My name is Virzì

di Michael Piscopo

“È la storia di un ragazzo che un giorno scappa e parte con l’aeroplano e alla fine viene rimandato a casa sempre con l’aeroplano; ma in questo viaggio gli sono successe un sacco di cose pazzesche, però non le ha proprio capite e allora lui torna a casa con l’aeroplano e ripensa a questo viaggio.”

Questo il discorso finale di Tanino (Corrado Fortuna), giovane aspirante cineasta che, per fuggire alla leva militare, decide di andare incontro al suo destino in America.

Mendolia Gaetano – nome completo del giovane siciliano – ha una storia complicata, infatti durante il finale del film vorrà scrivere una sceneggiatura con “episodi autobiografici che sono capitati veramente”. Partiamo dal principio: Tanino è un universitario cresciuto da una madre single, il cui marito si intuisce sia deceduto; il suo più caro amico è Giuseppe, un coetaneo interessato alla politica con il quale Tanino, sin da bambino, scambia dialoghi sull’ingresso in Europa della moneta unica.

My name is Tanino non è un film sull’emigrazione, bensì sulla lontananza da casa, espressa dai ricordi di Tanino, flashback che avvengono quando il giovane siciliano sviene, trovandosi di fronte a situazioni per lui ingestibili; qui il rimando a Proust e all’edizione de Alla ricerca del tempo perduto non si lascia sottintendere.

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Brevi fotogrammi di una storia, dove il tempo perduto e quello ritrovato si mescolano per dare un senso alla Storia. Tanino somiglia molto al personaggio di Proust; durante i suoi flashback vola sopra il mare – elemento catartico per Virzì, come si può intendere da opere come La prima cosa bella –, sopra “Little Castle” (Castelluzzo), ritrovando una felicità che lo accompagna durante questi viaggi epifanici.
Tanino scappa dall’Italia perché, non avendo passato un esame, deve fare la leva militare in marina, che come suggerirà l’ambasciatore italiano “non ha mai fatto male a nessuno”. Tanino forse è un obiettore di coscienza, o semplicemente, senza rendersene conto, sta andando verso il suo destino.

Dopo aver passato una piacevole esperienza estiva con una ragazza americana, Sally (Rachel McAdams), il protagonista decide di andare a cercare fortuna in America come film-maker – e anche come pretesto per rivedere l’amore americano un’altra volta. Inoltre a portare Tanino verso il Nuovo Continente ci sarà quello che per il giovane è il miglior regista al mondo, Seymour Chinawski, il cui “cinema aspro e provocatorio rifulge da ogni indulgenza… aspè com’era… basta, rifulge da ogni indulgenza.
Il giovane appena arrivato a Boston viene accolto dai “figli dei figli dei più disgraziati del nostro paese (che) si sono fatti un mazzo tanto e adesso hanno tutti la giacca da stilista, la macchina nuova e la moglie culona”, ma la convivenza non durerà più di un passaggio in macchina. Il protagonista è deciso a cercare il proprio amore.

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Purtroppo Sally ha già una vita che Tanino non era riuscito a comprendere, non aveva capito di essere una storiella estiva. Dopo aver portato scompiglio tra le mura della casa, il giovane è costretto a scappare ma viene puntualmente ritrovato dagli sgherri della famiglia Licausi. A questo punto il protagonista deve adempiere al suo destino, che lo porterà ad insinuarsi come cacciatore di dote tra le fila del sindaco di Seaport; il giovane però non riesce a sostenere tutti gli obblighi da engaged, provando costantemente “una strana sensazione, un misto di compiacimento per l’impresa andata a buon fine, e contemporaneamente, una specie di malumore per essere diventato anch’io un adulto vissuto e corrotto”.

Dopo varie vicissitudini l’aspirante film-maker raggiunge New York e proprio come se fosse un evento già scritto, incontra il famoso regista Chinawski, il quale gli propone una collaborazione, ahimé, poco prima di stare male, e, di conseguenza, poco prima che il castello di sabbia di Tanino crolli. Il giovane, infatti, viene intercettato dalla polizia e cacciato dall’America.

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Virzì firma una sorta di racconto di formazione, dedicato (anche) a quelli che scappano, o che sono costretti a fuggire, poiché in patria non trovano strumenti necessari a disegnare il proprio Es. E Tanino ci prova eccome! Nato a Castelluzzo, va a studiare a Roma, ma anche là trova un ambiente poco fertile per la sua formazione, circondato in casa da baresi che lo accusano di essere “terrone” e “braccato dal governo che magari lo imbarca su un incrociatore del Kosovo”.

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Tanino è un nomade non per sua scelta, costretto a cercare una casa lontano da una madre a cui forse non mancherà, scappato da Roma, lasciando incompiuto il suo sogno fino all’arrivo in un paese che appena si scoccerà della sua presenza, non tarderà a cacciarlo.
Il protagonista più volte durante la sezione del film in cui è ospitato a casa di Sally reciterà una specie di mantra di presentazione: ” My name is Tanino. It’s first time in America and it’s cold outside but here it’s ok, and I go to university in Roma, the capital of Italy, a little traffic but wonderful. ” L’aspirante cineasta è un tipo funny – tradotto maliziosamente dall’amico come ridicolo – ma in qualche modo puro, non si fa ingannare dal mondo che lo circonda ma ne è vittima, costretto a giacere dentro una casa prima e impegnato in una storia d’interesse a forza.

 Anche in questo film il regista labronico coglie spunto dal quotidiano, mischiando dolce e amaro, linguaggio alto e popolare – ci sono alcuni dialoghi che richiedono la conoscenza come minimo di inglese e siciliano, livello B2.

Il regista livornese dà alla luce un lavoro autentico e genuino che analizza diverse questioni – talvolta di taglio – ma che lascia allo spettatore il gusto di analizzare il testo che gli viene proposto. Lancia all’Italia, una flebile accusa di mancanza di attenzione verso i giovani accumulati presso le classi universitarie come animali dentro un recinto – fra l’altro ancora in costruzione! – e ancora, verso quella mancanza di orgoglio nostrano verso la propria terra – Tanino annuisce quando Sally dice che Castelluzzo è so and so, e ancora quando gli viene chiesto di Roma, come caratteristica dice che c’è traffico.

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Virzì ricrea una situazione ordinaria e allo stesso tempo paradossale che si presta a pennello con lo stile post-melodrammatico del regista.
Una proposta: al posto di andare in America – che tanto, lo dice anche Tanino, fa freddo – andiamo a Berlino con i The Pills!

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