Il “cinema” oltre il film: la sala cinematografica e i “contenuti alternativi”

di Elisa Mandelli

Da qualche anno i cosiddetti “contenuti alternativi” rappresentano una componente organica nella programmazione non solo dei grandi multisala, ma anche di numerose sale cittadine. Dall’opera ai concerti pop passando per il balletto, dalla partita di calcio alla “riedizione” di film cult, gli spettatori si recano al cinema per fruire di una ricca serie di contenuti non più solo filmici, ma che, attingendo alle diverse sfere dell’intrattenimento “extra-cinematografico”, si “appropriano” della sala in cerca di nuovi pubblici.

Si tratta di eventi unici, distribuiti per un solo giorno e in un numero limitato di spettacoli, e con tariffe più elevate rispetto a quelle applicate agli spettacoli “normali”. È la cosiddetta multiprogrammazione, cui la conversione digitale delle sale ha dato una notevole spinta, grazie alla possibilità di programmare agevolmente sullo stesso stesso schermo diversi contenuti.

I report annuali di IHS Screen Digest e The Event Cinema Association la dipingono come area in crescita nell’offerta delle sale internazionali, pur nelle disparità tra Paese e Paese, destinata a svilupparsi ulteriormente nei prossimi anni. Anche il rapporto 2013 sul mercato e il cinema in Italia ne ha rilevato un incremento esponenziale, seppure la loro quota di mercato sia ancora molto inferiore a quella di altri Paesi come Francia e Regno Unito, dove tale pratica era diffusa ben prima del digitale.

Qualche giorno fa anche la stampa nazionale si accorta di questa tendenza, con Laura Zangarini che sul “Corriere della sera” ne ha esaltato i successi al botteghino, suggerendoli (neanche troppo) indirettamente come possibile risposta all’endemica crisi degli afflussi in sala. Ad accendere il suo entusiasmo era stato il successo del film/concerto degli One Direction, campione di incassi nel week-end dell’11 e 12 ottobre, e record assoluto di introiti tra i “contenuti alternativi” in Italia.

Tuttavia, in una replica all’articolo, Giampaolo Letta, vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, ha lamentato il “colpo di mano” degli esercenti che hanno programmato l’evento nel week-end, senza preoccuparsi del fatto di poter danneggiare “materialmente e «filologicamente» lo specifico cinematografico, anche e soprattutto sul suo versante italiano”– intervento che ha suscitato la piccata risposta dell’ANEC.

Ma siamo sicuri che questi contenuti vadano pensati in concorrenza con i film in sala? Certo, concerti o eventi riescono a superare al botteghino i film già in cartellone, per quanto generalmente nelle giornate tra lunedì o mercoledì, tradizionalmente “deboli” per gli incassi cinematografici. È stato recentemente il caso di due (apparentemente insospettabili) documentari sui musei: il film sull’Hermitage di Pietroburgo, ma soprattutto i “Musei vaticani 3D” (prodotto da Sky 3D e Sky Arte HD), che si sono rivelati campioni di incassi nelle rispettive giornate di programmazione, il secondo con un successo tale che sono già state annunciate delle repliche.

Lo ribadisco, pochi sono i record “assoluti”, ma è significativo come queste strategie possano “ravvivare” la frequentazione delle sale nei momenti più critici. Il vantaggio offerto dai “contenuti alternativi” è quello di portare in sala gli spettatori quando altrimenti non vi si recherebbero, ma soprattutto di portarci spettatori che altrimenti non andrebbero affatto al cinema. È un mercato che si rivolge a specifici segmenti di pubblico: adolescenti per gli One Direction, persone tendenzialmente più mature per l’arte al cinema, e così via.

Allora, come già del resto propone l’ANEC, più che “alternativi”, questi contenuti dovrebbero essere pensati – e definiti – come “complementari”. Del resto questa identità della sala come luogo di circolazione di prodotti non esclusivamente cinematografici non dovrebbe suscitare troppo stupore in un contesto caratterizzato, com’è ormai ampiamente noto, dalla moltiplicazione dei canali e delle forme di fruizione filmica: se il film non si vede solo in sala, perché in sala dovremmo voler vedere esclusivamente film?

La vera domanda non è quindi come il cinema – e quello italiano in particolare – debba essere “protetto” dalla “minaccia” degli eventi cinematografici, ma neanche, dall’altra parte, come gli esercenti possano trarre da questi ultimi il maggior vantaggio possibile per “compensare” le performance scadenti dei film. Bisognerebbe piuttosto cominciare a ragionare in modo più organico su quali contenuti, appunto, si stanno offrendo (se, ad esempio, c’è una proposta valida e coerente al di là della capacità attrattiva dei singoli eventi – e mi sembra che non sia sempre così) e con quali logiche (a ben vedere non del tutto innovative, se pensiamo alle anteprime o alle rassegne d’essai); in mano a chi è questo mercato (Microcinema e Nexo Digital hanno aperto la strada, ma si stanno affacciando altri soggetti) e come valutarne l’impatto (i criteri sono ancora incerti e imprecisi). Potremmo anche chiederci se e come la multiprogrammazione possa diventare una risorsa per film che non troverebbero altrimenti spazio in cartellone, ma che sarebbero comunque in grado di attirare un proprio pubblico, come documentari o piccole produzioni (anche, eventualmente, soprattutto italiane).

Interrogativi che queste poche righe si limitano a suggerire, in attesa di più approfondite ricerche. Ma già a questo punto si impone una certezza: a poco servirà mettere in bambagia il film e il suo fantomatico “specifico”.

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One thought on “Il “cinema” oltre il film: la sala cinematografica e i “contenuti alternativi”

  1. Lla querelle Zangarini/Letta è uno scontro classico: da un lato chi pensa soprattutto al profitto e quindi accoglie con benevolenza qualsiasi metodo aiuti ad ottenerlo, dall’altro il purista che bada solo alla qualità e dice: “Orrore! Nei cinema ci voglio solo i film.”
    Io mi schiero con decisione a favore della Zangarini. Sarebbe bello fare come dice Letta (assumere un atteggiamento da filologo ed eliminare dalle sale tutto ciò che non è arte cinematografica in senso stretto), e questa politica è senz’altro lodevole dal punto di vista artistico… ma i proprietari dei cinema devono pur mangiare, e alla cassiera del supermercato non gliene frega nulla se i soldi li hai fatti proiettando Ermanno Olmi o il film degli One Direction, lei vuole i quattrini in mano e festa finita. Se l’unico modo per andare in pari o ricavare uno straccio di guadagno è affidarsi a questi “contenuti alternativi”, allora proiettarli è cosa buona e giusta.

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