Mockumentary – Woody Allen

di Nicola Donadio

“Ehi vogliamo andare alla discarica a sparare ai topi?”. Questa stupefacente domanda di Emmet Ray, il protagonista di Accordi e Disaccordi, sembra un’ottima trovata comica e niente più. Eppure rivedendo I Pugni in Tasca di Marco Bellocchio è strabiliante notare come questo assurdo passatempo sia una delle inquietanti abitudini anche del protagonista di questo film che, per usare un eufemismo, è un film drammatico mentre Accordi e Disaccordi, non solo è una commedia, ma è anche il terzo mockumentary di Woody Allen.

La citazione è sicuramente una delle varianti a cui questo genere ci ha abituati, ma il più delle volte si tratta di una citazione palese o addirittura ostentata. Per quanto riguarda l’episodio di cui parlavamo prima non c’è traccia sul web, nessuno pare avergli dato peso. Per quanto ne sappiamo potrebbe essere un semplice “omaggio” di Woody Allen al cinema italiano o tutt’al più una semplice coincidenza.
Ad ogni modo, l’importanza di Accordi e Disaccordi sta soprattutto nel suo essere una sorta di chiusura del cerchio nella carriera del regista newyorchese, impegnato nel ’69 con Prendi i Soldi e Scappa e quattordici anni più tardi con le avventure e le disavventure di Zelig.

Cosa potrebbe succedere se un ragazzo impacciato diventasse un ladro senza superare la sua inettitudine?

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La risposta è tutta nella serie di gag che caratterizzano Prendi i Soldi e Scappa, la strampalata biografia di un ladruncolo, Virgil Stardwell, troppo inetto per riuscire nelle sue rapine e per scamparla al cospetto della legge. Virgil non ce l’ha fatta a farsi accettare, ha continuato a subire le violenze dei bulli, non solo a scuola ma anche nel suo quartiere. Ha dovuto rassegnarsi al fatto che il crimine è la sua unica possibilità.
La storia di Virgil è raccontata attraverso diverse voci: i genitori (che ne raccontano l’infanzia e la difficile educazione cattolica nascosti dietro l’anonimato di un esilarante mascheramento), il maestro di violoncello, la maestra di scuola, le guardie carcerarie e tutta una serie di personaggi funzionali alla riuscita comica del finto documentario.

La grande potenzialità del genere viene pienamente sfruttata quando la banda di Virgil cerca un regista che faccia finta di girare un film davanti a una banca, mentre lui e i suoi la rapinano davvero la banca. In particolare cercano un regista fallito, caduto in miseria e trovano un certo Fritz…
Quando esce Prendi i Soldi e Scappa il mockumentary è un genere nuovo, che addirittura negli Stati Uniti nessuno aveva ancora direttamente esplorato. Lo stesso regista ha avuto modo di spiegare i motivi di questa scelta:

«…era uno pseudo-documentario. L’idea di fare un documentario, che dopo perfezionai quando girai Zelig l’avevo fin dal primo giorno in cui ho cominciato a fare film. Pensavo che fosse un mezzo ideale per la comicità, perché il formato del documentario era molto serio, così che stavi lavorando già in un’area in cui qualsiasi piccolezza contraddiceva l’impostazione seria ed era quindi divertente. E potevi raccontare la tua storia di risata, in risata, in risata…».

Insomma il mockumentary viene subito interpretato da Woody come un mezzo comico a impatto immediato, agevolato ancora di più dallo stile slapstick che contraddistingue l’inizio della sua carriera da attore e da regista.
Finiti gli anni ’70 però l’idea di cinema di Woody Allen è profondamente cambiata. Nei suoi film non c’è più solo la comicità da scivolata sulla buccia di banana, la riflessione si è impossessata delle sue commedie con ottimi risultati e ha realizzato anche il suo primo film drammatico: Interiors.
Se ci fosse bisogno di tradurre in cinema questo passaggio, Stardust Memories (1980) è perfetto. Il regista si indigna e si arrabbia contro chi non ha compreso i suoi ultimi film, attacca i critici ma anche i suoi presunti fans che, come gli alieni, lo vorrebbero ancora concentrato sulla comicità.

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Cosa succederebbe se un uomo si comportasse come un camaleonte?

Se si trattasse di un uomo solo si avrebbe una storia incredibile (e inventata) da raccontare, ovvero quella di Leonard Zelig. Ma l’idea che Woody Allen mette alla base del film è che la malattia di Zelig, che trasforma la sua identità a seconda del contesto in cui si trova, sia una malattia sempre più comune. Tanto comune che successivamente in psichiatria un reale disturbo di personalità è stato rinominato Sindrome di Zelig.
Rispetto a Prendi i Soldi e Scappa il tono non è più lo stesso, Zelig è una storia per certi versi drammatica, per non dire tragicomica. I due film sono distanti almeno quanto i due momenti della carriera del regista in cui sono stati fatti e anche i protagonisti delle due storie sono tanto lontani da essere quasi antitetici. Se Virgil non era riuscito in nessun modo a farsi accettare dalla società, Leonard ha il problema opposto, si adatta troppo facilmente a tutto, persino alle ideologie totalitarie.
Nonostante la distanza, ci sono alcune piccoli riferimenti al primo mockumentary anche all’interno di Zelig, che gli spettatori più attenti e i cultori sapranno sicuramente rintracciare.
A livello tecnico Zelig è presentato come un documentario degli anni venti, dato che di questo tipo di filmati presenta tutte le caratteristiche principali: dall’esposizione di (finte) fotografie d’epoca, al modo in cui è inserita la voce fuori campo, per non parlare del fatto che la qualità tecnica dei filmati è stata volontariamente riportata indietro nel tempo al periodo in cui la storia è ambientata, cioè gli anni tra le due guerre mondiali.

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Cosa succederebbe se i due più grandi musicisti del mondo si incontrassero?

Succederebbe che il più strambo ed egocentrico dei due proverebbe così tanto imbarazzo da reagire in modo tale da umiliarsi da solo. Ed è quello che succede ad Emmet Ray al cospetto dell’unico chitarrista che considera più bravo di lui: Django Reinhardt, una sorta di mito per Woody Allen e in un certo senso la persona cui il film è dedicato. In questo modo il mockumentary diviene quasi un’alternativa a fare un documentario su qualcuno, inventando un personaggio che ne sia un alter-ego, non debole e quindi tale da risultare poco interessante, bensì eccentrico e facendo interpretare questo personaggio a un attore di rango come Sean Penn.

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La riuscita di Accordi e Disaccordi sta quasi del tutto qui; c’è però un altro particolare importante, vale a dire che lo spettatore non riesce a capire fino a che punto il personaggio di Emmet sia reale. Una delle trovate che più rendono questa idea di verosimiglianza è la presenza dello stesso Woody Allen, come musicista e appassionato di musica, in qualità di testimone di molti degli episodi più bizzarri della vita di Emmet.

Insomma possiamo dedurne che non è poi così importante sapere se la storia che stiamo seguendo sia vera o se i personaggi che la popolano siano frutto della fantasia, nemmeno se questa storia ci viene raccontata in modo tale da farci credere che sia vera.

#Mockumentary:

Quando il cinema ci prende per i fondelli
Woody Allen
, di Nicola Donadio
Biographic, di Jlenia LaSaracina
Horror, di Andrea Spazzoli

Dello stesso autore:

Famiglie del terzo millennio: il segreto alla base della non-famiglia di Sister

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2 thoughts on “Mockumentary – Woody Allen

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