DISTOPIA: MONDI INQUIETANTI DALLA CARTA ALLA PELLICOLA

di Azzurra Pignotti

La distopia in letteratura nasce come concetto strettamente legato alla rivoluzione industriale e all’idea di mondo standardizzato che viene portato all’eccesso. Se il primo romanzo iscrivibile nel genere, Le monde tel qu’il sera del francese Èmile Souvestre, esce nel 1845, è però il Novecento che vede l’affermarsi e il consolidarsi dei romanzi a sfondo distopico. Alla disumanizzazione creata dal continuo espandersi delle macchine nella vita dell’uomo, si aggiungono temi come la politica totalitaria e la fantascienza.

L’opera che più di tutte ha influenzato la letteratura distopica successiva è Brave New World di Aldous Huxley nel quale l’autore immagina un futuro interamente meccanizzato in cui la società vive divisa in caste dalle quali è impossibile muoversi.

Nell’anno 2540 (o 632 anno di Ford) a seguito di una disastrosa guerra mondiale l’intero pianeta è controllato dai Cordinatori Mondiali e dominato in ogni settore della vita quotidiana dalle logiche industriali del fordismo. Ogni essere umano è creato in laboratorio con caratteristiche specifiche per essere inserito in una casta dalla quale non sentirà mai il bisogno di ribellarsi, anche in virtù di un condizionamento psicologico che prosegue per tutta la vita.

Solo il selvaggio John, cresciuto in una riserva pre-moderna, riesce a vedere il mondo civilizzato per ciò che è: un contenitore in cui ogni passione è assoggettata alla droga, fornita liberamente dal governo, e in cui ogni azione è il risultato della volontà di altri.

Nel suo romanzo Huxley tocca molti dei temi che verrano ripresi da autori successivi come un mondo formato da un unico Stato e dominato dai pochi e potentissimi membri appartenenti ad una classe superiore, la felicità artificiale indotta tramite droghe o passatempi standardizzati e anestetizzanti, una moralità distorta in cui il sesso viene ridotto a puro esercizio meccanico.

Brave New World riprende la visione antropocentrica sviluppatasi con l’Illuminismo e la porta all’esasperazione; l’unica fuga da questo mondo artificiale è tentata da un ribelle, John, che ha molti tratti in comune con i protagonisti delle altre opere distopiche.

Nel 1949, quasi vent’anni dopo la pubblicazione di Brave New World, esce quello che viene unanimemente considerato il più famoso romanzo a tema distopico: Nineteen Eighty-Four di George Orwell.

Sconvolto dalla guerra e disilluso dall’ideologia comunista, lo scrittore inglese racconta la storia di Winston Smith e della sua inutile opposizione al potere che domina il mondo del futuro. Siamo nell’anno 1984 e la Terra è divisa in tre grandi superpotenze; Smith vive in Oceania, dove regna il Big Brother il cui sguardo è onnipresente grazie ad una capillare rete di videocamere di sorveglianza e polizia.

Nel mondo artificiale di Orwell, anch’esso diviso in classi, la storia viene continuamente riscritta per essere coerente con gli eventi attuali, secondo il concetto del doublethink in cui tutto può farsi e disfarsi continuamente. Le personalità individuali e le pulsioni amorose sono represse a favore di identità di classe e di abnegazione alla causa Ingsoc.

“War is Peace,

Freedom is Slavery

Ignorance is Strenght”

Con l’aiuto di un diario, di una donna e di un suo superiore, Winston Smith prova a ribellarsi alla monotonia della vita e a sovvertire il governo totalitario rappresentato dal Big Brother.

Il grande successo e la buona accoglienza critica del romanzo hanno fatto fiorire successivi adattamenti e numerosi riferimenti più o meno velati all’opera in contesti differenti, inoltre termini come “orwelliano” e “Grande Fratello” sono entrati a pieno regime nel vocabolario comune. 

La prima trasposizione del libro è un film tv mandato in onda dalla BBC nel 1954 che, nonostante il discreto successo di pubblico, scatenò numerose polemiche perfino in Parlamento. Nineteen Eighty-Four arriva sul grande schermo due anni dopo con un film diretto da Michael Anderson dal titolo italiano Nel 2000 non sorge il sole; pur trattandosi di un adattamento più libero, la pellicola mantiene lo spirito e l’idea centrale del romanzo attraverso atmosfere sobrie e cupe allo stesso tempo che tengono alto il pathos della narrazione.

Il remake del 1984 Orwell-1984 diretto da Michael Redford a colori per volere della produzione, è più vicino all’originale di Orwell seppur con alcune differenze. La fobia di Winston per i topi è approfondita nel film ma non nel libro dove invece compare più volte il nome di Katharine, moglie scomparsa di Winston che viene tenuta fuori dal film; le scene di nudo sono più frequenti e marcate nell’adattamento cinematografico e in particolare nel momento dell’arresto della coppia.

Grazie all’aderenza al romanzo, ad una scenografia estremamente accurata, una fotografia che riesce a restituire il senso di oppressione che caratterizza la storia, una colonna sonora quasi perfetta e delle grandi interpretazioni attoriali (tra cui l’ultima di Richard Burton) Orwell-1984 è un film che lascia il segno, esattamente come il libro. Nelle sue atmosfere angoscianti e nella crudezza delle immagini, ritroviamo gli elementi tipici della distopia orwelliana, e non solo, che saranno ripresi in moltissimi film successivi.

Il terzo romanzo considerato uno dei capisaldi della distopia politica è Fahrenheit 451 dell’americano Ray Bradbury pubblicato nel 1953. Il titolo si riferisce alla temperatura di accensione della carta, in particolare dei libri protagonisti del romanzo.

Nel suo futuro distorto Bradbury immagina una società in cui ogni libro viene bandito e il compito di distruggere ogni residuo di letteratura è affidato ai pompieri che invece di spegnere le fiamme danno fuoco agli “oggetti incriminati”.

“Do you ever read any of the books you burn?

He laughed. “That’s against the law!”

“Oh. Of course.”

Come nel caso dei romanzi precedenti, anche qui i rapporti personali sono artificiali e malati come ci viene mostrato tramite la relazione di Montag e la moglie Mildred. La loro vita procede piatta tra il lavoro mai messo in questione di Montag e gli incontri mondani di Mildred scanditi incessantemente da una televisione che sembra non poter essere spenta. L’incontro con la giovane Clarisse si rivelerà per il protagonista l’inizio della fine: spinto dalla vitalità e dalla curiosità della ragazza, Montag salva un libro dal rogo e scopre l’infelicità della sua esistenza e la possibilità di un mondo migliore.

Il tema del controllo dispotico sugli individui riprende la lunga tradizione letteraria (e non solo) ma, a differenza dei romanzi di Huxley e Orwell in cui ogni tentativo di ribellione fallisce inevitabilmente sotto i colpi della repressione, Bradbury decide di lasciare un finale più aperto alla speranza. Montag infatti riesce a scappare dai suoi inseguitori e a raggiungere il fiume sulle cui rive troverà altri lettori che come lui tentano di salvare la cultura del mondo diventando dei “libri viventi”.

Nel 1963  Fahrenheit 451 viene trasposto sul grande schermo da François Truffaut, alla sua prima esperienza con il colore e con una produzione straniera.

Da grande appassionato di letteratura (oltre che di cinema) il regista francese, che per il ruolo di Montag richiama Oskar Werner, non può che essere attratto dal lavoro di Bradbury e infatti il suo film risulta estremamente fedele allo scritto, seppure con cambiamenti importanti.

Mentre nel romanzo il numero 451 non viene menzionato, Truffaut fa spiegare direttamente da Montag il suo significato. Clarisse inoltre è nella versione originale una ragazza adolescente che scompare (non si sa se morta o no) poco dopo l’incontro con il pompiere; nel film invece la ritroviamo ventenne e la sua relazione con Montag sembra essere qualcosa di più di una semplice amicizia.

La differenza principale è però nel finale: la bomba lanciata sulla città, che sancisce l’inizio di una catastrofica guerra immaginata da Bradbury, viene eliminata da Truffaut che fa fuggire insieme i due protagonisti e li fa rifugiare tra gli uomini-libri, immaginando una futura storia d’amore.

Il film ricevette critiche contrastanti, e seppur non mancano lodi per la bravura tecnica del regista e per alcuni momenti particolarmente brillanti, Fahrenheit 451 è spesso considerato un film “sottotono” nella filmografia di Truffaut. Lo stesso Bradbury ha riconosciuto, in alcune interviste, delle mancanze nella trasposizione rimanendo però tutto sommato soddisfatto dal film.

Tutti i romanzi fin’ora presi in esame hanno come protagonista un personaggio adulto, più o meno all’interno del sistema, che in un modo o nell’altro cerca di ribellarsi alla sua condizione di “schiavo”. Negli anni ’60, grazie alla spinta dei movimenti giovanili e della controcultura,  assistiamo ad un ribaltamento delle prospettive, dove e sono i giovani a diventare protagonisti delle storie, in un’accezione non sempre positiva.

Un esempio che bene illustra i nuovi ideali è A Clockwork Orange di Anthony Burgess edito nel 1962. Il protagonista che narra in prima persona la sua storia è Alex, un ragazzo dedito con la sua banda, a commettere “ultra-violenza” in un futuro distopico.

Una volta incarcerato si scopre che neppure la reclusione può cambiare la natura del ragazzo che viene perciò sottoposto alla cura Ludovico: immobilizzato e drogato, Alex è costretto ad assistere ad immagini di violenza che gli provocano profondo malessere, accompagnate dalla musica del suo amato Beethoven.

Una volta libero, Alex incontrerà le persone a cui aveva fatto del male le quali si vendicheranno delle angherie subite senza che il ragazzo possa reagire in quanto nauseato dalla violenza. Dopo aver meditato il suicidio, Alex si convince di essere una persona nuova e desidera costruire una famiglia, ben sapendo però, che la violenza continuerà ad esistere.

Il tema della distopia politica è meno accentuato che in Orwell o Bradbury, ma è reso perfettamente da Burgess attraverso la descrizione del carcere e soprattutto della cura Ludovico; Alex è l’unico protagonista del film, che il regime vuole cambiare anche a costo di snaturare completamente un essere umano.

Dal romanzo è stato tratto quello che è considerato da molti uno degli adattamenti meglio riusciti: nel 1971 Stanley Kubrick realizza A Clockwork Orange.

Anche in questo caso l’aderenza tra scritto e filmato è notevole, e differisce sostanzialmente, come per Fahrenheit 451 solo nel finale, nel lavoro di Kubrick infatti Alex non si redime dall’ultra-violenza considerandola un errore di gioventù.

Il successo del film, acclamato dai critici e nominato per 4 premi Oscar, fu tale da convincere gli editori italiani a ri-titolare il romanzo di Burgess Arancia Meccanica sostituendo l’originale Un’arancia a orologeria.

Ma Kubrick fu anche al centro di pesanti critiche riguardanti la sua trasposizione della violenza descritta nel libro. La bellezza estetica e la forza delle immagini hanno fatto sì che il film venne etichettato come inutilmente violento, al limite della repulsione.  In molti all’epoca lo accostarono a film quali The Wild Bunch e Bonnie and Clyde che avrebbero ispirato, secondo i critici e l’opinione pubblica, i più giovani a commettere atti di violenza gratuita.

Ciò che Huxley, Orwell, Bradbury e Burgess hanno in comune è il loro utilizzo di un futuro distopico e apparentemente distante per criticare la società a loro contemporanea e i vizi che la stanno portando verso la rovina.

I temi della violenza, del controllo da parte dei mass media e della divisione della popolazione in caste sono stati ripresi ripetutamente nel corso della storia e non smettono di ispirare i registi contemporanei come dimostrano film molto recenti quali Snowpiercer, The Purge e Elysium.

In tempi recenti nel cinema all’interesse per la distopia si è affiancata l’attenzione ad un pubblico di ragazzi, e sugli schermi sono proliferate le saghe young adults come Hunger Games e Divergent, nelle quali i protagonisti di avventure ribelli sono proprio i giovani o giovanissimi.

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