Non sarà mai Hollywood: la fuga dei cervelli italiani

di Diletta Drago

Non è Hollywood: questo è sicuro. Un tempo, però, è stata qualcosa di molto simile, tanto da far guadagnare a Cinecittà il soprannome di “Hollywood sul Tevere”.

Oggi, invece, le sorti dell’industria cinematografica italiana e del suo cinema sono un po’ controverse.

Ma torniamo un po’ indietro nel tempo.

Il successo del cinema italiano del dopoguerra è storia nota; gli anni Cinquanta videro la consacrazione di Cinecittà, tanto in Italia quanto nel resto del mondo. Quasi tutti i film americani di maggior successo all’epoca (per lo più quelli appartenenti al cosiddetto genere peplum) furono prodotti in territorio nostrano: Quo vadis? di Mervyn LeRoy (1951) o Ben Hur di William Wyler (1959), per citare due dei più importanti esempi. Complice anche una legge che obbligava i produttori stranieri a reinvestire in Italia i guadagni realizzati, non potendo esportarli all’estero, l’industria cinematografica italiana si trovò davanti ad un vero e proprio boom economico e culturale, che ebbe esiti molto positivi sia per la produzione e commercializzazione dei film, ma anche dal punto di vista sociale, favorendo la nascita di quello che venne chiamato il “generone” romano, ovvero un microcosmo fatto di produttori, impresari, imprenditori, palazzinari e artisti in cerca di fortuna.

Il “sogno americano”, tuttavia, ha vita breve. Gli anni Sessanta, l’arrivo della televisione e la fine delle produzioni dei kolossal segnano l’inizio della crisi dell’industria cinematografica italiana, la cui eco risuona prepotentemente ancora oggi.

Di quel successo mondiale del dopoguerra ormai resta poco; tuttavia il discorso è quanto mai attuale, specie dopo il recente trionfo americano del film di Sorrentino. E proprio quello del regista partenopeo è uno dei tanti nomi da citare, parlando di un fenomeno che si estende ogni giorno di più.

La fuga dei cervelli, infatti, ha “contagiato” anche l’universo della settima arte. In un recente passato, uno dei primi registi a riuscire nell’impresa da tutti sognata e mai realizzata di conquistare l’America è stato Gabriele Muccino, che nel 2006 sbarca a Hollywood per dirigere La ricerca della felicità e Sette Anime (2008), entrambi con Will Smith e, a parte pochissime eccezioni, pare deciso a non abbandonare il continente. Subito dopo lo segue proprio Sorrentino che, forte del successo internazionale ottenuto con Il Divo, dirige magistralmente Sean Penn nel fortunato This Must Be The Place.

Ma la cosa non si esaurisce qui. Molto meno noti al grande pubblico sono i nomi di alcuni registi che di lavorare in Italia proprio non vogliono saperne.

Still Life di Uberto Pasolini, premiato a Venezia per la migliore regia nella sezione Orizzonti, ne è un esempio.

Il caso della Mostra di Venezia, tra l’altro, è molto significativo perché negli ultimi due anni è stata un’ottima vetrina per questi artisti e i loro lavori. Era già accaduto nel 2012, con Low Tide del marchigiano Roberto Minervini (che di recente è arrivato a Cannes con Stop The Pounding Heart) e nel 2013 con Medeas di Andrea Pallaoro.

All’estero li adorano: Minervini è stato definito il nuovo Rossellini, Pallaoro è stato premiato da Scorsese al Festival Internazionale di Marrakech, ma l’Italia non li conosce nemmeno.

Tutto ciò, possiamo dirlo, non riguarda soltanto i gusti personali degli autori che alla campagna toscana e al grigiore di Milano preferiscono i grattacieli di San Francisco o le grandi distese del Texas.

Quella italiana si conferma un’industria cinematografica molto frammentata, fatta di piccole produzioni, alcune medie e poche grandi che poi, di fatto, sono quasi eccezioni. E le statistiche parlano chiaro. I dati Eurispes 2014 hanno registrato che meno della metà della popolazione dai 6 anni in su è andata al cinema durante il 2012, segnando un notevole calo rispetto ai due anni precedenti che, invece, avevano visto incassi clamorosi con film come Che bella giornata di Zalone, Qualunquemente di Albanese e Immaturi di Genovese; e il mercato cinematografico nazionale riporta risultati poco entusiasmanti anche per il 2013.

Semplice esterofilia o inevitabile esilio dorato? Per me il confine è molto sottile.

In un Paese culturalmente e cinematograficamente quasi immobile, in cui le produzioni sono bloccate sulle brutte copie della commedia all’italiana e le sovvenzioni riservate sempre ai soliti nomi, lasciare l’Italia sembra l’unica soluzione, anche di riscatto professionale.

#Non solo Hollywood:

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3 thoughts on “Non sarà mai Hollywood: la fuga dei cervelli italiani

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