Se mi lasci ti cancello, quando il titolo non fa il film

di Erica Benedettelli

Partiamo da un presupposto: anch’io ho visto per la prima volta questo film pensando “mi farò due risate” e, dopo venti minuti, sono rimasta piacevolmente scioccata nel vedere Jim Carrey piangere a dirotto in un’auto.

Alla fine del film ero giustamente arrabbiata per quel titolo ingannevole e, quindi, per la serie “domande frequenti a cui provo a rispondere”, questa volta mi chiedo: perché tradurre un film sulla profondità psicologica dell’amore, con un titolo da tipica commedia americana come Se mi lasci ti cancello, frantumando, così, il vero significato dell’opera?

Se mi lasci ti cancello è lontano anni luce dall’idea che il titolo italiano lascia trapassare, è un viaggio nel mondo del dolore, dell’amore e, ancora di più, nella mente che riesce a vincere anche la tecnologia più sofisticata, ma dopo che anche il trailer italiano suggerisce “te lo assicuro: morirai di risate” come fai a vedere il contrario?

Il film, diretto da Michel Gondry, presenta nella versione originale un titolo nient’affatto banale: Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Il verso è tratto da Eloisa to Abelard di Alexandre Pope che, letteralmente tradotto, significa “il sole eterno della mente immacolata” o, per mantenere la fedele traduzione, “Infinita letizia della mente candida”.

Il titolo è un richiamo alla trama, chiaramente, un omaggio a Pope, ma è anche un richiamo al personaggio di Mary Svevo (Kristen Dunst), la segretaria, apparentemente secondaria, che ama leggere libri sugli aforismi e che sarà, a un certo punto, la chiave della storia.

Ma, allora, perché tradurre quest’opera così profonda con un titolo come Se mi lasci ti cancello? Una sola risposta: per vendere. Tralasciando il fatto che la trama parte dall’atto compiuto, cioè da quando Clementine (Kate Winslet) ha già lasciato lo sconfortato Joel (Jim Carrey), rendendo, quindi, il “Se mi lasci…” ancora meno corretto, il richiamo alle commedie americane tradotte in “Se” avrebbe, di certo, attirato un pubblico più vasto di quello che si sarebbe ottenuto lasciando il titolo originale.

La pellicola, uscita nel 2004, è stata vittima della serie cinematografica che prende il via con Se scappi ti Sposo del 1999. Questo film, originariamente chiamato Runaway Bride, ha avuto un successo tale in Italia da influenzare film come Time Share, tradotto in Se cucini ti sposo, Elvis Has Left the Building, diventato Se ti investo mi sposi? e, ovviamente, il nostro caro Se mi lasci ti cancello.

Ma questa non è stata l’unica strategia di marketing utilizzata. Come portare un pubblico generico, abbindolato dal trailer ma non totalmente convinto, a vedere il film di un regista (all’epoca) semisconosciuto? Quello che forse si tende più a tralasciare ed è, invece, il più subdolo ed evidente meccanismo è nella traduzione stessa di questo film. Il titolo, con la sua traduzione “sbagliata”, ha fatto scandalo, sono nate pagine derisorie sui social network e chiunque abbia messo mano a questa trasposizione è stato verbalmente e pubblicamente linciato, ma tutto questo ha portato ad una sola cosa: gente nelle sale.

Tradurre letteralmente quel titolo sarebbe stata un’impresa suicida e, forse, solo, con questa traduzione, per quanto abominevole, si è potuta raggiungere la fortuna di questo film in Italia che ha sicuramente lasciato il segno, ma, nonostante la non completa colpa della distribuzione, questo, per me, non cambia le cose: la profondità psicologica e la genialità di questo film lo rendono unico nel suo genere, ma è definitivamente passato alla storia con uno dei titoli più mediocri e peggio tradotti di tutti i tempi.

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4 thoughts on “Se mi lasci ti cancello, quando il titolo non fa il film

  1. concordo su tutto quello che hai scritto. Ricordo che già quando era uscito al cinema qualcuno si era “permesso” di evidenziare che la traduzione italiana del titolo non c’entrava nulla col titolo originale. E aggiungo anche che, secondo me, nel banalizzare così il titolo si dà implicitamente degli ignoranti al pubblico, pretendendo che il titolo originale fosse tropo difficile x “noi”.
    A me è piaciuto e avevo pianto un sacco e anche la colonna sonora è davvero commovente.

  2. Peggior traduzione di titolo a mio giudizio; “Domicile conjugal” di Truffaut (1970), terzo lungometraggio con Jean-Pierre Lèaud nei panni del suo alter ego Antoine Doinel, operina garbata sulla vita di coppia nella Parigi borghese, che in Italia diventò “Non drammatizziamo… è solo questione di corna!”., scotraggiando quelli che il film l’avrebbero apprezzato, e al scontentando invece quelli che ci andarono apettandosi un film con Edvige Fenech e Lino Banfi.

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