La prima cosa bella: un’autobiografia cittadina

di Michael Piscopo

Quando, nel 2009, tra i banchi labronici delle superiori si venne a sapere che Virzì sarebbe tornato a girare un film a Livorno, in classe mia si parlò anche di quello. Alcuni dei miei amici furono addirittura presi come comparse! Nell’aria comunque c’era una  domanda che aleggiava un po’ per la mente di tutti i miei compagni, forse troppo rimasti alla filosofia greca: “se Livorno fa schifo, e il film di Virzì parla di Livorno allora il film di Virzì parlerà (anche) di quanto Livorno fa schifo!”. Quegli anni di certo non erano graziosi, ma a Livorno si vive nell’assolutismo cosmico perciò se uno vede il male, noi si vede l’oblio – fortunatamente vale anche l’accentuazione non pessimistica, di fatti se a Livorno c’è il sole con -4° si va al mare (insieme al sindaco, ovvio).

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Virzì, ne La prima cosa bella, oltre che raccontarci vite fin troppo complicate, ce le contestualizza in una città come Livorno, bellissima e in cui si sente il profumo del mare, come dice la fidanzata di Bruno Michelucci (Valerio Mastrandea), ma anche “moderna” – un ci sono mica i tasti – in una similitudine fatta dalla mamma Anna (Stefania Sandrelli) tra il daily hospital e Milano.

In questo film però l’ecosistema narrativo è fondamentale, nonché si possono trovare elementi autobiografici. Livorno c’è tutta, nella sua complessità di città ospitale, divisa tra contesti popolari e alti (la famiglia andrà infatti ad abitare a Castiglioncello, zona turistica e ospite di celebri personalità sin da fine ‘800). Oltre che nella musicalità dei dialoghi, a cui gli attori non autoctoni si prestano perfettamente, Livorno viene raccontata nelle sue molte facce attraverso micro-storie, in cui il regista labronico inserisce alcuni frammenti della sua memoria.

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Nell’inquadratura ci viene mostrato un ambiente popolare tipico per molti abitanti di Livorno. Cortili pieni di persone (o personaggi) strutturati come una comunità dove il “pillaccherìo”, che a Castiglioncello abitava la cucina dove Anna aveva lasciato i figli per andare alla festa “di sopra”, qua la fa da maestra.

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Virzì seziona il film in due parti sia temporali che spaziali, relazionando la città (degli anni ’70 e di oggi) all’anonimo e sterile day hospital. Livorno, come già avevo detto, viene mostrata in molti dei suoi lati, sia ambientali che sociali. La struttura dove viene curata la madre è un posto con regole (non severissime sia chiaro), nella quale, ad esempio, il silenzio deve regnare durante la notte per il riposo di tutti, a differenza della città, che proprio durante la notte ospita feste popolari abitate da persone che ballano in stile balera e giovani che ridono per un ballo madre-figlio.

L’immagine dei livornesi che Virzì rende in questo film è complessa. Da una parte c’è il marito di Valeria Michelucci (Claudia Pandolfi), vigile urbano (il padre, Mario Michelucci, era un maresciallo dei carabinieri) appassionato del Livorno calcio, uno di quei tipi che ritiene importante un matrimonio visto che il vicesindaco presiederà, dall’altra l’amante di Valeria un uomo che “lavora a invetassi lavori”, denotando una caratteristica di adattamento ben nota a molti labronici. In ultima istanza la sorella di Anna, una donna che vuole avere quello che non ha, asfaltando tutto quello che c’era prima, rasando i capelli ai bambini per via di fantomatiche puci e reinventando i poveri bambini, asfissiandoli per essere i primi della classe, portandoli a messa, insomma snaturandoli.

Ne La prima cosa bella non è solo la famosa canzone di Nicola Di Bari (e le sue varie cover, delle quali il regista sceglie quella interpretata da Malika Ayane) a costituire la nostalgica soundtrack, ma anche altri famosi frammenti della musica leggera italiana, come Nell’immensità – nel film viene cantata per celebrare la vittoria di Anna a “Miss Mamma più bella” presso l’immortale “festa dei Pancaldi”. Viene chiamato inoltre a presenziare al film l’uomo che aveva picchiato la testa, Bobo Rondelli, qui in funzione non di artista musicale bensì di “popolino”. Il personaggio interpretato da Rondelli ha un negozio di vestiti a conduzione familiare, nel cui magazzino ospita la famiglia Michelucci. Un personaggio tormentato tra il balbettio e la sorella, che non riesce (inspiegabilmente) a vendere le infradito a Livorno – tanto per far capire, nella Livorno di oggi le persone indossano le infradito ai soliti -4°.

Il nono film di Virzì fa chiari riferimenti alla commedia all’italiana, infatti Anna dovrà dire una battuta ne La moglie del prete di Dino Risi. Il regista attinge da questa tradizione cinematografica, ne acquisisce il linguaggio, lo rielabora e lo rende proprio, parlando con toni toscanamente ironici: il padre dirà a Dino Risi «Dr. Risi, io la stimo anche di molto, ma lei si faccia i fatti sua».

Il regista sembra però non essere indifferente ai problemi della città natale. La Delphi è la Delphi Italia Automative System srl con sede a Livorno e chiusa nel 2006, licenziando 400 impiegati via mail. Fra le altre cose il call center di Guasticce sembra avere lo stesso destino. Veggente o analista di fatti, Virzì, ci parla con nostalgia confezionando un melodramma capace di emozionare con facilità, ma anche far riflettere su questioni che crediamo banali, solo perché le abbiamo di fronte a noi ogni giorno.

La prima cosa bella è veramente uno dei migliori lavori di Virzì, nella sua complessità riesce a farsi intendere come un testo semplice, di fascino per ogni tipo di “livornese”. A Virzì devono piacere molto le persone “che vanno a giro” visto che i luoghi in cui sono state fatte le riprese non sono esattamente così popolose.

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Comunque vi dico che dalla stazione di Livorno non si sente l’odore del mare. Ve l’assiuro.

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