Piangere e ridere con i film di Virzì

di Francesca Girolami

Paolo Virzì era un ragazzo di appena ventiquattro anni quando scappava dal suo destino di lavoratore subalterno, inseguendo un sogno per certi versi assurdo e pretenzioso, quello di fare cinema. Via da Livorno, via da quella città operaia, che in seguito sarà scenario di molti tra i suoi film più famosi. Ad oggi, Virzì è il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano più prolifico della sua generazione.

Grazie alla sua capacità di raccontare, con rispetto, la fragilità e lo smarrimento esistenziale di chi si sente prigioniero del posto sbagliato, o di un momento sbagliato, il regista realizza “commedie dello struggimento”, nutrite, cioè, di un respiro malinconico, che si fa via via amaro specchio della realtà. Virzì è un artista che tocca temi diversi, ed ogni volta lo fa con un taglio personale ed originale. È questo che voglio raccontarvi: un viaggio ricco di sorprese sulle tracce di un uomo unico, che conosce l’arte di far ridere e commuovere nello stesso momento.

La storia di Paolo Virzì inizia nel 1994, quando il regista sente l’esigenza di mettersi in prima linea come autore: impugna la macchina da presa e firma La bella vita, vincendo il David di Donatello e il Nastro d’Argento come migliore regista esordiente.

Il vento soffia ancora e nel 1997 la critica s’innamora della sua commedia Ovosodo. Il film, girato interamente a Livorno, proprio perchè “Ovosodo” raffigura un quartiere della città, è un puro inno alla vita: rappresenta il racconto crudo, genuino e senza filtri di un uomo che tenta di esser felice giorno per giorno, nonostante senta dentro di sé una specie di uovo sodo che non va né in su né in giù, ma che oramai gli fa compagnia come un vecchio amico.

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Il regista, continua la sua ascesa e mostra di aver raggiunto un ottimo livello nel 2002, realizzando il film My name is Tanino. Esso, traccia il ritratto di un ragazzo di provincia di vent’anni, innamorato dell’America e dei suoi miti, che “da grande vuol fare il film-maker” e che quindi parte alla volta del nuovo continente in cerca di fortuna. In borsa ha solo una videocamera e un elegante edizione de Alla ricerca del tempo perduto di Proust.

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Nel 2008, con il film Tutta la vita davanti, Virzì, ci confeziona un’affresco molto preciso della situazione che si respira in quest’epoca: oramai non sono solo gli artisti ad essere precari, ma un po’ tutti. Chiunque si laurea ha difficoltà ad avere un lavoro fisso. Il titolo è sarcastico, “Beato te, che hai tutta la vita davanti!”, perchè si racconta di questa condizione giovanile che non sembra essere per nulla felice ma sembra essere di grandissima angoscia e ansia.

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La prima cosa bella, film del 2010 che torna a girare nella sua città natale, rappresenta il capolavoro di Paolo Virzì. Livorno, ritratta con mano sapiente in tutti i suoi angoli nascosti, è anche un’opera universale sul legame indissolubile con la propria famiglia d’origine. Il protagonista, Bruno, alter-ego del regista, è alle prese con un contatto con una stagione della vita e con una città dalla quale era fuggito, con dei ricordi che non voleva ricordare. Essi rappresentano per un lui, un viaggio a ritroso ma che in realtà poi scopriremo essere il suo cammino verso l’accettazione di se stesso, una specie di riconciliazione con la propria storia e con la propria persona.

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Definito dalla critica “una storia d’amore”, Tutti i santi giorni è un film-ossimoro: a volte fa un po’ ridere, in altri piangere, ha una rima dolce però è anche aspro e fa un po’ di tristezza, non va a finir bene però va a finir bene. Il film del 2012, racconta con un sentimento di purezza e semplicità l’amore fortissimo tra due personaggi insoliti. Intorno a loro c’è una città come Roma che è fatta di opulenza, di grandi cupole, una città incinta, e proprio lì c’è Antonia, una ragazza che invece non riusce ad avere un figlio. Non lo sa nemmeno lei perchè, ma lo vuole, lo vuole e lo vuole. E non riuscendoci, si sente frustata e rabbiosa.

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Il film che segna un passo ancora ulteriore nella cinematografia di Virzì è Il capitale umano, del 2014. Un film ambizioso perchè mescola un po’ i generi: la commedia sociale, il romanzo familiare e il thriller. Nel film c’è un incidente stradale, misterioso, avvenuto in una notte alla vigilia delle feste di natale nella gelida strada provinciale della Brianza. L’incidente collega i destini dei diversi personaggi e, per ricostruire cos’è avvenuto quella notte, avremmo occasione di passare nelle vite di queste persone: ne viene fuori una specie di giallo dove piano piano si compone come un mosaico e dove ne esce fuori un ritratto dell’infelicità delle persone, le illusioni e i sogni di questo nostro tempo.

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Dietro la leggerezza dei film di Paolo Virzì si nasconde un’idea di cinema che scardina generi e linguaggi, a cominciare dalla commedia all’italiana. Il regista livornese, infatti, pur avendo come modelli Risi, Monicelli e Scarpelli, ne ricodifica i fondamenti a proprio uso e consumo. E anche se non lo ammetterà mai, è stato l’unico regista in grado di defibrillare la nostra commedia, un genere che stava morendo e a cui lui ha saputo ridare vita.

Virzì si è sempre proposto come obiettivo quello di raccontare la natura bizzarra degli esseri umani, l’inadeguatezza degli eroi ragazzini, il fascino discreto della provincia, il ruolo salvifico delle donne ed i finti happy ending intrisi di struggimento. Il denominatore comune nei suoi film è che tutti sono infelici e colpevoli. Ciononostante, il nostro cuore tende comunque ad empatizzare con i suoi personaggi, perché ci rendiamo conto di quanto questi ultimi siano fragili ed indifesi. Si prova un po’ di simpatia e tenerezza per le donne, nonostante spesso non se ne diano ritratti edificanti. Fintanto che i suoi personaggi finiscono per divenire, da colpevoli, innocenti.

Ogni lungometraggio di Paolo Virzì ha un non so che di pungente, insieme amaro e dolcissimo.

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