Black Mirror e il suo White Christmas: distopia o futuro imminente?

di Marina Porcheddu

Ebbene sì, quest’anno il regalo di Natale arriva dall’Inghilterra, e dobbiamo ringraziare Channel 4 se i nostri occhi hanno potuto godere di un nuovo sublime spettacolo. Black Mirror è tornato, miei cari. Non con i soliti tre episodi stagionali, ma con uno solo, da novanta minuti, interamente “dedicato” al Natale.

E da qui in poi, state attenti: Spoiler alert!

L’estremizzazione negativa degli effetti che la tecnologia ha (o avrà) sulle persone, è vista in chiave drammatica ma anche un po’ satirica da Charlie Brooker, ideatore della mini serie antologica Black Mirror. Chi ha visto le prime due stagioni – e chi non l’ha fatto, DEVE farlo – avrà senz’altro notato che è proprio l’overdose da tecnologia l’unico elemento che lega le puntate tra loro, anche perché, trattandosi di una serie, appunto, antologica, ogni episodio segue un proprio universo narrativo, isolato rispetto alle altre puntate.

Queste premesse servono alla contestualizzazione di questa special edition natalizia, che riprende, ovviamente, il legame con i precedenti episodi: siamo sempre immersi in quella società distopica propria di un futuro che poi così lontano non è, in un’Inghilterra sempre così “fredda”, ma mai tanto affascinante. Dal fascinoso universo di Black Mirror nessuno ne esce indenne, tutti ne abbiamo timore eppure ciò che guardiamo ci piace, perché è troppo riduttivo chiamarla tv drama, Black Mirror è molto di più, è un’esperienza emozionale. Il White Christmas “mirroriano” non è quello idilliaco cui alludono le canzoncine natalizie. Vi sembrerà di essere chiusi dentro una di quelle sfere di vetro contenenti neve sintetica (avete presente Citizien Kane di Orson Welles, oppure Unfaithful di Adrian Lyne?), ecco: anche l’andamento della storia segue lo stesso moto circolare, e la forza centripeta che muove il tutto si chiama Joe (interpretato da Rafe Spall). E Joe è il motivo per cui conosciamo Matt (Jon Hamm).

Quello che Brooker fa con Black Mirror è essenzialmente una cosa: prende un concetto, una fase, un’azione ridondante nel nostro presente tecnologico e lo porta avanti di qualche anno. Come detto prima, tutto questo diventa una distopia, assume la forma di un qualcosa di terrificante e si concretizza, almeno nel film (e fortunatamente) con le z eyes, una sorta di lenti a contatto con le funzioni di un futuristico google glass, attraverso le quali guida giovani e imbranati ragazzi nell’approccio con l’altro sesso. In una sequenza c’è tutta la nostra realtà interattiva elevata ai massimi livelli immaginabili: google glass e i social network in particolare. Ed è proprio Matt ad assumere il ruolo di mentore e guida di questi ragazzi. È lui stesso a raccontare la sua vita a Joe e lo fa con lo scopo di metterlo a suo agio per estrapolare da lui la maggior quantità d’informazioni possibili. Il perché di questa insistenza lo scopriremo dopo che Matt avrà parlato del suo lavoro a Joe, e quest’ultimo avrà confessato.

Matt lavora per un’agenzia che si occupa di impiantare dei cookies (chip) nel cervello di persone, che hanno consciamente scelto di sottoporsi all’intervento, per una settimana, allo scopo di estrapolare quante più informazioni possibili al fine di poter creare un clone digitale che consenta una maggior organizzazione della vita quotidiana. Un uso della tecnologia a favore della pigrizia estrema.  Qui conosciamo Greta (Oona Chaplin – diventata celebre per il ruolo di Talisa Stark in Game of Thrones), che incarna l’esempio di quest’operazione.

Non vogliamo raccontarvi tutto, ma da questo momento in poi le cose iniziano ad assumere un senso e iniziamo (finalmente) a conoscere anche Joe e a capire il motivo per cui i due si trovano nella stessa gelida casa da una manciata di anni. Joe è stato accusato dell’omicidio del suocero e complice di aver causato la morte della piccola May. La dilatazione temporale è un altro elemento portante: nell’universo digitale del clone, il tempo scorre inesorabile senza che lui possa fare nulla per farlo passare più velocemente, ma i cinque anni che lui trascorre dentro questa illusione, sono in realtà pochi minuti o pochi giorni nella vita reale. Insomma, una vera tortura psicologica. Ecco perché Joe ha l’illusione di vivere dentro quella casa (così familiare) da anni. Il suo cervello, attraverso il chip, ha inconsciamente fornito a Matt le informazioni che avrebbe voluto rimuovere.

Prima si è parlato dell’estremizzazione di una particolare azione da parte di Brooker. Ecco, nel caso di White Christmas si tratta del “blocking”. Il “ti blocco”, qui, assume un significato molto più concreto e il nostro corpo rappresenta la nuova vera prigione, una punizione legale.

Mi ripeto: è riduttivo scrivere di Black Mirror come una serie (o un film, nel caso di White Christmas) che tratta di tecnologia, ma è anche (e soprattutto) sbagliato. È molto di più: si tratta di una fenomenologia, di etica, di moralità ma anche di un qualcosa di terrificante come può essere una tortura, tutti elementi dati da un’overdose da tecnologia. Charlie Brooker immagina cosa potremmo diventare, e ci presenta il frutto della sua immaginazione attraverso Black Mirror, e come riesce lui a farci temere la tecnologia, Signori, non riesce nessun altro.

Lo staff di Fuori Corso Blog augura a tutti Voi un sereno Natale e un 2015 ricco di film, serie TV, libri e fumetti! 

Annunci

One thought on “Black Mirror e il suo White Christmas: distopia o futuro imminente?

  1. Pingback: Crowdfunding, ovvero, l’arte di arrangiarsi. Il caso di Adiosu | Fuori Corso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...