Crowdfunding, ovvero, l’arte di arrangiarsi. Il caso di Adiosu

di Marina Porcheddu

Capita, quando stai su Facebook, di cliccare su link a caso, così. A volte, però, tali link si rivelano piacevolissime sorprese, e scopri siti che ti rapiscono e non vorresti mai smettere di controllare.

Quando per la prima volta ho scoperto l’esistenza di Sardegna abbandonata, ne sono rimasta totalmente ammaliata. Il sito, nato da un’idea del giovane Martino Pinna, può essere definito come un diario dei sopralluoghi negli angoli più nascosti dell’Isola, e contiene al suo interno reportage fotografici, in continuo aggiornamento, di quella Sardegna lontana da stereotipi e luoghi comuni.

Tra le fotografie, accompagnate da relative descrizioni, d’industrie ed edifici abbandonati, ex ospedali andati in rovina, paesi fantasma, siti minerari e ville dismesse, c’è da perdersi. A un certo punto prendi consapevolezza di ciò che vedi e inizi a pensare che forse la tua terra non la conosci granché.

L’idea di realizzare un film dal vasto archivio fotografico, nasce con la volontà di riempire i vuoti che la fotografia da sola non riesce a colmare. Allora non resta che fare i conti con le difficoltà produttive. È qui che entra in gioco il crowdfunding. Quando qualche mese fa ho intervistato Martino Pinna, mi è venuto spontaneo chiedergli se la scelta del crowfunding rappresentasse l’ultima spiaggia, e la sua risposta è stata questa: “Il crowdfunding come unica scelta possibile. Non conoscevo produttori e non avevo voglia di fare file – vere o virtuali – per bandi della Regione. Quindi l’unica soluzione possibile mi è sembrata chiedere alle persone, una a una, di sostenere il progetto.”

Perché una campagna funzioni, è necessario far conoscere al pubblico della rete il progetto (in questo caso filmico) attraverso un’azione pubblicitaria mirata e ben “confezionata”, in maniera tale da riuscire a convincere quanti più donatori possibili a investire sul prodotto. Se ben utilizzato, il crowfunding può rivelarsi uno strumento di finanziamento di estrema importanza per il cinema che verrà. Di recente, anche il regista Dario Argento, ha reso nota la sua campagna di crowdfunding per il film Sandman.

Il budget prestabilito (chi propone un progetto deve indicare una soglia minima di euro da raggiungere, il funding goal) per il lavoro di Adiosu è stato raggiunto e il denaro raccolto è servito “a coprire le spese per i viaggi necessari alla realizzazione del film e gli spostamenti all’interno dell’isola, dato che le location erano tante e tutte molto lontane tra loro.”.

Il prodotto finale è Adiosu: un non-documentario (come amano definirlo gli autori) il cui merito è di lasciare che i luoghi possano raccontarsi tra un’immagine fissa e una panoramica, e lasciandoci immersi in silenzi impliciti e misteriosi.

Una campagna di crowdfunding che si rispetti prevede che ogni sostenitore riceva premi o gratificazioni. Sarà così anche per coloro che hanno creduto in Adiosu, ai quali è stato inviato (con un po’ di ritardo a causa di problemi burocratici) un dvd. Questo potrebbe sembrare un controsenso se si considera che il documentario è nato per essere distribuito on line, ma si è ritenuto comunque giusto che “chi ha eroicamente partecipato a questa piccola avventura indipendente” avesse un ricordo materiale del progetto”. Il film, disponibile anche sottotitolato in inglese e spagnolo, è visionabile online tramite la piattaforma Vimeo. Grazie anche alla diffusione sui social media, a oggi Adiosu è stato visto da oltre dodici mila utenti.

Adiosu è una calamita per gli occhi. Avrei voluto avere io quell’idea, sarei voluta essere fisicamente in quei luoghi per poterli raccontare. Poi penso che Martino Pinna e la sua troupe (Alessandro Violi, Davide Lombardi, Gabriele Pibiri e Enrico Ruggeri) abbiano fatto un lavoro eccellente, e che io, sicuramente, non avrei saputo fare meglio.

In conclusione, prendo la libertà di citare me stessa: “Se le fotografie prima riuscivano a ritrarre luoghi capaci di far provare sensazioni forti, ora, il prodotto filmico riesce a raddoppiarle, traslando le ultime tracce del menefreghismo umano in luoghi che però, con l’essere umano, hanno gradualmente perso il contatto.

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