Tutta la vita davanti: Un dipinto dolceamaro sulla precarietà lavorativa contemporanea

di Martina Masetti

Tutta la vita davanti, diretto da Paolo Virzì è uscito nelle sale italiane il 28 marzo 2008.

Il film, una commedia agrodolce sul precariato raccontata attraverso il mondo dei call center, prende spunto dal libro della blogger sarda Michela Murgia, “Il mondo deve sapere”.

Paolo Virzì ha da sempre un debole per la commedia a sfondo sociale e stavolta pare essersi ispirato a questo tema già nella scelta della locandina, che prende spunto dal quadro-simbolo di Giuseppe Pellizza da Volpedo  Il quarto stato con la differenza che, mentre nel dipinto di Pellizza da Volpedo il popolo, supportato dai principi di eguaglianza tra gli uomini diffusi dal socialismo di Filippo Turati, avanza speranzoso verso i propri diritti, nella locandina del film, il vasto gruppo di lavoratori precari contemporanei, cammina unito verso il nulla dei propri diritti professionali.

Costruito con una struttura corale ed ambientato in un call center romano, Virzì esplora con gli occhi di Marta, una brillante neo laureata in Filosofia con tutta la vita davanti, attraverso il viso curioso della fresca Isabella Ragonese, l’inferno del precariato tratteggiando un quadro ironicamente spietato di questo variegato mondo: un popolo di lavoratori giovani, sottopagati e privi di prospettive, condannati contrattualmente ad uno stato di sottoccupazione permanente; e lo fa con lo spirito comico e amaro che da sempre lo contraddistingue.

La protagonista, dopo aver accantonato le proprie legittime aspettative accademiche, desiderando entrare nel mondo del lavoro, si vede costretta ad accettare un impiego come venditrice telefonica del Multiple, un futuribile elettrodomestico. Marta riesce a costruirsi il suo ruolo in un microcosmo che lei stessa paragona ad un reality, accanto a persone prive della sua cultura e della sua onestà.

Attorno a lei nessuno sembra avere tutta la vita davanti: non ce l’ha Claudio (Massimo Ghini), il capo dell’azienda, né Daniela (Sabrina Ferilli), la direttrice delle telefoniste, né le sue colleghe che, al di fuori di quel mondo si sentono perdute.

Ben presto la giovane Marta si ritrova inglobata in un variopinto crocevia di umanità precaria; eccitata e incuriosita dallo strano magma professionale in cui è finita, comincia anche lei le sue giornate nel call center. Marta potrebbe essere considerata una persona normale circondata da alieni ma non è così: occorre oltrepassare la barricata e considerarla un alieno in un mondo che senza di lei sembra muoversi per inerzia ma con coesione interna.

Le capacità di Marta si rivelano utili anche in un lavoro così modesto come; se la sua coinquilina vende il suo corpo nel momento in cui perde l’unico scoglio cui era riuscita ad aggrapparsi, Marta si palleggia quel poco che ha: vende la filosofia al call center, diventando velocemente la miglior piazzista del gruppo, per poi invertire rotta e vendere il call center alla filosofia, trovando finalmente uno spunto degno di una pubblicazione.

Tutta la vita davanti è uno sguardo nero, anzi nerissimo e ancora assolutamente attuale sul mondo del precariato e sull’assenza di prospettive di una generazione giovane e malpagata che cerca di avanzare a denti stretti e con la speranza di un avvenire migliore.

I toni da commedia e certe situazioni, tuttavia, portano a pensare che l’analisi della realtà del precariato sia un po’ troppo superficiale e, la conclusione maschera appena il messaggio che, involontariamente dà il film: lo sfruttamento va bene per chi non ha le capacità di ambire a qualcosa di meglio. Sono in cento attorno a Marta: per novantanove di loro sembra che la situazione che vivono sia il massimo traguardo raggiungibile, quindi il bene supremo. Solo Marta ha ancora tutta la vita davanti.

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