Mockumentary – Biographic

di Jlenia Lasaracina

“Cosa succederebbe se io, Gioacchino Fenice, scegliessi di abbandonare la mia carriera di attore e decidessi di buttarmi a capofitto nella carriera musicale hip-hop (senza essere un minimo intonato)?”

Non si sa se ci credesse davvero, ma il nostro Gioacchino lo fece. Ciò che vediamo nel singolare mockumentary I’m still here di Casey Affleck (2010), lascia perplessi, e non poco.

A seguito del suo annunciato ritiro dalla scena hollywoodiana, assisteremo a quella che potremmo definire una vera e propria caduta nel baratro del talentuoso Gioacchino.

Da un attore estremamente professionale all’apice del suo successo, (ricordiamo le sue nomination all’Oscar per Il Gladiatore e Walk the Line) all’uomo peggiore del mondo: attacchi di pura paranoia, consumo di droghe, escort e risse da bar.

A legittimare la veridicità del film sono le furiose liti con i suoi amici di cui non si censura assolutamente né nome né immagine (uno di essi si vendicherà del cattivo cattivo Gioacchino utilizzando in maniera non proprio creativa i propri rifiuti organici) e il suo approccio con celebri personalità hollywoodiane: vedi un Ben Stiller totalmente umiliato dal nostro.

“Amico tu non fai altro che film dove ci sono quei cazzo di gatti ingessati!” 

Ma non solo: parliamo anche di veridicità legittimata transmedialmente. Memorabile l’ospitata del trasandato e barbuto Gioacchino al David Letterman Show, inserita nel film e mandata in onda in Tv, e memorabile la reazione finale del famoso conduttore ai farfugliamenti e ai silenzi del personaggio: “Mi dispiace che tu non sia potuto essere qui stasera!”. La celebrità dà alla testa, insomma.

A distanza di un anno e mezzo, dopo l’uscita del film nel 2010, Joaquin, sbarbato e impeccabile, tornerà da David Letterman per la sua confessione. A essere organizzata è solo la parte recitata meravigliosamente dallo stesso attore: per due anni interi, ininterrottamente, è rimasto fedele al personaggio. Una truffa bella e buona, una magistrale prova attoriale, un’ acuta riflessione sulla celebrità e sui rapporti tra i media e il pubblico ma anche un rischio, il rischio di danneggiare la propria immagine pubblica. Il tutto è sintetizzato da una battuta pronunciata dallo stesso attore: “Basta usare il tuo nome e la gente penserà che sia reale.”

Prima e dopo le droghe e il barbiere

“Cosa succederebbe se io morissi? E chi verrebbe al mio funerale?

Mi dispiace, bau!

Sin dall’inizio notiamo il nome del protagonista e del regista nei titoli di testa del film: Morto Troisi. Viva Troisi! di Massimo Troisi. Guardiamo i primi minuti: siamo direttamente catapultati in una camera ardente dov’è ospitata la salma dell’artista. La voce off, da telegiornale, ci spiega la grande affluenza di personalità importanti e non nella sala: “Come sempre, anche quest’ultimo spettacolo di Troisi registra il tutto esaurito!” impostando il discorso sull’ironia.

Il mediometraggio del 1982, prodotto per Rai 3 e inserito nella puntata speciale di Che fai..ridi? programma dedicato ai comici italiani, potrebbe facilmente essere scambiato, se escludiamo i titoli di testa, per un reale omaggio all’attore defunto. A legittimare il tutto sarà la presenza dei grandi comici italiani di quegli anni: Lello Arena, Renzo Arbore, Roberto Benigni, Marco Messeri, Maurizio Nichetti e Carlo Verdone racconteranno nel film i pregi, ma soprattutto i difetti e i lati più strani, della personalità di Troisi.

Sarà soprattutto Benigni, nascosto da una fitta nebbia ma perfettamente riconoscibile, a parlarne nella maniera più irriverente possibile, saranno le finte interviste all’attore (ricordiamo la simpaticissima sequenza dove Troisi è travestito dalla principessa Anna d’Inghilterra per passare inosservato e godersi una giornata in santa pace in un maneggio, cosa che non avverrà) a conferire al film un’ impostazione particolare: parlando di se e della propria morte, l’attore introduce elementi ironici, grotteschi e perturbanti, compie una critica su se stesso, mettendosi in discussione.

)

Concludiamo trovando un punto d’ incontro per questi due film che a un primo colpo d’occhio paiono totalmente differenti: la scelta di entrambi, Joaquin Phoenix e Massimo Troisi, seppur lontani cronologicamente e culturalmente, è quella di sfruttare il mockumentary nella stessa identica maniera. Decostruiscono la propria persona anziché autocelebrarsi, corrono rischi che potrebbero intaccare gravemente la propria immagine pubblica scegliendo temi non proprio alla portata di tutti.

Ma almeno una cosa è certa, entrambi i film ci incuriosiscono non poco.

#Mockumentary:

Quando il cinema ci prende per i fondelli
Woody Allen, di Nicola Donadio
Biographic, di Jlenia LaSaracina
Horror, di Andrea Spazzoli

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