lavoro da giudice ma quando la conosciamo noi è il suo “male di vivere” che viene fuori. Beve troppo, persino quando deve guidare, non approva la scelta della nipote di prendere i voti e spesso si accompagna a uomini appena conosciuti.

La tranquillità di Ida viene lievemente turbata solo dall’incontro con un giovane musicista che la porterà a rivalutare la scelta che sta per compiere.

Per raccontare la sua storia, Pawlikowski sceglie di affidarsi al silenzio; le parole non dette infatti sono più di quelle pronunciate e lo svelarsi della trama è lasciato alle immagini.

I personaggi sono spesso ripresi in primo piano, immobili, con sguardi fissi che sembrano assenti mentre scorrono sullo sfondo paesaggi deserti e freddi. Queste inquadrature sono però sproporzionate: la figura umana è relegata agli angoli, sovrastata a volte da sterminata campagna e altre da imponenti architetture fin troppo simmetriche.

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Il ritmo è il ritmo tipico di un film polacco, la staticità prevale sul movimento anche se non mancano momenti più frizzanti accompagnati da musica jazz e pop (da notare l’inclusione di due celebri canzoni italiane) nei segmenti in cui Feliks suona con il suo gruppo.

Sono proprio questi i momenti che sollevano il film e ne muovono la trama provocando in Ida un turbamento che diverrà evidente solo nel finale.

La storia di dolore è perciò trattata con un misto di cupezza e svago, di immagini simmetriche e scorrevoli, su due binari paralleli che finiscono però per incontrarsi fino a mescolarsi. Così accade alle due donne che alla fine del viaggio sono diventano una persona sola: quando una esce dalla finestra, l’altra rientra dalla porta.

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