Il fascino indiscreto di Dylan Dog: costruzione di un ponte tra cinema e fumetto

di Alessia Romano

Il sogno, viaggio tra le sorprese dell’inconscio, nello scorso secolo è diventato protagonista di tormentate, ironiche, dissacranti avventure che trovano nel cinema e nel fumetto ottimi mezzi d’espressione, in quanto primi custodi di un nuovo linguaggio. Neanche si contano i grandi maestri che han fatto storia in ognuno dei due mondi artistici, ma è forse unica la totale ed incondizionata ammirazione che trascina Tiziano Sclavi, autore di Dylan Dog, sui pericolosi binari del cinema di Luis Buñuel.

Conosciuta la grande magia del cinema, il fumettista attinge, sin dall’inizio della propria carriera, al mondo immaginifico del regista ispanico inaugurando una gavetta all’insegna del mistero e dell’horror senza però perdere tratti distintivi del proprio stile, brioso e fantasioso.

E’ nel 1986 che lo stile di Sclavi, incoraggiato dai taciti insegnamenti in cellulosa di Buñuel, inizia a dimostrare come temi e linguaggi cinematografici possano essere trasferiti su carta con grande successo: mutuando ritmo e uso del simbolico dal primo cinema surrealista, cronologicamente ben lontano, Sclavi mescola sapientemente il gioco della suspense, toni grotteschi e inaspettata violenza nel calderone di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo. È proprio l’iter onirico il protagonista indiscusso del primo cinema di Buñuel sintetizzato in Un chien andalou (1928), vero e proprio manifesto delle ombre dell’inconscio umano e tesoriere di un simbolismo che marcia sulla linea sottile che divide la realtà dalle proiezioni immaginifiche: il Dylan Dog di Sclavi, bello e maledetto, come i personaggi anonimi di Buñuel, esplora ciò che la quotidianità patinata nasconde, affrontandolo agguerritamente con l’arma della sorpresa.

Il terreno scialbo e costruito del visibile viene scavato fino allo svelamento dell’invisibile che si impone aggressivamente sorprendendo insieme protagonisti e pubblico lettore, le quali convinzioni crollano sotto i tremendi colpi di una comicità cruda e dissacrante.

Il campo di guerra delineato da Buñuel, come da Sclavi, vede combattersi desiderio di conoscenza e condanna all’oscurità, regalando allo spettatore/lettore un’esperienza d’analisi: le venature horror e l’esilarante fantascienza del fumetto, come i misteriosi avvenimenti del film, sono solo degli input utili al dispiegamento di tematiche d’attualità e alla sfida coi demoni che ogni essere umano è costretto, prima o poi, affrontare.

Il lavoro di Sclavi su Dylan Dog testimonia l’adattabilità e l’universalità del linguaggio cinematografico, riuscendo a trasferire l’arte della suspence e colpi di scena nei suoi incubi di carta.

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