Viaggio a Kandahar

di Foad Abachi

Un racconto epico: un viaggio strutturato a tappe, o meglio, episodi; gli incontri con diversi personaggi, i travestimenti (burqha e barbe finte), una missione da portare a termine.

C’è, se vogliamo, anche il ricorso alla “pozione” – in senso proppiano – che è qui rappresentata dal piccolo registratore dove Nafas (la splendida Nelofer Pazira) racchiude attraverso la voce tutto il suo amore per la vita, al fine di salvare la sorella mutilata che non vuole più vivere. Inoltre, quello di Nafas è un vero e proprio nòstos, un ritorno alla terra che le ha dato i natali e dalla quale è fuggita emigrando in Canada e diventando giornalista. Di fatto, l’Afghanistan che si trova ad attraversare è una terra misteriosa e sconosciuta anche a lei: Nafas è una straniera nella sua stessa terra.

La posizione politica del regista è chiara (e per “politica” intendiamo finalmente qualcosa di più di uno sguardo di parte, filtrato – magari da un burqha!): opporre al fatalismo (religioso o ateo che sia) l’umanesimo, alla cieca rassegnazione che degrada, la speranza che rivitalizza e conferisce dignità, alla mutilazione fisica e spirituale, la decisione di arrivare in fondo al proprio viaggio.

Nafas vi arriva: al seguito di una processione per un matrimonio, in mezzo ad altre siassar, giunge in prossimità di Kandahar, ma è costretta a vederla tra i fori del burqha, in una splendida soggettiva claustrofobica che ostruisce lo sguardo.

Cala il tramonto. Non vedremo mai Kandahar, né vedremo la sorella di Nafas. Non ce n’è bisogno. Ciò che importa è metterci in viaggio, aprire gli occhi, parlare, riconoscere, ricordare.

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