“Ovosodo”: un film che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico

di Francesca Girolami

In questo vortice che molti chiamano destino, ma che nei fatti si chiama vita, alcune cose vanno alla perfezione, mentre altre sono un completo disastro. Ci sono persone che ne soffrono e si ammalano irrimediabilmente ed altre, dall’animo più forte, che reagiscono, nonostante siano offuscate da questa droga di ribellione costante. Poi c’è un ragazzo, Piero, che si accontenta di avere una vita felice e normale, non avendo paura di vivere di imperfezioni.

Ovosodo,è un film del 1997, diretto dal regista Paolo Virzì, che, raccontando la storia della sua Livorno, della sua generazione, del suo sguardo sulle cose, trova il suo stile: quel “realismo poetico” che osserva cose e persone semplici, umili, con profondità e allo stesso tempo con un leggerissimo alone favolistico e magico.

Livorno ha amato e ama tutt’ora questo film, perché ha riconosciuto in quella storia alcuni dei tratti più profondi del suo carattere: l’ironia, la fantasia, l’amicizia e la caotica trama della vita, a volte grottesca, altre volte delicata. Grazie a questo film, il provincialismo livornese è diventato autenticità, l’insofferenza per gli schemi dignità popolare.

Oltre ad osannare la vita e le sue beffarde complicazioni, sembra che Virzì, con questo film, voglia anzitutto proclamare l’amore. Ogni tipo di amore. L’amore è, infatti, l’elemento chiave che guida il protagonista Piero (Edoardo Gabbriellini) nei suoi ricordi. Si inizia con quello della persona che ci ha dato la vita, quella che, pur estremamente fragile, aveva sempre un attimo di conforto per i propri bambini; per passare attraverso l’amore carnale e fisico, quello del padre di Piero nei confronti della compagna Mara; e poi per la cotta che ti sgretola il cuore, quella degli anni dell’adolescenza verso Lisa (Regina Orioli). Quell’amore che ti obbliga a stare sveglio tutta la notte, che ti fa dimenticare tutto il resto, compreso l’esame di maturità, e che finisce come se non fosse mai iniziato.

Poi c’è un’altro tipo di amore: la stima e l’ammirazione più totali nei confronti di una persona, che ti spingono a proteggerla e ad esserne legato in maniera indissolubile, come il sentimento che lega Piero alla professoressa Giovanna (Nicoletta Braschi). Ancora, l’amicizia nei confronti di Tommaso (Marco Cocci), un ragazzo spericolato che lo travolgerà in un vortice di strade, risate e notti insonni, capace però di guardare il mondo con i suoi stessi occhi e di voler bene al fratello ritardato, accettandolo per quello che è. Infine, c’è l’amore vero, quello che inizia nei banchi di scuola e che testardo continua silenzioso a resistere, aspettando il suo momento.

Piero capisce che la vita è diversa per ognuno di noi: riserva dolori, ma anche molte gioie. E’ con la dolce vicina Susy (Claudia Pandolfi) che la vita di Piero finalmente prende una direzione, acquista un senso. In un timido crescendo, dapprima una serena convivenza, poi il matrimonio che gli darà un figlio.

Dopo aver trovato lavoro nella fabbrica di famiglia del finto borghese Tommaso, Piero a poco a poco si disilluderà, ma non per questo si perderà d’animo: si costruirà una famiglia e imparerà a vivere serenamente, di piccole gioie e tanta dolcezza.

Piero, interpretato da Edoardo Gabbriellini, ha una storia che vale la pena di raccontare. La maggior parte degli interpreti utilizzati da Paolo Virzì per dare voce e corpo ai suoi personaggi sono alla prima esperienza davanti alla macchina da presa; per alcuni di loro, scovati dal regista nelle vie e nelle strade che fanno da sfondo alla storia, sarà anche l’unica. Per altri personaggi, invece, sarà l’inizio di una fortunata carriera. È proprio questo il caso di Edoardo, che parla così di questa sua esperienza: «Mi ha trovato Paolo Virzì su una spiaggia e mi ha chiesto di fare Piero nel suo film “Ovosodo”. Mi pagavano il viaggio e l’albergo: ho accettato e mi è piaciuto». E noi siamo del suo stesso parere!

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