L’immortalità surrealista, continua ascesa di un mito

di Alessia Romano

Il cinema contemporaneo, e come degni compagni il fumetto e i videogiochi, conferma il bisogno umano di indagare ogni remoto angolo della psiche umana dimostrando che il surrealismo, come metodo di studio ed espressione, non è nato e morto nei primi anni ’30 e che l’interesse per la psicologia non era una semplice moda del momento. Nel 1928 l’esordio di Luis Buñuel e Salvador Dalì con Un chien andalou segna la storia del movimento surrealista e quella del cinema: l’osceno e il dissacrante accompagnano viaggi nella psiche che continuano ad affascinare registi contemporanei, mentre le tracce più soft dello spirito surrealista continuano ad essere impresse su pellicole contemporanee.

Il sogno e la casualità, i rudimenti della produzione del surrealismo d’avanguardia, continuano nel cinema del 2000 ad affascinare, proponendosi in una veste più dolce rispetto ai titoli in bianco e nero e più facilmente fruibili da ogni tipo di spettatore. Il surrealismo contemporaneo, dal Gondry di La Science des rêves (L’arte del sogno) a Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain (Il favoloso mondo di Amélie) di Jean-Pierre Jeunet, ripropone deliri amorosi e passioni nascoste, colora a pastelli l’irrazionale e trasforma in giocattoli lo spirito libero dei protagonisti, che nel caso dei due film citati sembrano fratelli separati alla nascita: Stéphane Miroux (Gael García Bernal) in La Science des rêves e Amélie Poulain (Audrey Tautou) in Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain hanno in comune sangue e creatori francesi oltre che storie e destino simili. Entrambi hanno difficoltà a distinguere i momenti di sogno con quelli di veglia, la vita sognata si confonde con quella reale, mettendo a repentaglio o migliorando le loro vite. Ma i due vivono viaggi differenti.

Stéphane attraverso il sogno corteggia ed affascina la donna di cui è innamorato: in quel mondo, dove la fantasia predomina ed è a servizio dei desideri, l’amore vince su quello che si rivela essere la grigia realtà solo durante la veglia. Il gioco di La Science des rêves si fonda su opposti e contemporaneamente sul limite che tenta di dividerli: la coesistenza di sogno e realtà, sonno e veglia, raddoppiano i livelli narrativi e simbolici. Proprio la dualità è uno dei temi preferiti dai primi registi ed artisti surrealisti che iniziarono nel 1928 il loro studio sulla magnifica convivenza di due universi estremi. Gondry ci conferma con La Science des rêves che l’obiettivo dell’innovazione surrealista rimane quello originario: bisogna eliminare le eccessive sovrastrutture per dare una forma a ciò che è possibile vedere solo con l’automatismo psichico puro, una libera associazione di immagini organizzate secondo l’iter onirico, apparentemente casuale.

L’avvicinamento di due o più elementi di natura apparentemente estranea, su un piano altrettanto estraneo a entrambi, è il cuore dell’avanguardia e del suo frutto: è proprio la casualità delle associazioni mentali, sviluppatesi durante l’infanzia, ad accompagnare Amélie nella propria solitudine. Sin da bambina, orfana di madre e mai coccolata dal padre, Amélie sviluppa una particolare capacità nel rifugiarsi nelle piccole cose della vita quotidiana, deviandola nel tentativo di creare un ambiente più caloroso: mentre da bambina immaginava soffici nuvole trasformarsi in conigli, da adulta le voci della propria coscienza le si palesano come “grilli parlanti”.

Spogliato della tipica crudezza e pulito da ogni traccia di originale sporcizia, il surrealismo resta francese ma leggermente denaturalizzato, pronto con La Science des rêves e Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain ad intrattenere ogni tipo di spettatore e godere di una diffusione ben più facilitata rispetto a quella dell’antenato “cane andaluso”: forse un giorno il cinema e il suo pubblico saranno pronti ad accogliere un surrealismo puro e fedele alle intenzioni dei suoi creatori, ma possiamo ingannare l’attesa godendo dei lavori di veri amanti del sogno e della fantasia.

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