Quando il pubblico è In Trance (di Danny Boyle)

di Bruna Di Giacomo

In trance di Danny Boyle. Stai lì, lo guardi. Ti sposti un po’ a destra, un po’ a sinistra. Ti allontani per mettere meglio a fuoco. Lo prendi in mano, lo capovolgi, lo scuoti violentemente e… niente, non esce niente di niente, o meglio… poco.

Quello che dalla poltrona del cinema pareva essere intenso e complesso, all’improvviso si rivela un frenetico ma sterile gioco, che seduce il pubblico senza condurlo da nessuna parte.

Quando parliamo di In Trance, facciamo riferimento al remake dell’omonimo tv movie che vede la firma del regista britannico Danny Boyle.

Il decimo lungometraggio di Boyle si può collocare senza dubbio nella casella di thriller psicologico.

Sì, perché la pasta freudiana di questa sceneggiatura trabocca dallo schermo fino ad allagare la sala. La platea affoga letteralmente nel flusso di coscienza del protagonista, Simon (James McAvoy), costellato di dimenticanze e di oscuri dualismi.

A indicare al pubblico una possibile via di fuga ci pensa Elizabeth (Rosario Dawson), la psicoterapeuta che dovrà, attraverso l’ipnosi, far riemergere precisi ricordi in Simon.

Il tutto pilotato dal gangster maledetto Frank (Vincent Cassel) ed appiccicato con la colla grazie all’ingombrante presenza simbolica di un quadro: Le streghe in aria di Francisco Goya .

Chiunque tenti di effettuare una ricerca in rete allo scopo di verificare l’effetto che abbia avuto sul pubblico questo lungometraggio, si troverà a dir poco disorientato.

Immancabile il riferimento al nudo integrale della Dawson che, a detta di molti, basterebbe a compensare le eventuali mancanze del film.

Per il resto se ne parla facendo la bocca storta, chiedendosi dove sia nascosta la fregatura, oppure tenendo le mani davanti, come quando si è al buio e si tenta disperatamente di farsi strada evitando di prendere le pareti in piena faccia.

Danny Boyle stesso vende strategicamente l’idea legata al film adottando l’espressione “You’re hypnotised when you watch a movie”. In effetti, questo è ciò che accade tanto sullo schermo quanto in sala.

In trance si ispira volente o nolente a pellicole come Memento di Christopher Nolan o Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry, poichè sonda una tematica, quella psicologica, sempre più ambita da registi che improntano la propria carriera sulla versatilità, tendendo come espediente una commistione di generi, come in questo caso.

Boyle mette in scena un vero e proprio fritto misto che narcotizza lo spettatore, stravolgendone ogni quarto d’ora le aspettative.

Comincia come se fosse un heist movie, pericolosamente simile all’Inside Man di Spike Lee. Continua in modo che l’intrigo psicologico abbia la meglio, ricordando a tratti Inception, ancora di Nolan o Shutter Island di Martin Scorsese. Infine, come se nulla fosse, il film si risvolta come un guanto lasciando che emerga il tema delicato della femminilità negata, nobilitandone la trama e costringendo lo spettatore a dire “Wow! Bellissimo!”.

Il regista ci mostra in una doppia chiave quanto possa essere manipolabile la mente. Ci racconta da un lato il vissuto, nonché i trascorsi psicologici dei protagonisti; dall’altro, ci chiede con cortesia il permesso di condizionare le nostre menti di spettatori più o meno consapevoli.

In Trance si guadagna il proprio spazio camuffandosi da capolavoro, rimanendo però un’astuzia evanescente che alla distanza lascia una scia quasi del tutto impercettibile. Per il resto: de gustibus.

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4 thoughts on “Quando il pubblico è In Trance (di Danny Boyle)

  1. Bell’articolo, forse più che Inception o Shutter Island, ci ho visto molto de “La migliore offerta” che gioca con le stesse corde.. comunque alla fine anche a me ha lasciato quella sensazione di evanescenza, nonostante le premesse fossero ottimali.. direi che è stata la tipica promessa mancata..

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