Cosa c’è sotto. Smembrare il corpo per comporne l’immagine: oltre il semplicismo del porno

di Olga Torrico

Peel slowly and see. Lo streaptease della banana: sotto la buccia una polpa soda, rosa fenicottero. È la cover del disco The Velvet Underground & Nico, design di Andy Warhol. Il doppio senso è dietro lo sticker. Mettiamoci a nudo. Parliamo di strati. Parliamo di pelle.

Vi ricordate Bart che sta per tuffarsi in piscina, cade e si rompe la gamba perché Nelson gli grida: “Ti si vede l’epidermide”? Ecco: la pelle è l’organo più esteso del corpo. Difficile nasconderla totalmente, a meno che non optiate per il burka.

Tutti a scuola di sensualità con Nico: nel film Streap-tease di Poitrenaud interpreta una ballerina che apprende l’arte dello spogliarello. Lo streaptease ha un che di centripeto, un’energia che risucchia. In francese si chiama pure effeuillage, parola usata per la caduta delle foglie in autunno. Nella colonna sonora, Serge Gainsbourg gioca con quest’ambiguità. I vestiti esitano a cadere, come foglie. Il piacere è tutto nell’attesa, nell’eccitazione del vedo non vedo.

In realtà il vedo non vedo è una turbante condizione del corpo umano. Il filosofo Merleau-Ponty rifletteva sul fatto che non possiamo guardarci tutti interi nello stesso momento, neanche con uno specchio. Rassegniamoci: l’immagine che abbiamo di noi stessi è segmentata, ci taglia il corpo a pezzetti. È attraverso questa stessa distruzione visiva che il cinema ricompone il corpo umano sullo schermo. In un piano americano ad esempio non vediamo i piedi della figura. Per quanto ci riguarda, un John Wayne inquadrato così potrebbe anche indossare delle ballerine.

Andiamo di nuovo sotto i vestiti e facciamo un primo piano sul fondoschiena. Yoko Ono in No. 4 sguinzaglia una parata di natiche, una dolce compagnia per 80 minuti.

L’interesse dell’artista è anatomico: naturale il confronto tra un didietro e l’altro, tutti diversi per forma e texture. Però, sensazione strana, il focus sul sedere ha come protagonista il corpo, non il sedere. Una sineddoche per immagini. Un po’ come Briarly che si innamora del ginocchio di Claire e non di Claire.

Sotto i vestiti c’è la pelle. E sotto la pelle? Ritorniamo al nostro amico Merleau-Ponty (della serie “Nanà fa della filosofia senza saperlo”). Per lui la carne è il legame tra il corpo che vede e il corpo che è visto. La pelle è il nostro limite, un confine fisico, ma è anche un tramite verso il mondo esterno che lascia uscire e entrare, ehm, cose. È soprattutto nell’atto sessuale che il cinema disloca il corpo. Porzioni nude si moltiplicano, si affollano, introducendo un senso di durata ma anche di simultaneità (Duchamp docet col suo Nu descandant un escalier). Altro che smembramento del corpo. La rappresentazione vien fuori più autentica rispetto al fattaccio visto nudo e crudo. È per quello che spesso il porno rende l’amore meccanico, asettico anche se dirty. Il realismo è finto perché manca il viscerale, quello che spoglia per davvero, quello che riversa il corpo e lo mostra inside out. Nel porno una scena di sesso è come quella del pranzo, niente di troppo insolito.

Hiroshima Mon Amour si apre sulla carne che freme. Siamo vicinissimi alla grana della pelle: ruvida, sporca di una sabbia luccicante. Braccia e mani: intuiamo che si tratta di un abbraccio d’amore, ma i corpi sono amorfi. Non ci sono volti, non c’è nient’altro che un allacciarsi in una sola massa. Eppure vediamo quello che non si vede. Vediamo un uomo e una donna e la passione che brucia. Lo spettatore accetta una sorta d’inganno da trompe l’œil: fa la sua parte nel costruire il film. (Per lo stesso meccanismo, siamo certi che John Wayne non indossi delle ballerine).

Chiudiamo con Warhol che ci ha aperto la strada con la sua banana da pelare. Blowjob: piano fisso sul volto di un ragazzo. N.B. Il volto è l’unica parte essenzialmente nuda del corpo umano (lo dice Jacques Aumont). Il titolo suggerisce la trama, il resto lo immaginiamo noi: il porno è “invisibile” ma più esplicito che mai.

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