Shakespeare & Company e cineturismo: gli scatti compulsivi che estraniano chi guarda

di Olga Torrico

Ci sono luoghi che il cinema, da Pigmalione qual è, ha reso immortali. Altri invece erano già delle istituzioni e il cinema li ha celebrati sul grande schermo. Altri ancora nei quali il cinema ritorna.

In cerca della location giusta, un addetto ai sopralluoghi ne ha da sudare. Ma a volte il colpo d’occhio è immediato: il set perfetto è bell’e pronto. Non c’è bisogno nemmeno dell’arredatore. È il caso di una delle più speciali librerie al mondo, la parigina Shakespeare & Company.

Parigi nasconde pezzetti di film a ogni angolo. Per i più nostalgici, via alla caccia dei luoghi culto del cinema. Se volete visitare la città e rievocare le vostre scene preferite, oggi ci sono anche delle app. Camminare sugli Champs Elysée sarà come in Á bout de souffle, passando al Louvre sarete tentati di battere il record dei The Dreamers che avevano già superato quello di Bande à Part. E seguendo la Senna, passerete senz’altro per S&Co…

Forse anche per colpa del cinema, ormai il bookshop è un’imperdibile tappa per file di turisti a Parigi. Poveretti − se vengono col sogno di immortalare in uno scatto la loro gita bobo-chic, tra pile di Hemingway e un poster del Great Gatsby, resteranno delusi. “No Photos” a S&Co.

Niente paura, questo luogo è così magico che resterà comunque ben impresso nella memoria, specialmente quando possiamo ammirarlo ancora in una triade di fortunate pellicole: Before Sunset, Midnight in Paris, Julie & Julia. Sequenze brevi: eppure la libreria buca l’obiettivo, con il suo fascino antico e moderno insieme.

Lo spazio e i suoi oggetti, i colori e le forme sono organi indispensabili che mettono in movimento un corpo di segni e messaggi. I luoghi ci parlano, il cinema lo sa. E S&Co è un posto che pulsa e respira: che vive. Se mi chiedessero chi mi sarebbe piaciuto conoscere tra gli innumerevoli personaggi interessanti che siano mai esistiti, risponderei: George Whitman, l’anima di S&Co, colui che aprì la libreria nel 1951. Da allora più di 40.000 scrittori, poeti e viaggiatori hanno vissuto tra i suoi scaffali polverosi, stipati di libri fino a scoppiare. Whitman li battezzò tumbleweeds.

“Ora et labora” è La Regola nei monasteri benedettini − ma anche a S&Co, dove la Bohème ha di sicuro la meglio, un tumbleweed deve attenersi alla legge:

  1. Lavorare due ore al giorno;
  2. Leggere un libro al giorno;
  3. Scrivere un’autobiografia di una pagina con tanto di foto.

Anche io ho provato la gioia di essere tumbleweed a S&Co, mentre Notre Dame scandisce il tempo come un grande orologio. Per saperne di più, da non perdere il bellissimo documentario Portrait of a Bookstore as An Old Man:

Nell’ambientare un film in una grande città, un regista decide cosa farci vedere. Un po’ come il turista che sceglie cosa visitare. Solo che il paragone non regge: il turista per certi versi non sceglie veramente. E soprattutto i turisti stanno un po’ sulle scatole a tutti.

Cosa stiamo guardando? È questa la domanda che si pone Antoni Muntadas, geniale e instancabile artista di Barcellona, uno dei primi a dedicarsi alle installazioni video. Reduce di una brillante esposizione al Jeu de Paume intitolata Entre/Between (che adesso si è spostata a Vancouver), Muntadas esplora gli spazi pubblici e privati della nostra società e il modo in cui essi entrano in comunicazione. Nello specifico, La ville musée è un progetto che metterebbe in crisi chiunque. Attraverso un piccolo foro, vediamo una serie di celebri monumenti, assaliti da visitatori armati di macchine fotografiche. Lo spettatore si identifica col turista, quello che scatta milioni di foto che marciranno nel disco rigido del pc o che saranno preda dei like su FB. Si guarda mentre guarda. E capisce che la distanza tra sé e quello che guarda è quasi sempre incolmabile. Fortuna che a S&Co è vietato far foto.

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