Whiplash, il sangue per la musica

di Valerio Greco

Non esistono, in nessuna lingua al mondo, due parole più pericolose di ‘bel lavoro!’” – Terence Fletcher

Whiplash, ovvero “le conseguenze dell’amore per la musica” nella brillante opera prima di Damien Chazelle, che si è aggiudicato sia il Gran Premio della Giuria che quello del Pubblico al Sundance Film Festival. Un film che parla di rabbia, di voglia di emergere, di sacrifici, ma anche di perfezione musicale come raramente si è visto in film così vicini alla narrazione classica. Insomma, una pellicola che merita una approfondita e attenta analisi.

Il Jazz e il cinema sono due arti intimamente connesse che, sin dalla nascita del sonoro nel 1927 con il film Il Cantante di Jazz, sono andate a braccetto. Chazelle sembra riprendere lo stesso contenuto in versione aggiornata: in entrambi i film si parla del difficile addestramento nel diventare un maestro di questa cosiddetta e ripetuta “arte per pochi”. Il tutto poi utilizzando gli strumenti (per rimanere in ambito musicale) comuni al più classico dei romanzi di formazione, per spingersi oltre, dimostrando che il successo – se lo si raggiunge – non è solo bravura e luci dei riflettori, ma sangue, sudore, violenza psicologica.

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La storia è quella di Andrew Neyman (Miles Teller): un ragazzo di diciannove anni che vuole diventare il più grande batterista di tutti i tempi. Per raggiungere questo scopo decide di iscriversi alla Shaffer, il conservatorio (di finzione) più quotato di Manhattan. All’interno di questo istituto si trova la band formata dal professore Terence Fletcher (J. K. Simmons), una vera e propria icona dell’insegnamento. Pur essendo solo al primo anno, Andrew viene notato da Fletcher durante uno dei suoi solitari assoli, ed invitato dal professore all’interno della sua banda. Questo sarà solo il primo passo compiuto da Andrew su un sentiero difficile da scalare, ricco di ostacoli che gli permetteranno di affrontare le sue paure facendogli così scoprire cosa vuol dire fare sacrifici per raggiungere la vetta.

Il nome stesso del film è tratto da un complicato brano jazz del sassofonista Hank Levy, che Chazelle suonava da giovane assieme a Caravan, uno standard jazz del 1937 anch’esso presente nel film. Il duello tra lo studente e il suo mentore rappresenta il focus del film, il palco è tutto di Simmons, che consegna alla storia del cinema un personaggio difficile da dimenticare per la sua incontentabile ed esagerata ricerca della perfezione: egli è durissimo, politicamente scorretto, offensivo, porta gli allievi sull’orlo del baratro (e qualcuno lì dentro ci è precipitato). J.K. Simmons per la sua interpretazione ha ricevuto meritatamente un Golden Globe e anche un Premio Oscar come miglior attore non-protagonista.

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Il “Full Metal Jacket dei batteristi”, citando Roberto Giacomelli, offre allo spettatore una ricercatezza unica. È difficile mettere in scena la guerra interiore di un batterista, ma il regista ci riesce anche grazie ad un montaggio così sublime da offrire dei tagli estetici quasi naturali che trascinano lentamente lo spettatore in uno scontro epico nel quale i fantasmi da scongiurare sono due: sbagliare il tempo e precipitare nell’oblio. Non a caso, il film è stato premiato agli Academy Awards anche per il Miglior Montaggio. Geni si nasce o si diventa con la fatica e il sacrificio? È questo il tema su cui ruota tutto il film ed il finale sorprendente ed emozionante sembra darci una risposta indelebile.

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One thought on “Whiplash, il sangue per la musica

  1. Lo ho visto al cinema e ne è valsa assolutamente la pena! A proposito ne ho scritto una recensione se ti va di leggerla passa sul mio blog! Montaggio davvero eccellente.

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