Grand Budapest Hotel: il ritorno dell’aspect ratio

di Valerio Greco

Grand Budapest Hotel agli Oscar è stata una rivelazione inaspettata. Regista di culto per un numero sempre maggiore di ammiratori, Wes Anderson ha creato un universo già entrato a far parte dell’immaginario collettivo: da classici del cinema contemporaneo come The Royal Tenenbaums e Moonrise Kingdom, a film come The Life Aquatic with Steve Zissou e The Darjeeling Limited, fino ad arrivare al campo dell’animazione con Fantastic Mr. Fox.

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Grand Budapest Hotel vede come protagonisti il concierge Gustave H. (Ralph Fiennes) e l’orfano Lobby Boy Zero Moustafa (Tony Revolori da giovane e da anziano F. Murray Abraham), entrambi all’interno dell’omonimo hotel, tra le montagne dell’immaginaria Repubblica di Zubrowka. Il primo gestisce l’hotel con successo e stima da parte degli ospiti, ai quali non fa mancare nulla. È proprio la morte di uno dei suoi ospiti a coinvolgere in prima persona il concierge e il garzoncello in un giallo dai risvolti comici.

Nei film di Wes Anderson nessun dettaglio è lasciato al caso: dai colori (esiste anche una pagina tumblr dedicata alle palette del regista), alla disposizione degli oggetti, alla posizione dei personaggi. Potremmo tranquillamente affermare che è come se i suoi film fossero composti da una sequenza di dipinti curatissimi, ognuno dotato di una tavolozza precisa e di uno schema intrinseco. La simmetria nelle sue inquadrature è perfetta e impossibile da non notare: occasionalmente gli oggetti vengono inquadrati centralmente, tanto da divenire un’ossessione estetica visiva del regista.

Estetizzante? Potete scommetterci.

L’influenza della storia del cinema nei suoi film è evidente: anche Stanley Kubrick tendeva a marcare la centralità delle inquadrature nelle sue opere più mature. Evidente anche l’uso delle inquadrature frontali dei primi piani durante le scene di conversazione, assieme alla regola dei 180°, un riferimento diretto al cinema del maestro giapponese Yasujiro Ozu. Eppure queste “regole” erano già presenti nei film precedenti del regista.

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In Grand Budapest Hotel Wes Anderson impone anche l’uso di diversi tipi di aspect ratio. Normalmente in un film troviamo un solo tipo di formato dell’immagine, mentre in questo film se ne usano addirittura tre. Il più usato è il cosiddetto Academy Ratio 1.33:1, che era il formato standard del cinema dagli anni Venti agli anni Cinquanta, e viene usato nelle sequenze del film ambientate negli anni Trenta. Gli altri due, meno presenti rispetto al primo, sono il formato panoramico di tipo anamorfico 2.35:1, diventato comune dopo il lancio del Cinemascope (accentuato dall’uso del grandangolo) per le scene ambientate negli anni Sessanta e infine un normale formato 16:9 (più precisamente 1.85:1) nelle scene ambientate negli anni Ottanta.

Un’opera veramente sublime che ha ricevuto numerosi premi: dalla vittoria dell’Orso d’argento e del Gran Premio della Giuria al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, al titolo di Miglior Commedia ai Golden Globes. Infine, gli ottimi risultati agli Academy Awards con la vittoria di quattro Oscar a fronte di ben nove nominations: Migliori costumi, Migliore scenografia, Miglior trucco e Migliore colonna sonora.

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