Non è Hollywood: il cinema cinese

di Roberto Cannavò

Che la Cina si stia imponendo sempre più come un gigante economico è un dato di fatto e a parlare non sono solo gli economisti ma i documenti delle industrie e i rapporti sugli andamenti di mercato.

Nonostante tutto però il cinema, come del resto ogni altra arte, è escluso dai ragionamenti che tengono conto esclusivamente dei numeri o dei costi di produzione. In quanto arte esso è infatti dipendente dal gusto del pubblico, e il fattore economico spesso dipende più dalla bravura degli artisti che degli affaristi.

Il cinema cinese, da ormai più di cinquanta anni, si è ritagliato una sua fetta di torta nel mercato cinematografico, ma a quale prezzo?

Già nel 1896 avvenivano le prime proiezioni documentariste a Shangai dando il via a una crescita sperimentale che sarebbe cresciuta costantemente nei cinquant’anni successivi. Dovremo però aspettare gli anni ’70 per vedere una nuova stella aprire le porte della Città Proibita al mondo dei cineamatori: Bruce Lee.

È in questo momento, infatti, che il cinema cinese subisce un enorme boom economico e si apre al mondo occidentale. Il mondo delle arti marziali attira numerosissimi fan che fino a poco prima si erano identificati esclusivamente con il genere western e li catapulta in un mondo dalle strane fattezze e dalle insolite usanze.

Se però il genere marziale ha permesso alla Cina di fare apprezzare la sua arte in occidente, le ha al tempo stesso tagliato le gambe ghettizzandola in un genere che in realtà non la rappresentava pienamente.

Dovranno passare altri dieci anni prima che il mondo possa apprezzare un prodotto di origine orientale che non abbia le arti marziali come esclusivo elemento attrattivo. Avverrà con il regista Wong-Kar-Wai con As Tears Go By del 1988.

 

Dal 2000 in poi i film asiatici avranno sempre più mercato, mantenendosi ovviamente ben saldi al filone delle grandi narrazioni e dei miti cinesi.

Film come Hero e La foresta dei pugnali volanti, hanno avuto grande impatto sul pubblico mondiale, pur mantenendo tantissimi elementi legati alla tradizione più antica e altri, come Shaolin Soccer e Kung Fusion, sebbene derisi su larga scala, hanno confermato la volontà di espansione culturale asiatica.

E se da un lato sono gli spettatori a essere catapultati nel mondo orientale, in altri casi sono i soggetti orientali a farsi strada nel mondo europeo e americano, a partire dal già citato Bruce Lee e continuando poi con attori come Jet Li o Jackie Chan.

Voglio precisare che quanto detto finora non è ovviamente da prendere come una disamina razzista del cinema, ma piuttosto come un’osservazione del fenomeno della fusione di due culture che hanno trovato un mezzo di comunicazione proprio nella settima arte, prima ancora che nella vita reale.

Sono state proprio le differenze culturali, anzi, a rendere possibile la fusione dei generi, prendendo a modello i vari elementi topici di entrambe le culture e giocando con essi.

Dove sta scritto, infatti, che tutti i cinesi debbano essere esperti lottatori? O che i neri debbano essere canterini nati? O che gli italiani debbano essere tutti dei donnaioli o dei mafiosi?

Tutto questo è parte integrante non solo della costruzione delle storie che attraversano più culture, ma dell’economia stessa. In un modo o nell’altro si permette al pubblico di riconoscersi o comunque di schierarsi al momento della visione filmica, permettendogli di scegliere anticipatamente il genere preferito.

Ovviamente l’influenza della cultura cinese ha forgiato uno stile proprio di regia, sceneggiatura, scenografia, recitazione ecc. alla pari della Russia, dell’Italia o degli Stati Uniti. Solo ultimamente gli stereotipi legati alla nazionalità stanno perdendo quell’aura di certezza che avevano in principio.

Un esempio evidente è la freschissima premiazione col leone d’oro (Berlinale 2014) di Black Coal, Thin Ice di Diao Yinan.

Il colosso industriale cinese resta dunque nonostante il suo fascino ancora un soggetto conosciuto da pochi e generalmente messo da parte. Questo è merito anche della forte chiusura culturale e politica dello stato cinese che solo nel 2012 ha permesso che i film d’importazione passassero da 20 a 34, a riprova di questa mentalità. Senza di esso, comunque, non avremmo certamente un’enorme fetta del cinema odierno, almeno non per come lo conosciamo (vedi Quentin Tarantino). È vero, i film d’azione devono moltissimo alla regia di matrice asiatica e ancora oggi l’impronta lasciata nell’immaginario collettivo è comunque palesemente presente.
Siamo sicuri dunque che sia solo questo ciò che possiamo ricavare da un paese enorme come la Cina, con le sue mille contraddizioni e usanze millenarie?

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