Accesso all’eccesso: TR/ST al Locomotiv

di Federica Giacomini

Il 10 Febbraio TR/ST sarà al Locomotiv a Bologna. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un progetto nato in Canada dalla collaborazione fra Robelt Alfons e Maya Postepski, una meravigliosa compositrice di musica elettronica, già membro degli Austra. Da quest’incontro, il primo album omonimo, la prima caramella. Undici tracce su uno sfondo di synth cavernosi, notturni.

Alcuni pezzi sembrano proiettarci in un’atmosfera da festa di paese (“Dressed for Space”), con tanto di giostre e zucchero filato. Tuttavia questo non basta a classificare il lavoro dei due musicisti come qualcosa di volgare. Di volgarità ce n’è a pacchi ma basta ascoltare brani come “Shoom”, in apertura, “Candy Walls”, battito d’ali che diviene sempre più lento e abbacinato, o “Sulk”, per capire che si tratta di una pomposità voluta, necessaria. L’inizio di “Chrissy E” ci riporta subito a certo synth pop anni 80, per poi lanciarsi in esuberanti sprazzi dance floor, in un’alternanza di falsetti e toni più profondi.

Gli anni 80, dicevamo. A parte qualche eccezione, si respirano  per tutto l’album e se anche voi siete caduti nella trappola di questo ritorno, o semplicemente siete amanti del genere ”pista da ballo”  allora è probabile che riuscirete ad apprezzare questo disco.

Il successivo Joyland manca della collaborazione della Postepski e anche se dispiace dirlo, questa assenza si sente. Il suono è meno asciutto, la caramella sembra più una grossa Big Babol. Se dopo aver terminato l’ascolto di TR/ST, non vedrete l’ora di farvi un cicchetto e ballare per tutta la notte le sue canzoni, dovete prima sapere che il ragazzo della foto in alto, ci ha servito qualcosa di leggermente diverso. Non che l’album in questione non sia ballabile, anzi.

Una volta superata l’intro, Alfons ci trascina di nuovo sotto grottesche luci da discoteca, il sound è appariscente, smaccato come un tempo ma la vena dark che ci aveva fatto innamorare del precedente disco cede il passo a pulsazioni più sature. La struttura delle canzoni si ripete intervallata da sonorità ampie, non necessariamente più intime ma comunque bolle pronte ad esplodere. Dico ‘pronte’, perché a volte questa sospensione rimane in aria, continua a viaggiare senza una vera direzione, e il paese dei balocchi lascia affiorare un sentimento di tristezza, di smarrimento (il lamento che chiude “Barely”).

Ad ogni modo, Joyland, come suggerisce il titolo, è un disco che, almeno ad un primo ascolto, sembra portarti in una terra felice, esageratamente felice. “Capitol,” seppure sia uno dei brani meno originali, ti ci porta di sicuro. La solita alternanza tra falsetti e baritoni viene accentuata, trasformandosi in una specie di botta e risposta che tocca il suo apice in “Are we Arc?”, vero e proprio sogno nel sogno. Tracce come “Peer Pressure” e “Rescue, Mister”, a tratti, potrebbero  ricordare un cd di Hit Mania Dance; una strada già intrapresa da altri, quella di andare a ripescare generi così bistrattati – i noti Crystal Castles l’hanno fatto – e che nel caso di TR/ST sta dando i suoi frutti.

Basta ascoltare questi due album per capirlo. Ascoltateli e poi, potete anche mandarmi a quel paese. A Joyland, se possibile.

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