David Lynch al MAST: the days after

di Erica Benedettelli e Marina Porcheddu

 

Ebbene sì, David Lynch è stato a Bologna. Una grande attesa, 150 persone solo per lui, giornalisti con telecamere e taccuini e una buona dose di personale autorizzato del MAST che ha diviso le barricate. Tutti erano pronti ad aspettarlo e lui è arrivato, ha introdotto il suo film del 1980, The Elephant Man, ed è uscito dalla sala. Una presentazione da calendario, come scritto nella locandina del MAST , ma che, a caldo, ha lasciato buona parte del pubblico a bocca aperta.

Ma andiamo con ordine. Appuntamento davanti alla sede del MAST prima delle 13:15, locandine, cofanetti e tutto ciò che poteva contenere anche un solo vago riferimento al regista onirico era pronto per essere autografato: c’era davanti l’occasione unica di vederlo, di vedere David Lynch dal vivo a due passi da casa propria e lui non ha fatto attendere i suoi fans. Arrivato con un netto anticipo, si è lasciato fotografare all’interno della struttura che, per l’occasione, ha riservato un abbondante buffet ai visitatori e ha ospitato la sua mostra fotografica, attiva fino a dicembre. Ma di questa parleremo dopo.

“Non sono abituato a presentare i miei film” queste le prime parole dopo l’applauso caloroso della sala gremita che è durato almeno un minuto e, forse, da questa frase era già chiaro che non avrebbe detto molto. Ha parlato del Montana, dove è cresciuto, e di come quella realtà fosse così lontana dall’Inghilterra vittoriana in cui ha ambientato il film, ha ringraziato il suo staff, John Hurt che ha interpretato la parte di John Merrick e, ovviamente, il vero John Merrick che gli ha ispirato la sceneggiatura. Augurando una buona visione ha lasciato la sala. Un minuto o poco più di discorso ed è uscito, inseguito dai ragazzi che desideravano vederlo ancora un po’.

Polemiche e delusioni sono le reazioni che si sono registrate immediatamente dopo questo breve incontro con il regista. Forse qualcuno si aspettava una lezione di cinema, forse ci si aspettava un’introduzione alla mostra che era lì nella stessa struttura o, semplicemente, qualcuno, speranzoso dalla sua visita a Lucca in cui era stato a stretto contatto con i ragazzi, avrebbe voluto per sé lo stesso trattamento. Ma, chiarendo alcuni punti, Lynch non era lì per fare lezioni, spiegare le sue fotografie o altro, ma solo per introdurre il suo film, atto che ha compiuto, seppur con un tempo limitato.

Quindi, non c’è da aggiungere altro, se non che si è avuta l’occasione, unica, di vedere David Lynch a meno di un metro, di ascoltarlo dal vivo anche solo per un minuto e, per i più fortunati, di ottenere un autografo per la vita. Considerando il suo arrivo improvviso, fino al 24 di settembre, infatti, non si sapeva ancora quando e se sarebbe venuto, forse,  non ci si poteva aspettare niente di più.

 

Se The Elephant Man è diventato un film di culto dell’intera cinematografia mondiale, la passione fotografica del maestro rimane sconosciuta ai più.

Ci si sente un po’ spaesati dopo aver visitato la mostra fotografica dell’amato David, The Factory Photographs. Probabilmente il suo intento era proprio quello di far perdere lo spettatore nelle circa 110 fotografie di fabbriche e industrie abbandonate che, messe insieme, creano una sorta di labirinto.

«Niente e nessuno, nel cinema, ha quella forza che sento invece viva nell’industria e negli uomini che vi lavorano. È questa idea di fuoco e olio. Le fabbriche sono per me simulacri di creazione, portatrici degli stessi processi organici che regolano la natura»

In questi luoghi, cimiteri della civiltà in cui la presenza dell’uomo è richiamata solo dall’architettura lugubre delle fabbriche, Lynch pare muoversi in punta di piedi, attento a non trascurare dettagli, all’apparenza insignificanti e banali, ma che raccontano comunque una storia.

Nella carrellata di Untitled che ci viene proposta, Lynch trova il suo luogo magico, sospeso tra spazio e tempo. Osservando le fotografie, possiamo muoverci su e giù per il mappamondo, da Londra a New York, da Los Angeles alla Polonia senza renderci conto di dove ci troviamo esattamente, poiché le fabbriche, nella loro inospitalità, appaiono tutte uguali.

Le fotografie, sono state scattate nell’arco di vent’anni (dal 1980 al 2000), e la decisione di mostrarle rigorosamente in bianco e nero è indizio di una rigida scelta di messa in scena, quella di aver preferito una stagione, l’inverno, per rendere le immagini molto più suggestive.

Ad accompagnare la mostra fotografica, un’installazione sonora che riproduce i rumori riverberanti della fabbrica e si potrà prendere visione, inoltre, di tre cortometraggi: Industrial Soundscape, Bug Crawls e Intervalometer: Steps.

A Bologna, presso la MAST Gallery, fino al 31 dicembre 2014.

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