Cinema del futuro. Un festival possibile.

di Giacomo Manzoli

Uno dei grandi problemi dei canonici Festival europei (e occidentali in genere: Venezia, Cannes, Berlino…) è la tendenza a costituire un sistema chiuso, un campo autonomo. Finché il cinema è stato il core business dell’industria culturale, si poteva pensare che questo sistema funzionasse come le fiere (esibizione dei prodotti di punta) o come la punta dell’iceberg di un sistema creativo, dove venivano presentati i prodotti di avanguardia, dove era possibile vedere quali sarebbero state le forme destinate a caratterizzare in futuro un dispositivo in costante evoluzione.

Ora, invece, gli appartenenti ad un gruppo ristretto di artisti – con rigide procedure di inclusione ed esclusione – si rivolgono ad un gruppo selezionato di spettatori, attraverso la mediazione di un insieme di opere che devono possedere caratteristiche facilmente schematizzabili: l’impegno politico/civile e/o un certo grado di sofisticatezza formale.

Completano il quadro un clima spinto di mondanità (il red carpet: ovvero la distinzione sul piano delle risorse, della celebrity e del lifestyle) e una altrettanto spinta produzione di discorsi critici che mirano a produrre una performance culturale (la distinzione sul piano della competenza).

Niente di tutto questo accade in una manifestazione come il Festival CineFuturo, la cui nona edizione si è tenuta a Salvador de Bahìa dal 26 al 31 maggio di quest’anno.

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Partiamo dalla ragione della nostra presenza per chiarire subito di cosa parliamo. La retrospettiva (quasi) completa dedicata a Federico Fellini è stata prolungata a grande richiesta, ed è quindi proseguita ben oltre le date previste, per il semplice motivo che c’era una forte domanda per vedere i film di Fellini su grande schermo. Sicché la rassegna sta proseguendo ancora oggi. Difficile immaginare una cosa del genere al Lido di Venezia, dove tutta la struttura viene montata due giorni prima dell’inizio del Festival e scompare due giorni dopo, come se nulla fosse mai accaduto, nell’indifferenza assoluta dei veneziani.

Ma la rassegna felliniana è vissuta anche su un prezioso intervento di Mariarosa Fabris, che da oltre trent’anni insegna cinema (italiano, ma non solo) in Brasile e che colpevolmente non conoscevo. A parte la competenza, della collega Fabris mi ha colpito lo sguardo straordinariamente libero, antiretorico e anticonformista, non solo su Fellini ma sull’intero cinema italiano, dagli anni cinquanta in poi. Uno sguardo capace di mettere in discussione – produttivamente – alcuni “mostri sacri” come Pasolini, che in Italia sono oggetto di un processo di beatificazione e monumentalizzazione che rischia di renderli inservibili.

Altra straordinaria circostanza, la seconda retrospettiva, dedicata alle versioni cinematografiche delle opere di Shakespeare. Se il tema è tutt’altro che nuovo, a rendere la cosa estremamente originale e vitale è stato mettere al centro dell’iniziativa lo Shakespeare Project diretto da Ross Williams che ha condotto anche un seminario dedicato a un gruppo di studenti brasiliani. Un progetto di raccolta di video realizzati a partire dai sonetti di Shakespeare, un classico caso di user generated content che ha prodotto un numero straordinario di film (al momento oltre 150) di livello elevatissimo. Un progetto tanto semplice quanto innovativo, che rimette in circolazione la cultura classica, combinandola con il cinema, l’audiovisivo e i nuovi media in modo intelligente e stimolante. Uno di quei progetti che – per le ragioni da cui siamo partiti – i nostri festival si guardano bene dal promuovere, ma che riassumono perfettamente la proiezione verso il futuro che il Festival dichiara fin dal titolo.

Il resto ha seguito una linea più consueta ma ugualmente vivace. Dibattiti sul sistema produttivo sudamericano (con un focus specifico sull’Argentina, segno che la ferita degli ultimi mondiali si va rimarginando…), lungometraggi, documentari, performance, soprattutto una straordinaria rappresentanza di cortometraggi – alcuni dei quali di livello formidabile – realizzati nei vari stati di quel continente che è il Brasile e che fanno presagire radiose prospettive per un paese che pure continua ad avere i suoi problemi di distribuzione.

E non poteva mancare una rappresentanza di quella linea nostalgica – dal sapore ormai vagamente folklorico – che continua a rimpiangere il Cinéma Nȏvo e la sua inquietudine rivoluzionaria. Ma che, inserita in questo contesto, appariva in fondo logica per un paese che viaggia ad una tale velocità da far sembrare indispensabile mantenere aperto un dialogo col passato.

Nell’insieme, sarà stata l’energia che si respira per le strade coloniali di questa meravigliosa città tropicale, dove sono palesi sia le contraddizioni sia la propensione ad evolvere costantemente, ma questo CineFuturo (IX Seminario Internacional de Cinema e Audiovisual) ci ha riconciliato con il concetto di festival cinematografico e ci ha fatto immaginare che la troppo spesso evocata morte del cinema sia ancora lontana a venire.

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