Gomorra: una regia cruda e realistica, fra metafore e simbologie

di Giulia Ferrato

Gomorra – la serie
, è  forse il miglior prodotto registico italiano degli ultimi anni. Nelle sue dodici puntate ha dimostrato come anche in Italia, si posso realizzare testi di alto livello. Questo non è avvenuto per caso: la miscela perfetta è data da una regia incalzante, un uso della fotografia eccellente e degli interpreti davvero superbi. Il tutto ben condito da una produzione solida come quella Sky che, senza paura e grande intelligenza, ha confezionato un prodotto che come pretesa ha solo quella di raccontare una storia attraverso i personaggi.

Gomorra – la serie
, è un lavoro registico corale a sei mani con Stefano Sollima, Francesca Commencini e Claudio Cupellini. Stefano Sollima è lo showrunner della serie, il curatore artistico che lega le 12 puntante e gli dona uno stile omogeneo, crudo e aggressivo. La serie è stata ideata a blocchi divisi per dare allo spettatore un senso di distacco dalle situazioni narrate, riuscendo comunque ad immedesimarsi tramite gli stati d’animo dei protagonisti. Abbiamo i tre punti di vista della famiglia Savastano: alla Commencini sono state affidate le scene incentrate su Donna Imma, a Cupellini quelle su Gennaro e Sollima dirige le puntate dedicate a Don Pietro. La fotografia è di Paolo Carnera che senza filtri né abbellimenti ci narra di luoghi quasi dimenticati dalla “luce”, riuscendo a creare delle immagini che dialogano con il pubblico.

Tramite immagini e parole violente, Stefano Sollima dipinge i tratti di un clan camorristico, i Savastano, con uno sguardo acritico di un osservatore la cui volontà non è quella di far emergere la muffa che ricopre i quartieri di Napoli, ma di delineare l’anima dei personaggi, che vivono fra sangue, morti e lotta al potere. Tutto parte dai personaggi e dai luoghi. Tutto è cucito addosso a loro. La fotografia straordinaria è firmata da Paolo Carnera, un dipinto realistico e moderno che non vuole filtrare in alcun modo le atmosfere della Scampia crudele e povera. Con un uso sapiente di luci e ombre, Carnera ci guida alla scoperta di quello che si cela dietro ai personaggi e alle verità che non possono o non vogliono dire. Grazie ad una regia aggressiva che si distacca del tutto dalla fiction italiana e dal docu-film contemporaneo, emerge sin dalla prima puntata, una realizzazione artistica a tutti gli effetti.

I primi rumori che sentiamo appartengono alla strada, sono le ruote delle macchine che corrono sull’asfalto e ci preparano alla prima inquadratura, che tramite una lieve carrellata verso il basso inserisce uno dei protagonisti della serie, la strada di notte. In effetti la strada, le tangenziali, i collegamenti stradali, sono uno dei leitmotiv della serie insieme all’oscurità della notte (forse i due più importanti). La macchina da presa si sposta su Attilio (Antonio Milo) che confessa a Ciro (Marco D’Amore) la sua preoccupazione relativa a suo figlio, sempre davanti al computer. Ciro ha la faccia tagliata a metà dalla luce fredda di un neon. In questi pochi secondi già ci viene detto molto. Attilio, che rappresenta la generazione degli anziani del clan Savastano, è preoccupato perché non ha più il controllo sul figlio, la nuova generazione. Di Ciro invece, ci viene subito svelata la sua ambiguità grazie ad una fotografia che narra senza bisogno di parole. Il suo volto è tagliato a metà per due ragioni: da una parte rappresenta il ponte che collega le due generazioni (gli anziani e i giovani), ma dall’altra ci fa intuire la sua parte “oscura”, quella di un ragazzo che vorrebbe avere più voce all’interno del clan, ma anche quella di un traditore.

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In effetti Ciro vuole farsi ascoltare. Lo capiamo bene quando canta in macchina, guidata da Attilio, il ritornello Sient amic della canzone A’ Storia e Maria. La sua ambiguità è poi nuovamente sottolineata dalle luci calde della galleria che vanno e vengono, creando un gioco di luce e ombre nel suo volto.

L’uso della macchina da presa non è mai lasciato al caso, facendo delle varie tecniche un veicolo empatico. La camera a mano ad esempio, oltre ad essere utilizzata nelle situazione d’azione restituendoci la stessa frenesia vissuta dai personaggi, viene impiegata anche nell’intimità, richiamando le riprese amatoriali come se fossimo dei “voyeur” intrufolati di soppiatto nelle case dei protagonisti. Prendiamo ancora la prima puntata: dopo aver appiccato l’incendio a casa della madre di Salvatore Conte (Marco Palvetti), Attilio e Ciro tornano dalle loro famiglie. I due sanno che Conte non perdonerà l’affronto e vogliono assicurarsi che i loro cari siano al sicuro. La camera a mano fa trasparire tutta l’insicurezza che i due, da veri duri, tengono nascosta. O ancora quando il clan si ritrova senza il boss, Pietro Savastano (Fortunato Cerlino), per accordarsi sul secondo colpo da sferrare a Conte. Ritroviamo nuovamente la camera a mano. Il clan non è convinto della decisione di Don Pietro e la loro confusione ci perviene con movimenti vibranti della camera, e con lo sfondo del Vesuvio, in letargo ma non inattivo, che potrebbe esplodere da un momento all’altro, sommergendo tutto di lava.

 Anche nelle scelte registiche di Francesca Comencini troviamo delle immagini che dialogano con la storia. Di nuovo la camera a mano è utilizzata per suggerire le insicurezze nei momenti di intimità. Nell’episodio Il Ruggito Della Leonessa vediamo il commercialista dei Savastano, Musi che torna a casa dopo aver aperto una società in cui ripone il suo futuro. La moglie lo accoglie e scopriamo che è incinta. Musi vive un sogno, questo è palese grazie all’uso della luce morbida e calda e dalle pareti color celeste che rimandano al cielo. La donna poi sembra davvero un angelo, è proprio lei ad accendere la luce e a far risplendere la stanza, avvolta dalle lenzuola che richiamano le nuvole. Ma il sogno non corrisponde quasi mai alla realtà e infatti la camera a mano ci racconta che c’è qualcosa che non va, forse che il sogno si trasformerà in incubo. Dopo questi momenti intimi infatti, veniamo “svegliati”, torna il giorno e vediamo una buca causata da dei lavori edilizi nel cortile del palazzo dove vive il commercialista. Lui è ai margini della buca e sembra davvero che si stia già scavando la fossa da solo.

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In questa puntata viviamo l’ascesa al potere di Donna Imma (Maria Pia Calzone), che prende le redini del clan Savastano al posto del marito, finito nel carcere di massima sicurezza, da cui non può impartire ordini. Le inquadrature ci aiutano a comprendere questo. Don Pietro sta facendo gli addominali e tramite l’uso del fuoco/fuori fuoco capiamo che la sua situazione è incerta, sfuocata, non più ben delineata come all’inizio. Le forze dell’ordine lo tengono sotto tiro, è chiaro all’occhio della macchina da presa, posizionato all’esterno della cella. Riusciamo a vedere Don Pietro attraverso la finestrella della porta della cella, che tramite le sbarre forma proprio un mirino. Il Boss camorrista riceve la visita di Imma e Gennaro (Salvatore Esposito), cosa che sembra renderlo felice, anche se devono rimanere separati da un vetro antisfondamento. Mentre sta per sedersi vediamo il riflesso della moglie nello stesso vetro e risulta coincidere con il mezzo busto del marito. Ecco che Donna Imma è pronta a prendere il posto del Boss, per il bene del clan. Ci viene poi fornito un altro elemento importante in questa scena. La famiglia, che anche nelle difficoltà è unita e solida. Il filo del telefono con il quale comunicano li lega tutti e tre, e anzi forma un nodo proprio in corrispondenza di Don Pietro.

 Il terzo regista è Claudio Cupellini che dirige il cambiamento di Gennaro. Molto più astratto degli altri due, Cupellini crea giochi di luci non definiti, proprio come uno dei più cupi quadri di Kandinskij.

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Così si apre l’episodio La Scheda Bianca che vuole portarci nell’incubo di Genny. Tornato da poco dall’Honduras, dove è stato costretto ad uccidere un uomo con un machete, il ragazzo sembra non aver superato del tutto l’esperienza, che gli è servita come rito di iniziazione alla vita adulta. Tramite luci colorate, sfuocate e la figura di Gennaro fuori fuoco, entriamo nel lato oscuro della mente del giovane, che non riesce a trovare pace. Siamo dentro la testa di Genny, in una situazione di intimità totale e viviamo insieme le sue stesse frustrazioni. Il richiamo alla pittura lo ritroviamo nella scena in discoteca dove Genny comunica a Michele, semplice consigliere comunale, che vuole farlo diventare il nuovo sindaco. La musica alta, la droga e l’alcol ci suggeriscono che è un posto infernale, e Gennaro con il viso colorato di rosso dalle luci del locale, è il diavolo, il re. Tornato a casa dall’Honduras, vuole essere lui il Boss del clan in assenza del padre. In un’altra sequenza riusciamo a percepirlo bene. Il ragazzo è a casa e si prepara la colazione da solo. Sta affettando con un coltello l’ananas mentre la madre lo raggiunge nella stanza. È lui ora a dare ordini a Imma, e lei sembra esserne orgogliosa. La scena, girata con la macchina a mano, finisce con Gennaro che pianta il coltello nel tagliere: ha affondato la sua bandiera conquistando il ruolo di Boss.

Grazie ad un lavoro registico corale davvero ben curato e riuscito, viviamo un mondo che sembra così lontano dalla realtà, ma che invece fa del realismo la sua cifra stilistica. I fatti sono reali, crudi e senza filtri e i registi, coordinati da Sollima, riescono a darci tutte le sfumature delle personalità che abitano questo mondo.  Sfumature ancora più chiare, grazie alla fotografia di Carnera che fa danzare le immagini tra i diversi toni di grigio delle facciate dei palazzi delle case popolari e dei quartieri malfamati di Napoli. Edifici, strade, costruzioni rigide e geometriche che rendono visibile la rete camorrista che imprigiona, senza via di fuga, chi li abita e percorre ogni giorno questi luoghi.

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