Sui Selfie – A partire da un articolo di Internazionale

Internazionale ha pubblicato un articolo di Martín Caparrós sulla pervasività di foto e filmati nella nostra quotidianità. Caparrós lascia intendere nelle sue parole che queste pratiche dilaganti (pur senza farvi riferimento esplicito è ben chiaro che sta pensando ai selfie) siano deleterie, poiché portano nei fatti a una falsificazione dell’identità dei soggetti fotografati, costretti in qualche modo a proporre un “eterno sorriso”, ben distante dalla loro realtà.

Tutto l’articolo si costruisce sulla premessa che “l’arte di mettersi un posa è una novità di questi anni affetti dalla registrazione”. Vorrei qui rimettere in discussione le premesse dell’articolo, per arrivare a ragionare su queste pratiche in maniera differente.

Il concetto di messa in posa, usato nella sua accezione neutra, non è certo un’invenzione di smartphone e tablet, anzi: la fotografia stessa si sviluppò inizialmente su quel principio, poiché, data la scarsa sensibilità delle prime lastre, chi voleva essere fotografato nell’ottocento doveva stare lungamente fermo davanti alla macchina fotografica.

Non solo, la messa un posa intesa come pratica sociale di mettersi in mostra attraverso una fotografia, valorizzando quindi determinati aspetti e nascondendone altri, era pratica diffusa già agli albori della fotografia, ma soprattutto esisteva da ben prima della fotografia stessa. A ben guardare era un modo per affermare il proprio status sociale, non per negarlo, e forse ci si potrebbe chiedere se non avvenga lo stesso oggi, sebbene in altre forme.

Piuttosto che condannare queste pratiche tout court forse sarebbe più interessante interrogarsi realmente su come mutino nel tempo: su quali categorie sociali dettino i must della posa (sono ancora le classi dominanti o altri ceti?); su come il ricambio di hardware e app influisca sui trend; su come la crescente pervasività di queste pratiche ne stia mutando il valore (a questo Caparrós fa effettivamente cenno, ma senza andare in profondità).

Si potrebbe poi ragionare sulla standardizzazione o meno delle pratiche (tutti i selfie sono uguali? Personalmente non credo), o su come il contesto e la fama del soggetto determinino il valore del selfie (tutti i selfie sono uguali ma alcuni son più selfie di altri). O ancora si potrebbe discutere della possibile conflittualità negli scatti tra rappresentazione dello status sociale e dell’identità individuale.

Caparrós non si riferisce certo solo ai selfie, ma il discorso non cambia, anzi: si ampia e diventa più complesso, e proprio per questo sarebbe opportuno non dare giudizi affrettati.

In conclusione, una nota personale volta a mettere ancora una volta in dubbio le certezze di Martín Caparrós.

In casa di mio padre è appesa una foto in posa dei miei bisnonni. Sono vestiti bene, hanno un vestito da festa: lui ha un nastro nero sulla camicia, una specie di farfallino; lei indossa una camicia con un orlo in pizzo, una collana e degli orecchini. Qualcosa però non torna: i miei bisnonni erano contadini proletari, da dove viene quella ricchezza? La risposta è semplice: avvicinandosi un po’ si scoprirà che la collana, gli orecchini, il pizzo e il fiocco nero sono stati disegnati a mano sulla foto, con buona pace della realtà.

Si potrebbe accusare i miei avi di ipocrisia, oppure con un po’ di sensibilità si potrebbe riconoscere in questa falsificazione (prassi comune al tempo) la commovente e dignitosa ricerca di un decoro, nonché forse l’aspirazione a un futuro migliore.

Marco Persico

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