Gomorra: il film

di Biancalisa Nannini

È il 2006 quando la casa editrice Mondadori pubblica il primo romanzo di Roberto Saviano: Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra. Il romanzo ha venduto oltre 2 milioni di copie solo in Italia ed è stato tradotto per 52 paesi. Dal successo letterario, nel 2008, è poi nato Gomorra, film di Matteo Garrone e successivamente, nel 2014 la serie televisiva in dodici episodi prodotta da Sky Italia, Gomorra – la serie.
Tutti e tre questi prodotti sono nati con l’intento di raccontare il male attraverso le sue diverse sfaccettature e da punti di vista diversi. Difatti se nel libro Roberto Saviano si erge a eroe del bene che vede, vive e infine denuncia tramite la scrittura le attività camorristiche, cercando di creare un forte senso di empatia e immedesimazione del suo lettore, nel film e nella serie tutto questo non esiste.

Garrone, quando è andato ad adattare il romanzo di Saviano, ha dovuto fare i conti con un immaginario iconografico molto forte e radicato nella mente di noi spettatori, quello del gangster movie, di Tony Montana, de Il Padrino, insomma, dell’epica moderna dell’uomo che costruisce da solo il proprio successo nella sua dimensione più cupa.
Come affronta Garrone questo immaginario? Se guardiamo la prima sequenza del film sembra che ci troviamo davanti al classico film di gangster, difatti la violenza viene spettacolarizzata attraverso l’ambientazione, le luci, enfatizzata dalla colonna sonora, molto legata all’ambiente nel quale ci troviamo, e dalla messa in scena che non regala niente alla fantasia dello spettatore. Se un secondo prima pensavamo di essere in paradiso, Garrone ci ricorda subito che siamo all’inferno, più precisamente a Gomorra, la città che nella Genesi viene distrutta da Dio per i peccati compiuti dai cittadini, ma che oggi, nel XI secolo, sembra essere tornata al suo antico “splendore”, ma stavolta del così detto Dio non c’è traccia.

La prima è l’unica sequenza che richiama alla mente dello spettatore l’immaginario creato dai gangster movie, creando un orizzonte d’attesa che poi non verrà rispettato. L’intento di Garrone è riscrivere l’immaginario legato alla mafia evitando di raccontare la storia di un boss o del suo entourage più stretto, spostando il focus su quelli che sono gli scarti della camorra, come i ragazzini che vogliono affiliarsi a un clan, o che immaginando, appunto, di essere Tony Montana, ne vogliono creare uno tutto loro.
Garrone utilizza uno stile nudo, anti-barocco ma dalla grande complessità estetica atta a costruire un ambiente realistico e non spettacolare che non vuole imporre un giudizio al pubblico, ma spingerlo a pensare e riflettere sulla questione della camorra. Nonostante la ricerca di Garrone di utilizzare uno stile documentario non rinuncia a creare una gerarchia di preferenza all’interno della narrazione che spinge ad empatizzare con i protagonisti delle vicende, quasi costretti dal loro destino a sottostare alle leggi della camorra.
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Dall’altra parte la serie elimina totalmente la figura del bene o di quello che potrebbe sembrare tale, in favore della creazione di un ambiente tanto più inquietante quanto familiare, in cui il male è tratteggiato dai contorni della routine.
A tale proposito parla Aldo Grasso scrivendo su IlGiornale.it: ” Il film è meglio del libro, la serie è meglio del libro e del film. Come se la materia subisse un lento lavoro di affinamento in una barrique mediatica. […] la serie ha questo di sconvolgente: l’inchiesta di Roberto Saviano raccontava il male generato dalla criminalità organizzata; qui, invece, il male perde i contorni rassicuranti dell’estraneo e ne acquista di più familiari, quelli che ci appartengono.
Tutto ciò è merito della scrittura capace di trasformare le Vele di Scampia in una lunga veglia nelle tenebre, in un’intollerabile monotonia del male. ”

Tutto questo lavoro è merito di Stefano Sollima, la cui figura è più simile a quella di uno showrunner che di un regista, che riesce a valorizzare al massimo il lavoro di sceneggiatura coordinato da Stefano Bisesi.
La più forte critica alla serie, però, riguarda proprio questa sua assenza di personaggi positivi, ma la risposta a queste è arrivata dallo stesso Saviano che ha scritto:

” Il peggior modo di raccontare il bene è farlo in modo didascalico. Tutti cattivi? Sì, in quel mondo non ci sono personaggi positivi, il bene ne è alieno. Nessuno con cui lo spettatore può solidarizzare, nel quale si può identificare. Nessun balsamo consolatorio. Nessun respiro di sollievo. Lo spettatore, in maniera simbolica, non doveva avere tregua, come non ha tregua chi vive nei territori in guerra. Quindi la visuale doveva essere unica. Nessuna salvezza per nessuno. Polizia, società civile, sono state messe in secondo piano perché così è nella testa dei personaggi che raccontiamo. Quindi nessuna via di fuga narrativa, nessuna quota di bontà pari a quella della cattiveria. ”
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Se da una parte la serie, al contrario del film, rispetta l’orizzonte d’attese creato dall’immaginario del gangster movie è anche vero che alcuni degli episodi citati sono realmente successi e ricercabili fra gli articoli di cronaca. Come l’episodio su Manu, nella realtà Gelsomina Verde, torturata e infine uccisa perché non sapeva o non voleva rivelare dove si trovasse il fidanzato, che ha inondato la rete di commenti scritti da chi si domandava se la vicenda fosse ispirata a fatti realmente accaduti e allo stesso tempo ha risvegliato il ricordo di chi quell’episodio lo conosceva già, come Marco D’Amore che in tv, ha vestito i panni del carnefice di Mina. Egli ha infatti dichiarato d’aver sofferto profondamente nel girare quella scena perché per certe storie, non basta un telecomando a spegnere il ricordo dell’orrore.

Serie e film, due prodotti diversi dedicati allo stesso universo. Due modi opposti di raccontare delle storie. Due stili, due mondi, due voci diverse che però lanciano all’unisono lo stesso grido contro un sistema che ha ucciso troppo.

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