Gomorra: i luoghi della serie

di Claudio Balboni

Sembra quasi impossibile slegare Gomorra – in tutte le sue forme, ormai un brand della cultura  popolare – dalle polemiche che inevitabilmente le si attaccano.  Ultima in ordine temporale è ovviamente quella che ha accompagnato la serie, accusata da più parti di essere manichea, di cancellare il bene dalla città, di non rendere giustizia alla vera Napoli, “che non è così”; polemiche che sono addirittura sfociate nella pubblicazione di cartelloni pubblicitari che invitavano “gentilmente” la troupe di Sky ad abbandonare la produzione.
Manifesti a cui Saviano ha risposto con un amaro post su facebook e in un’intervista a Il Mattino: ” Il punto è chiedersi quanti manifesti sono stati mai fatti con nomi e cognomi dei boss dopo gli ennesimi omicidi. Ogni volta che c’è stata qualche strage non ricordo Napoli tappezzata da manifesti in cui c’è scritto ‘andatevene’. Per censurare la serie (prima ancora della sua messa in onda), è intervenuto persino il sindaco di Napoli, De Magistris, che si è detto stanco di vedere ‘Scampia ridotta a territorio di conquista della camorra in lotta’ “.
In un certo senso si accusa la serie di distorcere l’idea della città, raccontandone aspetti negativi o forzandoli per renderla più spettacolare.

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Si prenda il caso delle ormai famose Vele di Scampia, edificio diventato tristemente simbolo di un’isola di criminalità – reale – ben protetta. Nella serie sono utilizzate sempre come luogo di spaccio, ma dove tra l’altro consuma il battesimo dei personaggi che aspirano al potere. È il luogo in cui Genny spara per la prima volta in vita sua; o dove donna Imma si affaccia appena dopo aver legittimato il suo desiderio di potere sul clan.

Le Vele hanno una forza sia narrativa sia extratestuale, essendo state scenario mediatico. Come altri luoghi della serie ha già un suo significato, che viene dai fatti di cronaca e dall’esposizione mediatica che ne consegue. Sono un’immagine che travalica il puro dato paesaggistico e diventa intertestuale e intermediale. Nella storia l’edificio è a malapena caratterizzato, ma ogni volta che compare ha una grande forza emotiva e visiva perché come spettatori – di più forme mediali – siamo in grado di contestualizzarlo e riconoscerlo. In sostanza Gomorra non crea o modifica l’immaginario intorno a Scampia, ma ci si appoggia per poi articolare il suo discorso narrativo.

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La trama stessa di Gomorra, se a livello narrativo regge perfettamente e sembra piuttosto lineare, si intreccia in maniera inestricabile con quella dei fatti di cronaca. Il sopracitato battesimo del sangue di Genny è la stessa identica situazione in cui si è trovato Cosimino Di Lauro (proprio all’interno de Le Vele), anche lui figlio di un boss che, per l’emozione, davanti alla vittima designata, sparacchiò molti colpi senza riuscire ad uccidere. Ma sono reali (e sono già state raccontate) anche situazioni più di passaggio: come lo spaccio vicino ai campetti da calcio (che ricorda Supersantos, un racconto di Saviano); o i colloqui al 41bis, che ancora Saviano aveva provato a spiegare in tv qualche anno fa.

(minuto 13.30)

Più che un prodotto a sé stante, ad un’attenta analisi Gomorra somiglia insomma a un rizoma, che con i suoi infiniti richiami fonde in maniera impercettibile realtà e fantasia. Quello che ne emerge è sicuramente un ritratto verosimile e poco consolatorio, ma, come scrive Saviano, “dal racconto si riparte”.

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