Gomorra: in direzione ostinata e contraria

di Andrea Bianciardi

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione”.. Così canta De Andrè nella bellissima canzone  Smisurata preghiera e spesso mi rendo conto di trovarmi “in direzione ostinata e contraria”, proprio come canta il Faber, rispetto a quello che pensa il resto della gente su Gomorra.

Il pensiero comune sviluppatosi intorno a Gomorra – La serie è: «Questa serie tv è un capolavoro». Ho trovato con grande difficoltà qualcuno che osasse esprimere un giudizio diverso da questo: come se manifestare perplessità su alcune scelte narrative o di messa in scena fosse inopportuno. Di seguito una riflessione critica su alcuni aspetti di Gomorra – La serie che personalmente non mi hanno convinto.

Sia il film che la serie tv, tratti dal romanzo di Roberto Saviano, vengono presentati al pubblico come spaccati oggettivi di una realtà manifesta, il risultato di riprese naturalistiche quando, invece, sono entrambi (com’è giusto e ovvio che sia) opere di finzione. I due prodotti audiovisivi pur essendo basati su una situazione drammaticamente reale, sono sempre e comunque opere di fantasia e non il risultato di riprese effettuate con intento documentaristico. Per girare il film e la serie tv non è stata semplicemente posizionata la telecamera nel mezzo di Scampia e, in seguito, ripreso tutto ciò che “naturalmente” ed “oggettivamente” le passava davanti.

Garrone dice: «La materia da cui sono partito per girare Gomorra era così potente visivamente che mi sono limitato a riprenderla con estrema semplicità, come se fossi uno spettatore capitato lì per caso». L’occhio ingenuo, che guarda in maniera “semplice” e quasi “casuale” è un topos dell’opera documentaristica e non della fiction. Prendiamo, ora invece, una dichiarazione del direttore della fotografia del film di Garrone: «La macchina da presa è testimone degli eventi (…) narrandoli per quello che sono oggettivamente». Sollima, regista e showrunner della serie tv ha dichiarato: «La sfida era raccontare quel mondo in modo realistico. (…) Era necessario raccontare una realtà oggettiva».

Qualsiasi persona con un po’ di cultura sa che l’oggettività con la “o” maiuscola non esiste perché ogni cosa è sempre vista o raccontata attraverso un punto di vista ben specifico. Detto questo, anche nel caso di Gomorra – La serie è stato necessario un lavoro di scrittura che lo rende a tutti gli affetti un prodotto di fantasia, anche se racconta in modo più o meno fedele un certo tipo di realtà.

Nessuno ne parla, ma è recentemente scoppiato uno scandalo che ha dato origine a una vasta inchiesta giudiziaria: per poter raccontare in maniera più realistica o “oggettiva” (come direbbero gli interessati) le vicende di Genny e di Ciro la produzione ha affittato la residenza, posta sotto sequestro, di un camorrista. Per poter lavorare senza beccarsi una sventagliata di mitra, Cattleya ha dovuto pagare il clan cui apparteneva la villa. Diversi affiliati della famiglia Gallo e alcuni dirigenti della casa di produzione sono finiti sul registro degli indagati. Io non ci credo, ma da quello che emerge in tribunale sembra che per rendere le riprese più “oggettive” si sia andati contro la legalità che tanto ci sta a cuore e che dovrebbe essere il motore del progetto.

La narrazione è stata suddivisa in tre blocchi o archi narrativi che vedono protagonisti: Ciro e Pietro (nel primo), donna Imma (nel secondo) e Genny (nel terzo). Questa scelta non mi è piaciuta (e non ha soddisfatto appieno anche diversi amici e utenti della rete) perché, dopo le prime puntate in cui mi ero affezionato a Ciro e Don Savastano, gli sceneggiatori hanno avuto la brillante idea di far sparire completamente Pietro Savastano e relegare a figura di sfondo quella di Ciro spostando il focus sui personaggi di Donna Imma e Genny.

Aver ridimensionato la centralità di certi personaggi ha scontentato tanti fan che, come me, volevano soltanto sapere: «Che fine ha fatto Ciro?». In secondo luogo, a mio avviso, tale decisione ha anche rallentato e reso meno fluido lo scorrere della trama. Sono stati introdotti tanti personaggi che non sono stati ben caratterizzati, facendoli poi sparire troppo presto perché ci si potesse affezionare: si pensi al milanese che cura il patrimonio della famiglia Savastano. Inoltre, diversi comprimari erano spesso solo abbozzati e con difficoltà si poteva cogliere un minimo di spessore sotto alla banalità del cliché.

Una cosa che proprio non ho compreso è stato il modo in cui hanno deciso di rappresentare il cambiamento subito da Genny a metà della serie. Gli hanno messo una cresta che pare un Travis Bickle dei poveri…

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Ma davvero tra il reparto sceneggiatura e quello di trucco e parrucco non potevano ideare qualcosa di meglio? Nel film di Scorsese (Taxi Driver), per il contesto e per la le scelte narrative, aveva un senso che Robert De Niro portasse un cresta mohawk per compiere la sua estrema missione di purificazione. Travis Bickle è un reduce di guerra, fortemente disadattato. È assolutamente comprensibile che ad un certo punto decida di operare una trasformazione radicale tagliandosi i capelli in quel modo per calarsi meglio nei panni del combattente.

Il povero Genny non è niente di tutto ciò: è un ragazzone troppo viziato che è vissuto per anni nella bambagia. Qualsiasi shock possa aver subito, lascia perplessi la scelta estetica degli sceneggiatori: ho trovato “bizzarro” l’aver richiamato alla memoria il personaggio di Scorsese con cui Genny sicuramente non ha nulla a che spartire.

Sappiamo che Ciro ha moglie e una figlia ed entrambe compaiono nella prima puntata. Da quel momento spariscono per tutto il resto della serie per ricomparire soltanto negli ultimi due episodi. C’è un buco di sceneggiatura piuttosto notevole. Quando dopo dieci (no dico dieci!) puntate di anonimato, ho rivisto moglie e figlia non mi ricordavo assolutamente chi fossero: mi ero scordato che Ciro avesse una famiglia.. Nell’undicesima e dodicesima puntata Ciro viene inaspettatamente tratteggiato come un padre ed un marito amorevole e preoccupato. Ma davvero?..

A mio avviso, moglie e figlia sono state create solamente con l’intento di dare una sfumatura romantica (davvero, davvero pallida) alla figura Ciro e per portare a conclusione la prima stagione. Altra ipotesi: in fase di montaggio sono state cancellate molte scene in cui questi due personaggi (abbastanza inconsistenti fino ad ora) erano presenti. Non concordo con chi sostiene che tale scelta sia stata effettuata per mostrare quanto Ciro sia poco interessato agli affetti familiari e preferisca concentrarsi sul “lavoro”. Forse si sarebbe potuta trovare una soluzione migliore piuttosto che cancellare completamente quella parte della sua vita facendo tabula rasa. Troppo semplice come soluzione.

Con Don Savastano, invece, gli sceneggiatori hanno fatto un lavoro egregio: personaggio di certo non sdolcinato o propenso a dare il bacino della buona notte, molto spesso egli interagisce bruscamente e in maniera anche irrispettosa verso sua moglie o suo figlio. Ma, almeno, si nota anche quel lato del suo carattere..

Ho letto da più parti che  Gomorra – La serie sarebbe uno show violento in cui si vedono morti e ammazzati. È verissimo: le morti ci sono, ma sono poco realistiche e troppo “pulite”.  Prendiamo, ad esempio, l’undicesimo episodio (100 Modi Per Uccidere). Verso il decimo minuto assistiamo al pestaggio e alla successiva esecuzione del “vecchio” Zecchinetta da parte dei “giovani” amici di Genny. Uno dei ragazzi pianta in testa una pallottola al più anziano camorrista che muore sul colpo. L’omicidio appare poco credibile: non si vede uno schizzo di sangue, e non lo dico perché ci debbano essere necessariamente fiotti di sangue di tarantiniana memoria..

Il povero  Zecchinetta viene freddato con un colpo di pistola (realizzato con una computer grafica abbastanza approssimativa) a pochi centimetri dalla tempia: a quella distanza e con una pistola di medio calibro non dico che il cranio sarebbe dovuto esplodere, ma quasi. Nella foto sottostante potete vedere come abbia dovuto isolare lo schizzo di sangue per farlo risaltare. Esso è talmente minimo che per accorgermi che era stato effettivamente realizzato ho dovuto vedere il video fotogramma per fotogramma.

 

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Di sicuro, in una circostanza come quella, non si crea solo un foro perfettamente circolare! Le pareti, gli oggetti circostanti, quanto meno, dovrebbero macchiarsi di sangue e lo stesso assassino dovrebbe sporcarsi di materia cerebrale e pezzettini di osso. Peccato che, invece, il nostro giovane pistolero dopo aver premuto il grilletto che ha mandato  Zecchinetta all’altro mondo ci appare come al solito: un potenziale testimonial di Foot Locker o di Nike debitamente profumato e con baffetto impomatato.

 

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La serie è sicuramente più violenta rispetto al livello a cui lo spettatore italiano medio è abituato (non ci vuole molto ad essere più violenti del Maresciallo Rocca o del Commissario Montalbano), ma se paragonata ad altre serie internazionali non è niente di trascendentale.

Non vorrei che questo mio elenco di “pecche” venisse preso come una bocciatura su tutta la linea. La serie tv mi è piaciuta, ma come tutte le cose di questo mondo non è esente da errori, imperfezioni e aspetti che potevano essere resi meglio. Mi sembra corretto definire Gomorra – La serie come un prodotto di buon livello e dal respiro internazionale, ma trovo eccessivi i toni elogiativi usati per descriverla. A tutti i fan della serie che ne esaltano l’originalità e la qualità consiglio la visione di altri prodotti seriali italiani come ad esempio Boris e, soprattutto, Cinico TV di Ciprì e Maresco.

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