Inherent Vice: il vizio del capolavoro post-moderno

di Valerio Greco

Dopo Il petroliere (un film sull’assenza di padri) e The Master (un film sull’assenza di madri), Vizio di forma potrebbe inserirsi in un percorso che tenta di rimettersi sulle tracce della “promessa americana” perduta.

La prima sensazione che si ha all’inizio, ma anche durante e alla fine del film, è smarrimento e divertimento di cui ci si inebria pienamente. Bisognerebbe riguardarlo – e non è un consiglio – dopo averlo assorbito per bene perché non è assolutamente semplice seguire l’intricata vicenda che il regista adatta dall’omonimo romanzo scritto da Thomas Pynchon.

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Adattare un qualsiasi romanzo scritto da Pynchon è una delle imprese più estreme che il cinema possa compiere: i suoi romanzi sono il simbolo della perfezione del postmodernismo (è uno dei massimi esponenti al mondo, ed è l’indiscusso maestro del virtuosismo canoro trasposto in parole) e le sue descrizioni sono così simili a delle trame cinematografiche da diventare subito delle vere e proprie imprese titaniche nella loro messa in scena.
Solo un regista indisciplinato come Paul Thomas Anderson poteva essere preparato ad un esercizio così arduo (la sua filmografia ne è una prova) riuscendoci alla perfezione. Lo stesso Anderson ha raccontato di averlo prima di tutto interamente riscritto sotto forma di una versione fedelissima della sceneggiatura e poi di aver cominciato a tagliare, a dargli forma – ma anche in maniera molto libera e sfoltita – del romanzo.

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Pur non essendo stato premiato con l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura non originale, Il regista riesce a dare vita a un lungometraggio ricchissimo di sfumature e dettagli, in grado di avvicinarsi con intelligenza a un periodo – a cavallo tra gli Anni ’60 e i ’70- caratterizzato da contraddizioni e cambiamenti. La messa in scena qui s’ispira totalmente alla destrutturazione satirica altmaniana e inoltre la contrapposizione dei personaggi è uno degli aspetti chiave del film, in particolare nel rapporto fra Doc Sportello e il poliziotto ‘rinascimentale’ e represso “Bigfoot” Bjornsen. Non bisogna distrarsi nemmeno un secondo o perderete completamente il filo degli eventi.
Riassumere la trama è una vera impresa, ma tentar non nuoce: Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un investigatore privato hippie dedito alle droghe, in particolare marijuana (e comunque lontanissimo dall’eroina). Riceve la visita di Shasta, una sua vecchia fiamma che non vede da un anno, la quale, prima di sparire nel nulla, gli chiede di proteggere il suo nuovo boyfriend, un costruttore miliardario di nome Mickey Wolfmann, perché la moglie e il suo amante hanno intenzione di farlo fuori e prendergli tutti i soldi. Il film è invaso dalla voce narrante di Joanna Newsom (Sortilège) che si infila nella mistery story tra Doc e la sua ex fiamma. Durante le ricerche, vissute come una questione di vita o di morte, l’investigatore privato inciampa in usurai, poliziotti anti-figli dei fiori (Christian “Bigfoot” Bjornsen, interpretato da Josh Brolin), detenuti con una svastica tatuata in volto, falsi bigliettoni da 20 dollari col ritratto di Richard Nixon, parecchi chili di coca, Pantere Nere, Fratellanza ariana, una corporation di dentisti killer nota come Zanna d’Oro, e il sassofonista surf Coy Harlingen sospetto defunto, in realtà in missione, sotto copertura, per il Governo interpretato da Owen Wilson. Come possiamo notare il postmodernismo regna intrinseco in ogni punto del film.

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Attraverso lafotografia caleidoscopicadi Robert Elswit (e usando alla perfezione la pellicola 35mm in un mondo ormai votato al digitale) siamo guidati in una foschia allucinogenadi unlabirinto psichedelico e paranoico. Il film è meticolosamente composto, a tratti bello da piangere. Le scene sono spesso risolte in una sola inquadratura piuttosto stretta su due personaggi.Il petroliereeThe Mastererano racconti imponenti, capaci di andare oltre ogni attesa, fino ad esplorare l’abisso dell’animo umano (la manipolazione e la sete di potere),Vizio di forma è invece un’odissea non meno affascinante e politica, ma capace di una malinconia ed una tenerezza estranee ai precedenti. Ripetiamolo: è assolutamente necessaria una seconda visione, altrimenti il rischio di perdersi nel labirinto mentale di una follia registica è molto alto.

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