Scenari cinematografici post-femministi: le donne guerriere di Quentin

di Bruna Di Giacomo

«…but it’s been an extraordinary year not only for cinema, but roles for women in particular. The last 10 years, really.»

Questa una delle frasi più interessanti del discorso di Cate Blanchett agli scorsi Golden Globe. Ma il campionario di ruoli femminili proposti al cinema negli ultimi dieci anni non può non coinvolgere in prima linea la figura di Quentin Tarantino.

Il suo cinema ha infatti contribuito a sdoganare un’idea di femminilità debole e indifesa, rilanciandone un’altra vincente e guerriera, influenzando così l’immaginario cinematografico e collettivo. Non si tratta di un banale vezzo da parte del regista, ma di una componente biografica preponderante, quella materna, che invalida la tesi di chiunque si azzardi a parlare di inversione di ruoli tra uomini e donne o addirittura di misoginia.

Da Beatrix Kiddo a Shosanna Dreyfus l’ideale di donna riproposto da Tarantino è quello di un’eroina contemporanea abituata a difendere da sè il proprio onore e a combattere le proprie battaglie senza l’aiuto di nessuno.

Già, perché se si pensa al viso d’angelo di Uma Thurman imbrattato di sangue, l’immagine della donzella in pericolo in attesa che l’eroe di turno la salvi diventa, come dire… poco credibile.

Il personaggio de “La Sposa” di Kill Bill interpretato da Uma è solo il primo di una lunga serie di personaggi femminili che fanno della propria emancipazione dall’uomo una bandiera da sventolare davanti agli occhi di una società retrograda.

Kill Bill è il film di Tarantino più complesso dal punto di vista della femminilità. La Sposa, la Beatrix Kiddo in cerca di vendetta, rappresenta lo specchio nel quale vengono proiettati gli aspetti femminili delle sue avversarie: la maternità, la violenza subita e la bellezza sfregiata.

Nello stesso ordine, Vernita Green delinea un ideale di maternità inseguita per scelta e non capitata per imposizione. Allo stesso tempo veicola la maternità negata dell’eroina Beatrix.

O-Ren Ishii è la prima donna capo dello Yakuza a Tokyo. Bambola giapponese, semina il panico in un mondo abitualmente governato da uomini. Le sue fedeli alleate sono anch’esse donne: Sofie Fatale e Gogo Yubari. Tutte e tre unite da una coalizione sessista contro i maschi.

Elle Driver può essere invece identificata come il doppio di Beatrix: bella, alta e bionda come lei, rivale di questa in guerra e soprattutto in amore.

Beatrix e le innumerevoli identità che porta con sé, incarna un viaggio dell’eroe al femminile che difficilmente si era visto prima al cinema. Grazie a lei facciamo tappa obbligata su un pianeta femminile in perenne crisi esistenziale, alla spasmodica ricerca di un’identità. Da un lato schiacciata da un universo maschile ingombrante, fatto di soprusi, violenze e gelosie possessive; dall’altro determinata al raggiungimento di una vita dove a farla da padrone sia il diritto di scelta, spesso negato alle donne.

Le ragazzacce di Death Proof non sono da meno.

Jungle Julia, Shanna e Butterfly, ma soprattutto Abernathy, Zoe e Kim raccolgono la sfida femminista lanciata in Kill Bill.

Sono donne di ben altro spessore psicologico ma si riveleranno altrettanto determinate ad evitare ogni tipo di imposizione maschile. Questo aspetto non solo può essere colto nell’epilogo del film, dove il secondo terzetto farà a pezzi a suon di botte il maniaco sessuale che le perseguita, ma anche e soprattutto nei loro dialoghi, in cui l’altro sesso pare essere relegato a un piacevole trastullo e a volte anche un fastidio, da tenere accortamente sull’uscio di casa.

Deve essere ovviamente citata anche la Shosanna Dreyfus di Bastardi senza gloria, la quale incarna la vendetta ebrea al femminile contro i nazisti. La sua esperienza risulta impreziosita dalla tipica sfacciataggine dei personaggi femminili di Tarantino, che queste donne sono solite sfoggiare a danno di qualche ominide che le importuna o che le vorrebbe tutte per sé.

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